Lo stop-motion è tutto quello che l’IA non può essere. Laika Studios torna al cinema con Wildwood
L'ultima fatica dello studio di produzione americano, che ci ha regalato giganti dell'animazione come Coraline e Kubo, è un gioiellino da grande schermo. E ci insegna molto sul “cinema umano”
Nello stesso mondo in cui un software, da solo, è in grado di completare un film in poche settimane, uno studio di animazione ci ha messo quindici anni per fare uno a modo suo. Per gli amanti del cinema d’animazione, Laika Studios non ha bisogno di presentazioni: per tutti gli altri, è uno studio statunitense fondato nel 2005 e salito agli onori della cronaca già nel 2009, quando il suo primo lungometraggio, Coraline, è stato candidato agli Oscar. Ora, vent’anni dopo la fondazione, Laika ha presentato il suo film più ambizioso, diretto dal presidente e Ad della compagnia Travis Knight: Wildwood.

“Wildwood” è l’ultimo film di animazione di Laika Studios
Ambientata appena fuori Portland, in Oregon (dove nasce Laika), Wildwood è una storia epica e fantasy per adulti e ragazzi dai tredici anni (in Italia al cinema con Notorious Pictures dal 22 ottobre). La trama, basata sull’omonimo romanzo di Colin Meloy del 2011, segue le vicende dell’adolescente Prue McKeel (doppiata da Peyton Elizabeth Lee), che entra in un bosco magico e all’apparenza impenetrabile in cerca del fratellino, rapito da uno stormo di corvi. Accompagnata dal mite Curtis, Prue scoprirà di doversi districare non solo tra le fronde della foresta ma anche nelle complicate vicende in un mondo sull’orlo di una guerra fratricida voluta da Alexandra, la temibile Governatrice Vedova (doppiata da Carey Mulligan), trasfigurata dal lutto. Scoprendo, dentro di sé, la radice di una magia antica, la nostra protagonista si rivelerà impavida e piena di risorse, trovando la propria strada per l’età adulta.
Uno studio che ha fatto la storia dell’animazione
Seguendo l’onorata tradizione del Bildungsroman, Wildwood ci accompagna attraverso i capisaldi della crescita personale adolescenziale: la rottura con la famiglia, l’elaborazione di emozioni complesse, la scoperta del proprio posto nel mondo. Tutti temi molto cari a Laika, che nel corso di due decenni ha prodotto una filmografia per giovani adulti costellata di successi di critica e spesso anche di pubblico: dopo Coraline, il secondo lungometraggio, ParaNorman (2012), è stato a sua volta candidato agli Oscar; poi sono arrivati Boxtrolls (2014) e Kubo e la spada magica (2016), riconosciuto con due candidature Oscar e un BAFTA vinto come miglior film animato; infine è stata la volta di Mister Link (2019), che nonostante il flop al botteghino è stato candidato agli Oscar e ha vinto un Golden Globe. Si spera lo stesso per Wildwood, che negli States ha fatturato 12 milioni di dollari nel weekend d’apertura e raccolto buone recensioni.
La stop-motion come “cinema umano”
Il punto più alto toccato dal nuovo lungometraggio, però, resta tecnico. Al centro di tutto c’è la stop–motion. Anche detta “tecnica del passo uno” o “frame by frame”, è un processo intensivo che prevede che tra un fotogramma e l’altro vengano manipolati a piccoli intervalli degli oggetti fisici (in questo caso, dei pupazzetti di plastilina), che nel prodotto finito sembrano muoversi da soli. È un lavoro artigianale, lento e pienamente artistico, quando non poetico, per sua natura antitetico ai processi IA: se vi chiedete come uno studio indipendente si sia potuto permettere una spesa di tempo e risorse di questo tipo, dovreste sapere che il fondatore di Laika è Phil Knight, il cofondatore della Nike (quella Nike), e che l’Ad è suo figlio.
Un nepo-baby che però non ha mai svenduto lo studio, né l’artigianalità del suo lavoro. Nello specifico, per realizzare Wildwood sono stati stampati oltre 142.000 volti in 3D – più 3.800 piume solo per un’aquila gigante -, con alcuni pupazzi dotati di meccanismi interni che sembrano farli respirare. “Questo film è stato realizzato a mano in Oregon”, si legge nei titoli di coda. Ciò non significa, ha scherzato Knight, che da Laika siano “degli Amish”: sin da Coraline, primo film in stop-motion concepito e ripreso in 3D stereoscopico che integrava effetti visivi e tecnologia di stampa 3D, lo studio ha unito una tecnica presente dagli albori della settima arte agli ultimi avanzamenti tecnologici. Sapendo che però questi non sostituiscono mai la mano, e il cuore, umani.
Giulia Giaume
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