Come hanno fatto Facebook e il suo algoritmo a prendere il controllo? Un nuovo film prova a rispondere
Il lato oscuro del colosso guidato da Mark Zuckerberg attraverso il thriller di Sorkin e basato sull’inchiesta giornalistica dei Facebook Files. Nel cast Mikey Madison, Jeremy Allen White e Jeremy Strong
È innegabile: Facebook ha rivoluzionato, nel bene e nel male, il nostro modo di comunicare. Sono passati più di vent’anni dalla sua nascita e oggi, tra trasformazioni e cambiamenti, ci troviamo di fronte a un colosso globale che, attraverso i suoi algoritmi, influenza quotidianamente non soltanto la vita delle persone comuni, ma anche le decisioni dei potenti. The Social: Il prezzo della verità, il nuovo film di Aaron Sorkin, nelle sale italiane dall’8 ottobre 2026, ci porta proprio dentro questa realtà, scegliendo con astuzia la strada del thriller d’inchiesta. Alla base del racconto c’è l’indagine giornalistica di pochi anni fa, passata alla storia come The Facebook Files.
Qual è il reale prezzo della verità?
Sebbene il film non aggiunga molto a quanto già emerso dal lavoro del The Wall Street Journal e del reporter Jeff Horwitz, ha il merito di mettere noi tutti davanti a una riflessione tutt’altro che scontata: come abbiamo potuto permettere a un algoritmo di governare così profondamente le nostre vite? Come siamo arrivati a tanto? E soprattutto, esiste ancora un rimedio o siamo ormai schiavi di questa eminenza grigia? The Social: Il prezzo della verità racconta il delicato rapporto di fiducia che si instaura tra Frances Haugen (Mikey Madison), brillante dipendente di Facebook, e il giornalista Jeff Horwitz (Jeremy Allen White), mentre l’una rivela all’altro progressivamente i segreti più gelosamente custoditi dall’azienda. Sorkin costruisce la tensione attraverso le rivelazioni e il graduale svelamento di un sistema in cui l’algoritmo non si limita a selezionare ciò che vediamo ma contribuisce a orientare, condizionare e modellare l’opinione pubblica, spesso senza che ce ne rendiamo conto e senza lasciare un reale spazio al contraddittorio.

Le riflessioni del cast di “The Social: il prezzo della verità”
L’attrice Mikey Madison ha dichiarato: “È impressionante scoprire con quanta facilità gli algoritmi possano trascinarci verso una percezione distorta della realtà. La parola reckoning nel titolo, che richiama l’idea di una resa dei conti, definisce perfettamente il tono del film”. E Jeremy Allen White ha puntualizzato: “Come tutte le opere di Sorkin, The Social Reckoning è intelligente, divertente, carico di tensione ed estremamente attuale dal punto di vista culturale. Al centro del film c’è l’impatto che i social media stanno avendo su tutti noi, come esseri umani”. Jeremy Strong, che tutto fa sempre alla perfezione e qui interpreta Mark Zuckerberg, ha dichiarato: “Shakespeare scriveva che il compito dell’arte è porgere uno specchio alla natura e ‘mostrare al secolo e alla società del tempo la loro forma e la loro impronta’. Aaron ha dedicato gran parte della propria carriera proprio a questo: mostrarci la forma e l’impronta della nostra epoca. E credo che questo film rappresenti il suo capolavoro”.

