L’album-manifesto di Shapednoise. Tra caos e serenità

Nel suo ultimo album di matrice noise, il producer palermitano-berlinese propone una forma di resistenza, insieme spirituale e politica, leggendo nel concetto di caos la strada maestra per trovare la serenità. In un’epoca sempre più permeata dalla tecnologia e dalla virtualità.

Shapednoise. Photo © Rebecca Cleal
Shapednoise. Photo © Rebecca Cleal

Che cos’è il caos, che cos’è la serenità? Di fronte a un’apparente divergenza dei due temi – oggi considerati urgenti – Shapednoise (nome d’arte di Nino Pedone) nel suo ultimo album Deafening Chaos Serenity, uscito lo scorso novembre su Type Recordings, propone un punto di incontro. Nel Serenity Manifesto, steso da Francesco Birsa Alessandri con il contributo di Rabit, per accompagnare l’EP, viene suggerita un’interpretazione del caos che fa luce sull’ambiente techno-sociale nel quale siamo immersi: “Contrary to what most think, chaos is not the source for violence, coercion and inequality. Order is. The quest for order is a delusional path”. In un contesto permeato da innumerevoli teorie sulla complessità in diversi ambiti scientifici, il manifesto sottolinea una relazione di interdipendenza profonda tra caos e serenità. “Nel mondo in cui viviamo siamo sottoposti a una grande quantità di stimoli, che mettono in crisi il tradizionale concetto di ordine, inducendo una riflessione ambivalente e motivando uno stato di iper-eccitazione e ansia. Ciò che sostengo, prima di tutto attraverso la mia musica” – afferma Nino Pedone – “è che sia possibile una forma di resistenza spirituale e politica, capace di leggere nel caos: pace e bellezza anziché violenza e distruzione”.

NOISE E CAOS

Richiamandosi a Heinz Rudolf Pagels, The Dreams of Reason: The Computer and the Rise of The Sciences of Complexity, il producer italiano con base a Berlino avanza una riconciliazione, mettendo in luce un legame tra la semplicità con cui si sviluppano le relazioni all’interno dei sistemi complessi e l’utilizzo del noise come strumento espressivo del caos: “Anche se la mia musica può risultare difficilmente decifrabile, al suo interno tutto converge spontaneamente trovando un senso”. Come sottolinea il manifesto, il noise permette l’espansione dell’energia: “Noise (…) blocks the reproduction of structures. By growing like tumoral tissue into one’s sensual experience (…). It allows desire to flow into motion and replicate in new forms”. L’album, che include dei contributi di Rabit e Roly Porter, prende le distanze dal precedente, viscerale e brutale, Different Selves, risultando più astratto e ambient. L’aspetto cinematico viene assecondato da alcune influenze, più o meno dirette: dalla fantascienza, da sempre presente all’interno dei lavori di Shapednoise (si ricordi The Sprawl, il progetto nato dalla collaborazione con Mumbdance e Logos, ispirato alla trilogia di William Gibson), ad alcuni musicisti e compositori di colonne sonore particolarmente apprezzati, tra cui Mica Levi, Scott Walker e Johan Johansson.

Shapednoise, Deafening Chaos Serenity. Artwork Back-Cover
Shapednoise, Deafening Chaos Serenity. Artwork Back-Cover

UN ALBUM SURREALE

Il risultato è un viaggio al limite del reale: drammatico e cosmico, si serve anche del linguaggio virtuale per procedere a un ulteriore spaesamento. Il video dello studio londinese Werkflow – lanciato su Youtube in occasione dell’uscita dell’album – ne è l’emblema. Realizzato ricorrendo ai game engine – i software con cui si programmano i videogame – mette in scena un’alternanza di texture e paesaggi naturali, che restituiscono un’esperienza surreale. Il rapporto tra realtà e manipolazione, del resto, è parte integrante dell’identità di Shapednoise, che si muove abilmente tra field recording e un sound design piuttosto estremo. “Presto molta attenzione all’acustica dei luoghi per catturare dei suoni che diventino esclusivamente miei. In “Deafening Chaos Serenity” ho utilizzato delle registrazioni fatte in un’isola della Croazia, dove si trova un’architettura formata da pietre millenarie. Queste registrazioni processate con dei synth modulari mi hanno permesso di ottenere un’atmosfera straniante. Analogamente, in “Delusional Path”, ho registrato una performance di Emanuele Porcinai, mentre suonava uno strumento a corda costruito da lui, per combinare un elemento fisico umano alle strutture sintetiche della traccia, che possono ricordare vagamente delle voci”.

Carlotta Petracci

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.