Ozpetek firma il nuovo video di Tosca. Citando Hopper. A proposito di solitudini e di vuoti

La strana corrispondenza tra il vuoto vissuto nei lunghi giorni della pandemia e questo nuovo video che accompagna una canzone fatta di distanze, tra slanci d’amore e incomunicabilità. Tosca emoziona ancora con la sua “Ho amato tutto”, dopo il palco di Sanremo. Stavolta evocando anche il cinema e la grande pittura.

Tosca nel videoclip di Ozpetek 'Ho amato tutto'
Tosca nel videoclip di Ozpetek 'Ho amato tutto'

HOPPER, TRA CINEMA E TEATRO

Se ne sta nell’angolo, sotto la luce gialla di una lampada déco, appoggiata dolcemente contro il muro: lo sguardo perso, a fissare la moquette a fiori blu, e il viso su una mano, a cercare chissà cosa nel buio della sala, nell’istante di una pausa, nell’incastro di malinconia e di grazia. Protagonista per caso è lei, una “maschera” in divisa scura, a lavoro in un vecchio cine-teatro mentre scorrono le immagini di un film mille volte visto, ascoltato, oramai imparato a memoria. Di fronte, tra i riverberi dell’illuminazione sui tessuti porpora, una platea quasi deserta, così come la si riesce a immaginare dall’inedita prospettiva: non è il pubblico il fulcro della visione, non è il palco di questo edificio d’epoca, nel cuore di una Hollywood anni Trenta, e non è la storia che procede sullo schermo in bianco e nero, di cui si scorge appena un lembo.
L’inquadratura è tutta sulla donna, investita da un bagliore elettrico che è quasi metafisico, assorta nella solitudine di un rito quotidiano, in cui si scava il vuoto dei ricordi e dei pensieri. E a scorrere, idealmente, sono proprio quelle storie private, emotive, sull’onda di una narrazione muta e tutta mentale, contrapposta all’ovvio fluire di una pellicola che qui è sottratta allo sguardo, appena suggerita. Il teatro – come il cinema – tempio per eccellenza dei sogni messi in scena, in questo capolavoro di Edward Hopper (New York movie, 1939) si fa idea assoluta, spazio interiore che – come in una metafora di Borges – diventa personale palcoscenico, set, copione, scrittura notturna, finestra intima di proiezione.

Edward Hopper, New York Movie, 1939
Edward Hopper, New York Movie, 1939

DALLA PITTURA AL VIDEOCLIP, PASSANDO PER SANREMO

Attualmente esposta presso le ‘Alfred H. Barr, Jr. Galleries’ del MoMA, la tela è fra le più celebri dell’artista americano, cantore di una modernità sospesa, a metà tra il tepore di un racconto prosaico e la magia di una rappresentazione teatrale: il suo è un universo onirico costellato di interni domestici, soglie, finestre, silenzi irreali, villette solitarie, uomini e donne bloccati in una sintassi di gesti senza tempo, senza origine, senza destino.
Presente negli anni alla Hayward Gallery di Londra, allo Stedelijk Museum di Amsterdam, alla Städtische Kunsthalle di Düsseldorf, al San Francisco Museum of Modern Art, nonché nelle retrospettive su Hopper al Whitney Museum, all’Art Institute of Chicago, al Detroit Institute of Arts e al St. Louis Art Museum, “New York movie” diventa oggi ispirazione per un videoclip musicale, firmato dal regista turco Ferzan Özpetek.
L’autore di pellicole fortunate come “Le fate ignoranti”, “Saturno contro”, “La finestra di fronte”, ha costruito questa breve suggestione poetica per l’amica Tosca, tra le grande dame della canzone italiana – voce calda, maestria tecnica e intensità espressiva -, presente all’ultima edizione del Festival di Sanremo con un brano classico, in cui l’eleganza del testo scivola lungo un arrangiamento dolce, austero, risolto con lente tessiture di archi e pianoforte: meritato il Premio Giancarlo Bigazzi, assegnato dall’orchestra per il miglior componimento musicale.

L’AMORE (E IL VUOTO) AI TEMPI DEL CORONA VIRUS

Ed è al passo lieve e ricercato di ‘Ho amato tutto’ che Ozptek dedica il suo video, girato dentro un teatro vuoto, tenendo a mente simboli, colori e atmosfere del dipinto hopperiano. Tosca sul palco, davanti all’invisibile platea, in un tripudio di velluti rossi, con il suo microfono e le note a fior di labbra; e poi Tosca da sola, colta da un’inquadratura laterale, fuori dalla scena, come nel quadro. “Aspettavo un’occasione per collaborare con Ferzan e la magia di questo brano ha fatto tutto. Volevamo raccontare la solitudine e la bellezza dell’amare tutto, di quanto sia totalizzante e pericoloso amare senza limiti, tanto che si è soli, di troppo amore”, ha spiegato la cantante. Che in una delle strofe canta, con una specie di disperazione composta, misurata: “Se è vero che il tempo ci rincorre / Oggi sono questa faccia / Questa carne e queste ossa / Le sento ancora addosso le tue mani che mi spostano più in là / Dove si vive solo di uno sguardo / È tardi, si spegne la candela / È sempre troppo tardi / Per chi non tornerà”. E pare, nella bella citazione del regista, che i versi sussurrati abbiano le stesse nostalgie e le tristezze di quell’anonima maschera, divenuta unico soggetto per l’immaginaria macchina da presa che la pittura di Hopper incarnava ed evocava. Una pittura intimamente cinematografica e – non a caso – dal grande cinema molto amata e spesso ripresa.
Tutto questo”, prosegue Tosca, “avveniva un mese fa, non eravamo ancora in emergenza Covid-19. Una casualità incredibile… Oggi, quel teatro vuoto, simbolo dell’incomunicabilità, del donarsi all’amore, assume un altro senso. Un senso profondo, ancestrale, pieno di significato”. Amare tutto, a prescindere, incluso il prezzo che si paga, eventualmente, in termini di dolore e di privazione. Ed esce dunque nei giorni amari della guerra contro il virus questo video, costruito – come la canzone – nel solco della tradizione, scegliendo una cifra sobria, smaccatamente classica: il racconto di una solitudine in un tempo di solitudini forzate, di necessità d’amore e di separazioni, di paure condivise, di fantasie distopiche e di fughe virtuali, tra riflessioni sorde in mezzo al vuoto di appartamenti e di città. E al vuoto dei cinema e dei teatri, oggi chiusi per davvero. Una corrispondenza casuale, o forse no, se l’arte è sempre il luogo in cui il presenta si rivela, in qualche forma, per vie traverse, proseguendo l’intreccio ininterrotto di sguardi e di temi, lungo le pagine di storia, di opera in opera, di linguaggio in linguaggio, tra grandi capolavori e piccole prove d’autore.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.