Nei panni di Mark Zuckerberg
La scelta dell’attore che avrebbe interpretato Mark Zuckerberg è stata senza dubbio una delle più importanti per la realizzazione del film. Si trattava, infatti, di raccontare un uomo molto diverso da quello del passato. Non più un giovane nerd e incompreso ma ormai parte dell’élite dei miliardari e spesso associato alla figura più importante e popolare della Silicon Valley. Sorkin ha deciso così di affidarsi a Jeremy Strong (con cui aveva già lavorato in passato e che il grande pubblico conosce, e riconosce), soprattutto per la sua straordinaria interpretazione di Kendall Roy nella serie cult Succession. “Sul set non era mai nessun altro se non Mark Zuckerberg. Parlava con la voce di Mark, si muoveva assumendo la sua stessa postura e difendeva il suo punto di vista in ogni scena”, racconta Sorkin. Dal canto suo, Strong, come è solito fare, ha preso il ruolo molto sul serio dedicando parecchio tempo a studiare Zuckerberg per comprenderne appieno i cambiamenti avvenuti in questi anni. Si è quindi dedicato a un lavoro di ricerca e preparazione estremamente approfondito: “ho raccolto una quantità di materiale tale da ricostruire una sorta di cronaca dettagliata dell’evoluzione di Zuckerberg nell’arco del decennio dal 2010 al 2020, attingendo a ogni fonte disponibile”.
La sede di Facebook a Menlo Park secondo lo scenografo Jon Hutman
Al centro dell’esperienza visiva del film ci sono tre ambienti molto diversi tra loro, che si scontrano e allo stesso tempo si intrecciano: l’immenso campus di Facebook a Menlo Park, in California, una realtà quasi autosufficiente; la redazione del Wall Street Journal a San Francisco e il Campidoglio degli Stati Uniti, a Washington D.C. Per dare vita a questi luoghi e renderli il più possibile autentici, il regista è tornato a collaborare con lo scenografo Jon Hutman, vincitore di un Emmy. Una delle sfide più grandi dal punto di vista scenografico era riuscire a catturare l’essenza di una delle aziende più grandi e conosciute al mondo, trasmettendo allo stesso tempo quel senso di giovinezza, attualità e modernità che la contraddistingue. Per ricreare gli uffici di Facebook, lo scenografo ha combinato diverse location universitarie dalle architetture particolari, cercando di restituire l’idea di un ambiente in cui il lavoro finisce per diventare un vero e proprio stile di vita. Al centro di tutto c’è l’ufficio di Zuckerberg, uno spazio freddo e simmetrico di cui Hutman dice: “L’ufficio di Mark è un grande padiglione aperto, interamente vetrato, ispirato all’architettura di Mies van der Rohe, da cui si può osservare l’intero campus. È in contrasto con la mensa, un grande cubo di vetro in cui Jeff Cronenweth ha potuto valorizzare la luce del sole, l’ampiezza degli spazi e il rapporto tra interno ed esterno”.
Facebook: da innovatore a “controllore”
A sedici anni da The Social Network di David Fincher, la cui sceneggiatura gli valse l’Oscar, Sorkin, questa volta anche alla regia, torna dunque a occuparsi di Facebook e del suo amministratore delegato miliardario, Mark Zuckerberg. Ma se allora al centro del racconto c’erano l’ascesa fulminea della piattaforma, l’ambizione, l’audacia e le contraddizioni dei suoi creatori, oggi lo sguardo si sposta sulle conseguenze di quella che sembrava un’invenzione straordinaria. Non si tratta più soltanto di giovani geniali pronti a rivoluzionare il mondo ma di innovatori che hanno finito per concentrare nelle proprie mani un potere enorme. Un potere protetto da una ferrea cultura della segretezza, capace di connettere potenzialmente l’intero pianeta e, allo stesso tempo, di alimentare divisioni, estremismi e disinformazione su scala globale. Ed è proprio in questa contraddizione che il film trova la sua forza.
Come siamo arrivati a questo punto? Come abbiamo potuto lasciare che Facebook e i suoi algoritmi intervenissero così profondamente sul nostro modo di pensare, modificando silenziosamente le idee, le informazioni e i contenuti con cui entriamo in contatto ogni giorno? E soprattutto, siamo davvero consapevoli di quanto questi meccanismi contribuiscano a costruire una visione distorta, polarizzata e sempre più sensazionalistica della realtà? The Social: Il prezzo della verità ci mette di fronte proprio a questo, senza troppi giri di parole: siamo stati troppo superficiali?
Margherita Bordino
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