Intervista a Julia Ducournau e Vincent Lindon: regista e protagonista del film “Titane”

Abbiamo intervistato Vincent Lindon e Julia Ducournau per “Titane”, film Palma d’Oro 2021 che vede protagonista una donna non vittima ma carnefice. Un film violento ma al tempo stesso una grande storia d’amore, di incontro, di relazioni che possono nascere

TITANE Photo ©Carole Bethuel
TITANE Photo ©Carole Bethuel

Sfacciato, coraggioso, violento ma prima di tutto una storia d’amore. Titane, film di Julia Ducournau Palma d’Oro al Festival di Cannes 2021, è visivamente punk, trasgressivo, cupo. È un film che vuole essere di rottura con l’immaginario collettivo della donna e anche del cinema diretto da donne. Titane è quel tipo di film disturbante che genera riflessioni e distorsioni, destinato a dividere gli spettatori tutti, anche i più cinefili e disinvolti. Titane è un unicum di questi tempi, e non solo perché ha visto trionfare una donna al Festival di Cannes, la seconda in tutta la sua storia dopo Jane Campion con Lezioni di piano: il film mette in discussione i concetti di intimità, dipendenza, indipendenza, relazioni, e lo fa attraverso una ragazza vittima di un trauma feroce, flagello della sua futura esistenza, e un uomo disperato per avere perso la persona a lui più cara. Titane è anche un film sul rapporto padre-figlio. O meglio ancora, è questo il cuore pulsante della storia: Alexia ha un padre con cui non ha alcun rapporto, che non le rivolge mai lo sguardo, che sente la sua presenza ma la schiva; Vincent vive l’attesa di un figlio che non c’è più. Le loro anime deformate sono destinate ad incontrarsi, relazionarsi, combattersi e darsi una possibilità di amore e speranza. Cosa c’è allora di così tanto sconvolgente in Titane? Due cose in particolare: una donna non vittima ma carnefice e una Cadillac che la mette incinta. Titane è stato l’evento di apertura del Cinema Troisi a Roma, e dall’1 ottobre sarà in sala con I Wonder Pictures. Di Titane abbiamo parlato con la regista Julia Docounau e il protagonista Vincent Lindon.

TITANE Photo ©Carole Bethuel
TITANE Photo ©Carole Bethuel

Si è detto tanto su Titane in questi mesi. È un film horror, una favola nera o una storia d’amore?
Vincent Lindon: Non è un horror, non è una fiaba nera, queste sono le scorciatoie che tendiamo a prendere oggi, abbiamo bisogno di classificare sempre in modo molto rapido, bianco o nero, sì e no, questo e quest’altro. Non è così semplice. Questo linguaggio di riduzione del mondo non mi appartiene. Mi rendo conto che appartiene a chi usa i social network, che ha l’esigenza di condensare tutto in pochi caratteri ma non ha senso. Titane è un film d’autore, un’opera cinematografica che si sviluppa attorno a una storia d’amore. Questo è il fondo, l’essenza del film. Spesso viene accusato di essere un film violento; io non trovo che sia più violento di tantissime immagini cui sono sottoposti i nostri ragazzi, faccio sempre l’esempio di un primissimo piano di un proiettile di un kalashnikov o di una qualunque altra arma che entra nella testa di qualcuno e si vede il cervello che esplode. Non è più violento di un thriller in cui si mostrano casi di tortura nei confronti di qualcuno. Non è più violento di un film che parla di narcotrafficanti, e non è più violento dell’immagine cui siamo sottoposti la sera rientrando a casa e trovando senzatetto che dormono per la strada. Questa si che è una immagine estremamente violenta, quindi Titane non è un horror, non è orribile, non è violento, non è disturbante più di tante altre immagini cui noi assistiamo quotidianamente.

Di cosa si tratta realmente?
Vincent Lindon: È la storia di due esseri umani che sono completamente perduti. Lei non è mai stata in grado di suscitare l’amore del padre di cui ha sempre avuto bisogno, lui ha perso l’amore della sua vita perdendo suo figlio. Sono convinti che non sopravviveranno, eppure dal loro incontro nascerà una possibilità di sperare ancora e di amare più che mai in un modo sicuramente diverso. Titane è un inno al domani, al futuro. Non è orribile, è il contrario. Contiene una dolcezza e una speranza che è proprio quella dell’amore.

Alexia è una ragazza che ha vissuto un trauma nella sua infanzia, che poi diventa un’assassina e fugge dalle sue colpe. Come nasce un personaggio così feroce?
Julia Ducournau: hai parlato di trauma, e trauma è effettivamente un termine molto giusto. L’incidente d’auto è il trauma iniziale che fa da sfondo a tutto il film e in termini psicoanalitici equivale alla nascita di un neonato che quando viene alla luce è frastornato, sente rumori, cose che non aveva mai provato prima. L’incidente d’auto equivale a questo, e ha lasciato in Alexia una parte di metallo che crea un legame anche con le auto. Lei desidera, si sente attratta da tutto ciò che ha la forma, la consistenza del metallo. Questa placca di metallo è una materia fredda, è una materia pesante, un segno di morte, e rappresenta anche una parte di lei che è morta. Alexia è un personaggio col quale è difficile identificarsi. Volevo trovare un sistema per fare in modo che lo spettatore potesse attaccarsi al personaggio. Trovare qualcosa che consentisse di capirla. Io l’ho capita attraverso la violenza e questa violenza che rappresento è una violenza che mi appartiene. Non posso sopportare di vedere come le donne sono considerate delle potenziali vittime. Avevo bisogno di creare un personaggio che se aggredito, avesse la capacità di reagire, di arrivare fino a uccidere perché personalmente mi sento molto in collera nel vedere come siano percepite le donne nell’opinione pubblica. Le donne devono mettere in atto una strategia, e io ho voglia di sconvolgere questa costruzione sociale.

TITANE Photo ©Carole Bethuel
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Spike Lee, presidente di giuria a Cannes 2021, ha detto di aver visto nel tuo film genio e follia. Quale è stata la reazione che fino ad oggi ti ha colpita di più?
Julia Ducournau: mi ha fatto molto piacere il commento di Spike Lee, però c’è una cosa che mi è stata detta, non ricordo da chi, che mi ha fatto molto piacere: “alla fine del film ho pianto, non so neanche perché”. Ne sono contenta, è esattamente la reazione che volevo suscitare. Penso che questa persona abbia pianto per il ritratto dell’umanità che io faccio in questo film. Un ritratto molto duro in cui però c’è anche tanto amore. E poi la fine del film la considero estremamente ottimista.

In breve, Alexia e Vincent sono due anime deformi…
Vincent Lindon: Alexia ha paura di vivere e Vincent ha paura di morire. E il punto di intersezione rispetto al percorso di entrambi è veramente minimo e arrivano appunto a incontrarsi. Vincent ha paura di morire perché è vecchio, Alexia ha paura di vivere perché è giovane. La distanza che li separa, coincide. Attraverso il loro incontro, scoprono la possibilità di amarsi, di aiutarsi reciprocamente e illuminarsi sulla vita che per ciascuno resta da vivere. Per loro è davvero l’ultima occasione per capire qualcosa sull’amore.

– Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.