Mandibules, la nuova commedia dell’assurdo di Quentin Dupieux

Il film presentato al fuori concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia conferma il carattere umoristico e dissacrante del regista francese.

Mandibules, Quentin Dupieux, Venezia 77
Mandibules, Quentin Dupieux, Venezia 77

Immaginate di prendere La metamorfosi di Kafka, Pulp Fiction, i fratelli Coen e Scemo & più scemo. Associazioni libere, lampi di immaginazione suggeriti da quel grande rimasticatore di cultura pop che è Quentin Dupieux, fuori concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con Mandibules,una commedia fresca e surreale, assurda, demenziale e situazionista, una delle piccole grandi scoperte di questa coraggiosa edizione. Ci sono una valigetta dal contenuto sconosciuto da recapitare in cambio di una ricompensa, una mosca gigantesca e gommosa trovata per caso nel bagagliaio di una Mercedes rubata e che viene addestrata per commettere furti e rapine, un viaggio di due amici, Manu (Grégoire Ludig) e Jean-Gab (David Marsais), fuori dagli schemi che si salutano e esprimono le emozioni più svariate facendo il gesto delle corna e urlando “Toro-Toro”, un fraintendimento sentimentale, un’algida bionda che li soccorre per strada e li conduce alla propria villa estiva avendo scambiato Manu per un amore adolescenziale, una ragazza con una disabilità molto particolare(una divertentissima Adèle Exarchopoulos), che parla urlando come se avesse ingoiato un megafono, una bicicletta a forma di unicorno e una dieta a base di cibo in scatola per gatti. 

Mandibules, Quentin Dupieux avec le palmashow
Mandibules, Quentin Dupieux avec le palmashow

MANDIBULES: INCURSIONI NELL’ASSURDO E COMMEDIA DEMENZIALE

Insomma, ci sono tutti ingredienti giusti per confezionare una narrazione bizzarra che non lascia nulla al caso pur risultando sempre piacevolmente inaspettata, per un film che è un inno alla vita e abbandona ogni riso amaro. L’autore francese, di cui avevamo recensito il precedente Deerskin all’ultimo Festival di Cannes nel 2019, non si smentisce, pare avere il sacro dono della comicità, soprattutto quando si tratta di road movie. Gli piacciono le chiacchiere scomposte da automobile, le gag, le situazioni assurde, il fantastico che piomba nel reale attraverso pupazzi, animali fuori scala e oggetti animati, il cinema di genere e americano. Quentin Dupieux è inafferrabile e comprensibile, è sofisticato e popolare, è francese e internazionale, figlio degli anni Novanta e dei Settanta, della pubblicità e delle sitcom, con quella stessa abilità nel gestire la parola parlata. La fotografia sempre desaturata, scaricata di contrasti, la regia invisibile senza virtuosismi di macchina ma estremamente riconoscibile, la capacità di scegliere dei volti molto francesi ma che allo stesso tempo fanno il verso al cinema americano, rendono le sue opere iconiche e indimenticabili. Una rarità oggi per il cinema europeo. 

-Carlotta Petracci

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.