Martin Scorsese dialoga con Fran Lebowitz: la miniserie tv che racconta New York

La New York di ieri e di oggi, la New York di Fran Lebowitz. Martin Scorsese firma la regia della miniserie dedicata a una brillante ed eclettica scrittrice e umorista americana. Nelle loro conversazioni non mancano cinema, letteratura, musica, arte, vita quotidiana. Il risultato è esilarante.

Fran Lebowitz
Pretend It's a City (L to R) Fran Lebowitz as Fran Lebowitz in episode 101 of Pretend It's a City Cr. COURTESY OF NETFLIX � 2020

Il regista Martin Scorsese ascolta e se la ride a crepapelle mentre di fronte a lui Fran Lebowitz racconta la sua vita a New York. Ironica, intelligente, dalla parola pronta e attraente. Il regista premio Oscar per The Departed – Il bene e il male firma la regia di un’esilarante miniserie documentaria che ha il ritmo e il gioco della stand-up comedy. Fran Lebowitz: una vita a New York, questo il titolo, è disponibile su Netflix in sette puntate da circa mezz’ora l’una in cui lo spettatore è immerso nel trambusto della Grande Mela tra ricordi, in particolare degli anni ’70/80, e cambiamenti inevitabili, anche tecnologici. Fran Lebowitz ne è la protagonista, ed è a dir poco eccezionale. Scrittrice, opinionista e umorista, ha sempre qualcosa da dire e difficilmente si riesce a smentirla. Girare e montare questa miniserie deve essere stato un vero spasso per Martin Scorsese, come si vede e sente durante le varie conversazioni. Non solo intervista e ascolta una sua grande amica, personaggio dal fascino intramontabile di una New York che fu, ripercorrendo pregi e difetti della città, ma si concede, tra le altre cose, un grande, grandissimo omaggio musicale che accompagna quasi tutte le puntate attraverso le note composte dal Maestro Nino Rota per La dolce vita di Federico Fellini. 

SCORSESE – LEBOWITZ, IL RITORNO

“La gente per strada mi infastidisce molto, vi spiego perché. Sento che dovrei scrivere un manifesto, un tempo scrivevo, e come titolo, che sarebbe una sorta di consiglio per le persone userei ‘Fingi che sia una città’. Io non posso fermarmi un secondo o fumarmi una sigaretta davanti a un locale senza che dieci persone mi chiedano indicazione all’istante e questo mi stupisce. Penso ‘davvero vi sembro un tipo cordiale’?”. È così che Fran Lebowitz si presenta al pubblico di Netflix. Diretta, schietta, senza peli sulla lingua. Il luogo principale di questa miniserie è il The Players, club privato fondato a New York dal noto attore shakespeariano del 19esimo secolo Edwin Booth. Qui si ritrovano il già citato Martin Scorsese e il produttore Ted Griffin insieme a Fran Lebowitz; dietro la macchina da presa di Fran Lebowitz: una vita a New York c’è Ellen Kuras, cara collaboratrice di Scorsese, mentre tra un’intervista e un’altra si susseguono pubblicità vintage o clip di film, come quella tratta da Il gattopardo di Luchino Visconti. Non è la prima volta che Scorsese conversa con la Lebowitz e soprattutto non è la prima volta che viene fatto un racconto documentario delle loro conversazioni. È già avvenuto circa un decennio fa (in Public Speaking), la location era però un’altra, era il The Waverly Inn. Nulla di nuovo forse, se non fosse che Fran Lebowitz: una vita a New York non è solo di una lunga intervista inedita ma un collage perfetto in cui si intrecciano anche filmati d’archivio e vecchie conversazioni, come quella tra la Lebowitz e Spike Lee o Alec Baldwin.

UN RACCONTO DI PAROLE E OPINIONI

In Fran Lebowitz: una vita a New York Martin Scorsese segue la scrittrice nei suoi luoghi preferiti della città da Time Square alla metropolitana vicino casa, dalle piccole librerie che stanno sparendo alle biblioteche. Ascoltando Fran Lebowitz e osservandola viene un po’ da pensare a Woody Allen. Hanno entrambi un’innata capacità narrativa coinvolgente oltre ad un romantico sguardo disincantato del mondo. Qualche somiglianza c’è tra i due personaggi ma in realtà sono entrambi unici, sia chiaro! Sono tantissime le riflessioni degne di nota di Fran Lebowitz mostrate in questa miniserie, al punto che sarebbe un peccato farne spoiler – anche perché puntualizziamo: non è un biopic, è un racconto di parole e opinioni –. Una cosa però molto interessante la dice sull’arte. Parlando delle aste dice: “viviamo in un mondo in cui si applaude il prezzo ma non l’opera”. Una battuta lapidaria di un discorso molto più ampio e che riflette perfettamente la grande contraddizione dell’arte, dell’oggetto artistico qualunque esso sia. Fran Lebowitz è così arguta, in ogni sua risposta o considerazione, che alla fine della miniserie vien voglia di rivederla, riascoltarla e di passare più tempo insieme a lei. La stessa che congeda lo spettatore così: “chiunque tu sia hai solo la tua vita ma nei libri hai un trilione di vite. Per me è un modo di essere immensamente ricchi, e forse è per questo che non mi importa dei soldi. Dal momento che puoi leggere sei incredibilmente ricco, cioè voglio dire… così ricco che se passi il tempo a leggere non te ne resta per il denaro che non è niente in confronto a leggere, che è immenso”. 

– Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.