La Marvel torna a raccontare la storia di Visione tra intelligenza artificiale e design
Dopo WandaVision e Agatha All Along, la Marvel presenta VisionQuest. Tra riferimenti al design, costumi ricchi di dettagli e riflessioni sull'identità, la nuova serie con Paul Bettany esplora il confine tra umano e artificiale
Nel 2021 WandaVision conquistava critica e pubblico, dimostrando che una serie Marvel poteva andare ben oltre i confini del racconto dedicato a fantascienza e supereroi. Nel 2024 è stata la volta della cattivissima Agatha All Along e ora, a due anni di distanza quel percorso prosegue con VisionQuest, la nuova produzione Marvel Television dedicata a Visione, interpretato ancora una volta dall’attore britannico Paul Bettany. La serie, presentata alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma, ha debuttato il 14 ottobre su Disney+.
La Marvel presenta la serie “VisionQuest”: la trama
Dopo essere stato riavviato ed essere sfuggito a chi lo voleva trasformare in un’arma, Visione vive ormai nascosto, cercando di capire quale è il suo posto nel mondo. Per trovare delle risposte si rivolge all’intelligenza artificiale presente nella sua programmazione, tra cui il temuto Ultron. Ma la situazione precipita quando viene messa una taglia sulla sua testa che lo costringe alla fuga insieme a Thomas Shepard, un ragazzo misterioso che potrebbe essere la reincarnazione del figlio. Inizia così un viaggio che porta il nostro protagonista a confrontarsi con il proprio passato, con i legami che credeva perduti e con la possibilità di costruirsi una nuova identità.
Padri e figli al centro di “VisionQuest”
Al centro della serie troviamo il rapporto tra padri e figli, un tema particolarmente caro a Bettany. “Volevo che la serie avesse una sua energia, un’energia maschile, ma in modo davvero positivo, perché non ne vediamo abbastanza. Pensavo che sarebbe stato bello proporre un modello maschile positivo”, racconta l’attore. Coinvolto nel progetto anche come produttore esecutivo, Bettany ha seguito da vicino lo sviluppo della serie, dalla scrittura delle sceneggiature fino ai primi montaggi. Un’esperienza che descrive come profondamente collaborativa, lontana dall’immagine di una Marvel intesa soltanto come enorme e instancabile macchina produttiva.
Pinocchio e Frankenstein come antesignani
Per Bettany, tornare a vestire i panni di Visione significa soprattutto confrontarsi con domande che, in fondo, ci riguardano tutti. “Quando racconti storie di robot, ci sono due temi che funzionano particolarmente bene. Uno è Pinocchio, il desiderio di diventare un bambino vero. L’altro è Frankenstein”. Due riferimenti diversi, ma accomunati dagli stessi interrogativi: chi sono? Chi mi ha creato? Perché esisto? Sono proprio queste domande ad accompagnare Visione, che ritroviamo in un momento particolarmente complicato della sua esistenza.
Una serie che mette al centro l’estetica
In VisionQuest l’estetica assume un ruolo centrale, soprattutto nel rappresentare la ricerca d’identità del protagonista che passa in primis attraverso il suo costume. Visione conserva in questa serie un aspetto essenziale, quasi freddo, dominato dal bianco e da linee pulite che ne sottolineano la natura artificiale. Ma è soprattutto attraverso gli abiti che emergono alcuni dei dettagli più interessanti. A prima vista classici, i completi nascondono piccoli riferimenti alla sua natura tecnologica: le righe del tessuto, per esempio, sono in realtà linee di codice. Una scelta sottile, che permette al costume di raccontare qualcosa del personaggio senza bisogno di parole. A incuriosire è anche il ritorno al verde, al giallo e al rosso del costume originale dei fumetti, che sembra suggerire un riavvicinamento al Visione che conosciamo. Il contrasto con il bianco della sua nuova identità diventa così particolarmente significativo.
Una riflessione sull’intelligenza artificiale
In un momento storico in cui l’intelligenza artificiale occupa uno spazio sempre più importante nel dibattito pubblico, VisionQuest sceglie di affrontare il tema da una prospettiva soprattutto un po’ provocante e tanto emotiva. Come abbiamo anticipato, Visione conserva i ricordi della sua vita precedente, ma sembra aver perso le emozioni che un tempo li accompagnavano. “Mi sono chiesto se non sia in grado di provarle oppure se non voglia farlo”, osserva Bettany. Un dubbio che rende il personaggio meno distante da noi di quanto si potrebbe pensare. Perché prendere le distanze dai ricordi più dolorosi, o cercare di mettere a tacere ciò che si prova, è una reazione profondamente umana. Ed è proprio in questa contraddizione, tra una memoria che persiste e sentimenti che sembrano spariti, che VisionQuest trova il suo interrogativo più interessante: cosa significa davvero essere umani?
Margherita Bordino
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