Club To Club 2016. Più cultura e meno dancefloor

Viaggio, interculturalità e politica: il festival torinese appena concluso sta virando sempre più dall’elettronica “tradizionale” verso una molteplicità di influenze. Con un gran finale che ha visto insieme sul main stage il compositore israeliano Shye Ben-Tzur, il chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood e l’ensemble The Rajasthan Express. Ecco il report.

Junun - Tzur - Greenwood - The Rajasthan Express - C2C 2016 - photo Daniele Baldi - courtesy C2C
Junun - Tzur - Greenwood - The Rajasthan Express - C2C 2016 - photo Daniele Baldi - courtesy C2C

TORINO CHIAMA INDIA
Da sempre la musica dialoga col viaggio, è un territorio rarefatto che non conosce confini. Si nutre di movimenti e di incontri. Ha la capacità di trasformare i luoghi in un Altrove, annullando le distanze geografiche e temporali, nel qui e ora del suono. Sono le sei e trenta del mattino, dalla stanza d’albergo scrutiamo il Lingotto, mentre con la mente torniamo qualche ora indietro e a miglia di distanza, in una India immaginata, tra rock e misticismo, percussioni, trombe, flauti e luci strobo. Il gran finale di Club To Club anche quest’anno ha lasciato il segno, con Junun (ovvero Madness of love), l’album e il live che ha visto sul palco principale il compositore israeliano Shye Ben-Tzur, il chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood e l’ensemble The Rajasthan Express. Una performance vibrante, accesa – come i turbanti turchesi che si scorgevano al di sotto del palco –, ma composta, che è riuscita a trasferire, in poco più di un’ora, all’interno di un’architettura post-industriale, l’energia del mondo. Dietro la quale si percepiscono la profonda tensione sperimentale e curiosità per l’alterità che hanno spinto una star del rock a confrontarsi fisicamente, e mentalmente, con l’estetica melodica indiana e con l’universo poliglotto di Shye Ben-Tzur, con la sua passione per il folklore e la musica tradizionale. Un live quindi che, se letto da una prospettiva post-coloniale, è una sfida lanciata a ogni cartografia, a ogni pretesa di fissare la cultura in una forma, fosse anche quella musicale.

Arca - C2C 2016 - photo Carlotta Petracci
Arca – C2C 2016 – photo Carlotta Petracci

OLTRE I CONFINI
Il 2016 del festival torinese, conosciuto per la sua vocazione avanguardista tanto quanto per la capacità di individuare e tracciare le rotte delle sonorità più interessanti del contemporaneo, ha coinciso esattamente con questa volontà di oltrepassare le origini, intese come i confini dell’elettronica e una certa interpretazione del dancefloor. È così che abbiamo assistito nella serata del 3 novembre al Conservatorio, al suggestivo concerto di Arto Lindsay, storico nome della no wave newyorkese dalla fine degli Anni Settanta. Un artista dal magnetismo raro, un performer dalla voce rarefatta, a tratti acuta e dallo stile inconfondibile con la sua chitarra elettrica. Il simbolo della sperimentazione e della cross-pollination tra il mondo artistico (si ricordi la vicinanza a Jean-Michel Basquiat e Vito Acconci, le collaborazioni con Nan Goldin e Matthew Barney, per citarne alcuni) e quello musicale, tra rock, pop e influenze provenienti dalla cultura brasiliana. Poche ore dopo, imperdibile in sala gialla al Lingotto, il dj set di Arca (producer di origini venezuelane, con base a Londra, che vanta collaborazioni con nomi quali Kanye West, Björk, FKA Twigs) insieme a Jesse Kanda, director e artista di origini giapponesi, col suo universo visivo onirico e alieno. Un duo esplosivo, un continuo rimbalzo dallo schermo al palco, al fascino androgino di Arca che, energico e sensuale, ha arricchito il live con stacchi canori, tra cui l’indimenticabile omaggio a Miguel Bosè. Se di multiculturalismo si parla, c’è ancora un pool di nomi imprescindibili per questa edizione: l’artista egiziano-iraniana Lafawndah che, sapientemente, mescola pop ed elettronica ricreando un immaginario sonoro spezzato e molto ritmico; Dj Lang e Nan Kolè che, con la label Gqom Oh!, rendono manifesto l’asse Roma-Durban, facendo riflettere sulle geografie della musica globale nella società dell’informazione e delle tecnologie soft; e il nuovo volto dell’hip hop italiano, Ghali, milanese di adozione ma di origini tunisine, che senza alcuna esitazione ha trascinato il pubblico fino al main act di Jonny Greenwood, Shye Ben-Tzur e dei Rajasthan Express.

Ghali - C2C 2016 - photo Daniele Baldi - courtesy C2C
Ghali – C2C 2016 – photo Daniele Baldi – courtesy C2C

IL NUOVO DANCEFLOOR: MUSICA POST CLUB
Se Dj Shadow non ha bisogno di presentazioni e il suo set è stato un’esperienza totalmente immersiva, che ha preso il via da un evocativo viaggio nello spazio, tra i nomi più attesi di questa edizione di Club To Club c’è stato sicuramente il duo finlandese con base a Berlino che si fa chiamare Amnesia Scanner, affiliato a Janus, il collettivo che ha portato al festival altri nomi di rilievo, collocabili tra dancefloor ed elettronica “astratta”, come M.E.S.H., Kablam e Total Freedom. Tornando agli Amnesia, che sono tra gli esponenti più deraglianti di questa direzione post club, ossia di un’elettronica che a livello concettuale (ma anche empirico) dialoga con altre discipline – dall’antropologia all’informatica alle derive teoriche del digitale –, ciò che colpisce è la capacità di reinventare il futuro della musica rimanendo profondamente ancorati al presente, a tutte quelle sonorità che apparentemente non esistono, ma che sono riconducibili a un mondo tecnologico, fatto di contrasti, brusche variazioni, sperimentazioni, in cui finisce di tutto, dalla musica concreta al noise, dall’orientalismo al grime.

DJ Shadow - C2C 2016 - photo Carlotta Petracci
DJ Shadow – C2C 2016 – photo Carlotta Petracci

ABSOLUT SYMPOSIUM: L’HUB CULTURALE DEL FESTIVAL
Tutto comincia dal vapore del ghiaccio secco, che esce voluttuoso dallo shaker invadendo la stanza già immersa in un bagno luminoso rosa-violaceo. La parola d’ordine è chemical, il nome di una delle secret room di Absolut, all’interno dell’AC Hotel del Lingotto, da tre anni hub esperienziale e punto di incontro del Festival. In questo 2016 le sorprese non sono mancate: tre secret room a tema; una vip room dove è stata presentata l’ultima edizione limitata dell’iconica bottiglia che ha stregato Andy Warhol; un caveau all’interno del Lingotto, una vera e propria architettura temporanea dai profili sghembi incorniciati da led blu, dalla cui terrazza, il concerto al buio degli Autechre è stata un’esperienza estatica; per finire con una lunga serie di talk e incontri che hanno spaziato dalla musica all’audiovisivo, dall’arte al design. Tra questi, la proiezione di Negus, il lungometraggio degli Invernomuto che, in un viaggio fisico e nella memoria, ha riconnesso in nome del Rastafarianesimo il presente e il passato italiano, etiope e giamaicano.

Carlotta Petracci

http://clubtoclub.it/it

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.