Il cortometraggio italiano dedicato al dramma silenzioso degli studenti
Tra Kierkegaard e David Foster Wallace, il regista Giovanni B. Algieri riflette su identità, felicità e cinema parlando del suo corto “L’ultimo giorno di felicità”
Tra gli appuntamenti della nuova edizione del Los Angeles Italia – Film, Fashion and Art Festival trova spazio anche L’ultimo giorno di felicità (Last Day of Happiness), cortometraggio scritto e diretto da Giovanni B. Algieri. Il film affronta un tema tanto attuale quanto spesso sommerso: il dramma silenzioso degli studenti che, schiacciati dalle aspettative sociali e familiari, arrivano a fingere esami mai sostenuti, finendo intrappolati in una spirale di menzogne sempre più difficile da gestire. Protagonista del corto è Margherita Mazzucco, nota al grande pubblico per il ruolo di Lenù nella serie L’amica geniale. Con questo progetto l’attrice torna sul set dando volto a un personaggio intenso e contemporaneo, al centro di una storia che racconta con delicatezza un disagio generazionale diffuso ma spesso invisibile. Segue la nostra conversazione con il regista Giovanni B. Algieri.
L’intervista al regista Giovanni B. Algieri
Kierkegaard sosteneva che la cosa più difficile è essere ciò che si è. Cosa ne pensa?
Mi permetto di declinare alla David Foster Wallace: la cosa più difficile è diventare, se stessi. Spesso si parla di ricerca della felicità ma, secondo me, per l’essere umano la vera sfida sociale degli ultimi decenni è quella di trovare la personalissima dimensione mentale e fisica partendo da un punto iniziale standardizzato per tutti: la scuola, l’università, il lavoro, la famiglia, il mutuo e così via con tutte le altre tappe pre-impostate, ma ogni uomo ha una sua natura e un’ attitudine sempre più insabbiata dalla società, e il nostro percorso diventa spesso una caccia al tesoro inevitabilmente fallimentare. Ci vorrebbe un’educazione alla ricerca di se stessi, per citare, appunto, l’indimenticabile intervista di David Lipsky e D.F.Wallace.
Le prigioni mentali secondo Giovanni B. Algieri
Qual’è stato l’episodio, la notizia o l’esperienza personale che ha generato l’urgenza di raccontare questa storia?
L’idea che i media siano diventati dei bollettini di cronaca nera mi disturba fortemente: il numero di coltellate, la zona del corpo raggiunta dal proiettile e il cuore da trapiantare scongelato male, sono dettagli macabri che ormai monopolizzano tutte le pagine della comunicazione. Esistono, purtroppo, una marea di altre sofferenze, di inganni e di prigioni mentali di cui si parla sempre troppo poco: quello affrontato ne L’ultimo giorno di felicità è solo uno dei tanti disagi giovanili mai abbastanza affrontati dai media. Spero che i Tg, in un domani migliore, possano dare molto più spazio a notizie inerenti temi per prevenire decessi, invece di descrivere i dettagli scabrosi di quelli già avvenuti. Consiglio non richiesto: A real pain di Jesse Eisenberg, è un fantastico film del 2024 che parla proprio di questo, di quanto nascondiamo il nostro dolore perché lo consideriamo sempre troppo “piccolo” rispetto a quello degli altri.
Sensibilizzare attraverso il cinema
Il film vuole essere un atto di denuncia, uno strumento di sensibilizzazione o un racconto intimista?
Nella sostanza, sicuramente un tentativo di sensibilizzazione in punta di piedi: non credo in un cinema che indichi la strada, piuttosto in un cinema che ti faccia fermare per strada per chiederti se sia la direzione giusta. Per quanto riguardo il racconto intimista, credo che lo sia più nella cifra registica che nel tema: in tutto il film ci sono pochissimi dialoghi e molte atmosfere, sarebbe impensabile raccontare un dolore così nascosto attraverso le parole.
In un’ottica futura, quale è il cinema che senti più tuo? Quello sociale e reale o più di finzione?
Certamente il cinema reale. Nei prossimi progetti cercherò di raccontare l’essere umano nella sua primordialità, senza filtri. Per come vedo il cinema, solo così lo schermo può diventare uno specchio emozionale, mettendo a nudo lo spettatore con tutti i suoi disagi e i suoi limiti. Il cinema di finzione italiano non riesco a decifrarlo, soprattutto in Italia. Vedo molte scuole che nella realtà non esistono, ascolto frasi che non ho mai sentito fuori casa e situazioni surreali ma, insomma, se serve a far sognare anche un solo spettatore, ben venga anche quello.
Cos’è per te la felicità? E oggi dove risiede?
È provare a regalare un’emozione a chi guarda i miei progetti. Se lavoro per diversi anni a un progetto per emozionare anche un solo spettatore, la missione è compiuta. Ma questa è solo la mia, momentanea, felicità. Più in generale risiede nelle pagine del Fanciullino del Pascoli: nell’adolescenza, prevalentemente, e nella rara ma possibile capacità di stupirsi, da adulti.
Margherita Bordino
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