Al Teatro La Fenice di Venezia debutta l’Aida del 1978. Con le scene di Mario Ceroli

Abbiamo intervistato Fortunato Ortombina, sovrintendente e direttore artistico del Teatro La Fenice di Venezia. In occasione di uno spettacolo storico che torna fino al 1 giugno sul palco.

AIDA, Giuseppe Verdi, Teatro La Fenice, ph. Michele Crosera
AIDA, Giuseppe Verdi, Teatro La Fenice, ph. Michele Crosera

L’Opera è arcinota: l’Aida di Giuseppe Verdi, in quattro atti, su libretto di Antonio Ghislanzoni e soggetto di Auguste Mariette. Ma qui alla Fenice di Venezia arriva in una veste tutta speciale, un remake (a 19 anni dalla scomparsa del grande regista italiano) dello spettacolo realizzato nel 1978 da Mauro Bolognini, con le scene di Mario Ceroli. Non tutti sanno infatti che Ceroli – che proprio alla vigilia della prima svoltasi il 18 maggio compiva 81 anni- ha una storia d’amore di lunga data con il teatro e con il cinema. Ha debuttato proprio con Bolognini sul palco della Norma, ha lavorato con Pasolini, Patroni Griffi, Volonté e molti altri. Lo spettacolo in corso fino al 1 giugno a Venezia, orfano di Bolognini, vede alla regia Bepi Morassi, allora aiuto del regista e rientra perfettamente in quello che è il modello che La Fenice sta perseguendo da molti anni con grande successo. Abbiamo incontrato Fortunato Ortombina, sovrintendente e direttore artistico, al Teatro veneziano dal 2001, e gli abbiamo chiesto di raccontarcelo.

Da direttore artistico a Sovrintendente: qual è il modello del Teatro La Fenice?C’è un modello produttivo che va insieme ad un modello estetico. E dall’unione di queste due anime che viene fuori la Fenice. Lo spettacolo ha debuttato 40 anni fa per essere poi dimenticato (l’ultimo remake è stato nel 2000, ndr). Gli appassionati di lunga data dell’Opera sostengono che ‘l’Aida sia la mamma di tutte le opere’, la più onnicomprensiva. Nel 1978 si andò controcorrente, rifiutando il cliché che voleva le scene di quest’opera magnificenti e opulente– pensi che a volte si portavano addirittura animali vivi in scena -, scegliendo un artista allora 40enne come Mario Ceroli e optando per uno stile molto più sobrio.

Fu anche un gesto politico?
Senz’altro. All’epoca c’era un mondo abbastanza contrapposto tra destra e sinistra. Ma credo che ci fosse soprattutto la volontà di valorizzare l’essenza stessa dell’Aida, arrivando all’anima dello stile. L’Aida fu scritta per l’inaugurazione del Teatro del Cairo nel 1870 e in occasione dell’apertura del Canale di Suez: è un’opera di un artista maturo con delle chiavi di lettura molto intime che questo spettacolo sa valorizzare. Inoltre, siamo in linea con quello che è uno dei fiori all’occhiello del nostro Teatro.

E cioè?
Quella di trovare linguaggi nuovi è sempre stata la logica della Fenice. E anche di Venezia, che non a caso ospita una manifestazione come La Biennale. Anche la Fenice risente di quest’aura innovatrice della città.

Con la Biennale dialogate?
Certo, non è un caso che nella stagione della Biennale Arte abbiamo pensato di recuperare la nostra storia con questo spettacolo del 1978. Inoltre abbiamo avuto molte collaborazioni in passato, portando sul nostro palco artisti come Kara Walker e Mariko Mori.

E dal punto di vista produttivo?
Dal punto di vista produttivo abbiamo interpretato il nostro ruolo di servizio pubblico aumentando di molto l’offerta di spettacoli, approcci e quantità (realizziamo 150 opere l’anno e 60 concerti). Anche perché abbiamo un approccio assolutamente moderno al tema del lavoro. Questa dovrebbe essere una strada che tutti dovrebbero seguire. Siamo ancora in un periodo di passaggio da quando il mondo dello spettacolo era sorretto e garantito da fondi esclusivamente pubblici. 15 anni fa questo sistema è venuto meno e si pensava che il mondo dell’opera lirica stesse finendo. Partendo dalla Fenice come osservatorio posso dire che il Teatro d’Opera in questo momento, per essere una forma di spettacolo dal vivo, presenta invece un sempre crescente appeal rispetto al pubblico di tutto il mondo e anche con un range d’età sempre più ampio.

Dall’inizio del suo rapporto con il Teatro che risale al 2001, pochi anni dopo il famigerato incendio come è cambiata La Fenice?
Innanzitutto nel 2001 la Fenice, come la vediamo oggi, non c’era ancora. Dopo l’incendio del 1996 gli spettacoli venivano realizzati al Pala Fenice, un tendone da Circo al Tronchetto. Si aspettava e si sperava di tornare a casa, senza sapere quando. Ricordo la grande partecipazione di cittadini e persone provenienti da tutto il mondo per la ricostruzione avvenuta grazie allo Stato, a privati, ma anche grazie a tanti appassionati. Dalla riapertura ad oggi siamo diventati un Teatro del Mondo intero, senza però discostarci dall’essere un Teatro di Venezia e mantenendo con la nostra città un forte e intenso legame.

Santa Nastro

Dati correlati
AutoreMario Ceroli
Spazio espositivoTEATRO LA FENICE
IndirizzoCampo San Fantin 1965 - Venezia - Veneto
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.