Cannes 2021: “A Chiara”, una storia di libertà e sopravvivenza per Jonas Carpignano

Jonas Carpignano è uno dei giovani registi da tenere d’occhio e sostenere. Dopo “A Ciambra”, torna alla regia e a Cannes con “A Chiara”, personalizzando ancora di più una grammatica visiva e di racconto così reale e vicina da conquistare ogni spettatore

Il film

Dopo quattro anni da A Ciambra, il regista italoamericano Jonas Carpignano torna a Cannes con A Chiara, presentato alla Quinzaine des Realisateurs. Si tratta del primo film italiano che passa in questi giorni di festival. Un racconto quasi documentaristico dove finzione e realtà si intrecciano perfettamente ponendo lo spettatore difronte all’interrogativo “quale è il limite tra queste?”. La Chiara cui fa riferimento il titolo è Chiara Guerrasio, quindicenne che inizia a farsi una serie di domande sulla sua famiglia e in particolare sul padre che, il giorno dopo il diciottesimo compleanno della sorella, scompare improvvisamente. È in quel momento che Chiara sente accostato al nome del suo supereroe la parola “latitante”. Chi è veramente suo padre? Cosa fa nella vita? La sua famiglia è mafiosa? Sono tanti i dubbi e le domande che si insinuano nella sua mente, ma il quesito più importante cui dovrà rispondere è “chi sono io? Cosa voglio dalla mia vita e dal mio futuro?”. 

UN RACCONTO DI FORMAZIONE

A Chiara, ispirato a tante storie vere,  è una racconto di formazione, di ricerca della verità, di sopravvivenza e di possibilità di scelta. Lo stile di Jonas Carpignano è travolgente, una grammatica di immagine sempre più personale e reale. E la sua visione di racconto non è da minimizzare con “un’immagine di una Calabria mafiosa o di grandi contraddizioni”: si tratta infatti di una piccola grande storia universale. La storia di una ragazza in cerca del suo futuro, un futuro che può essere del tutto differente da come sembrerebbe deciso per lei. In A Chiara il cuore del film è la festa-famiglia, la dimensione di una comunità solidale, unita, una rete di affetti che va ben oltre il giusto e lo sbagliato, il bianco e il nero. Chiara è una ragazzina che non sta alle regole, quelle imposte dalla famiglia e in particolare dagli adulti intorno a lei. La sua sete di verità è troppo forte, troppo grande, da andare oltre tutto, anche i legami di sangue. Il film termina con un messaggio di liberazione, di speranza, sul brano Voce di Madame mentre a firmare il commento musicale, oltre a Dan Romer, c’è Benh Zeitlin, il regista di Re della terra selvaggia.

LA FINE DI UNA TRILOGIA?

Jonas Carpignano ambienta a Gioia Tauro, terra che lo ha accolto e lo ospita da 10 anni,  i suoi tre film Mediterranea, A Ciambra e ora A Chiara. Potrebbe essere la fine di un ciclo, di una trilogia, o solo una casualità. “All’inizio non avevo affatto in mente l’idea di fare una trilogia, volevo solo filmare gli scontri razziali, ma ben presto ho capito che volevo realizzare tre film su tre aspetti di questa città”, racconta il regista. “Il primo era la comunità africana dei migranti, il secondo era la comunità rom un tempo nomade, ma divenuta completamente sedentaria e insediata in un quartiere particolare della città. Infine, la ‘malavita’, le persone coinvolte nell’economia sotterranea creata dalla mafia. Gioia Tauro è un microcosmo che fa parte di un più ampio contesto sociale ed economico, il mondo globalizzato. Eppure, io sono convinto che per esprimere un concetto universale sia necessario entrare nel dettaglio, essere intimi e locali”. A interpretare la protagonista di questo terzo lungometraggio di Carpignano è Swamy Rotolo, esordiente e non professionista che si rivela bravissima. Profonda, sfrontata, insolente, a tratti fastidiosa, restituisce gli umori, le emozioni e le sensazioni di una adolescente in cerca del suo posto del mondo, della sua opportunità di essere felice, della sua scelta di salvezza. Del nuovo lavoro di Carpignano, accolto molto bene dalla stampa italiana e internazionale, scrive lo Screendaily: “questa volta Carpignano è artisticamente più ambizioso, creando una visione dai toni dell’orrore di una terra devastata costretta a vivere oltre la legge e oltre il confine in modi che sono letteralmente e metaforicamente sotterranei”. È se fosse questo il film-sorpresa di tutto il Festival di Cannes?

– Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.