A tutto Ghibli! La nuova primavera dello studio d’animazione giapponese

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Film, colonne sonore, mostre fotografiche e libri. Una nuova primavera è sbocciata intorno alle produzioni del celebre Studio Ghibli. Che, finalmente, si è lasciato tentare dal mondo digitale.

Le spiegazioni ovviamente non le ha fornite personalmente lui, il grande genio dell’animazione giapponese Hayao Miyazaki. Bensì il suo numero uno, l’uomo dietro ogni annuncio ufficiale che lasci le stanze dello Studio Ghibli per diffondersi nel resto del mondo: vale a dire il produttore Toshio Suzuki – al quale andrebbe riconosciuto un giorno il merito di essere stato l’assoluto artefice dei successi di Miyazaki e del suo socio Isao Takahata anche fuori dai confini giapponesi.
La notizia della disponibilità dei capolavori Ghibli sulla piattaforma per eccellenza dello streaming, Netflix, in 190 Paesi, a partire dallo scorso febbraio, ha generato un entusiasmo misto a confusione. Anche coloro che conoscono un poco Miyazaki, infatti, sanno che la sua diffidenza verso la distribuzione all’estero dei suoi film è stata leggendaria (colpevole il trattamento subito dal suo Nausicaa della Valle del Vento per mano della New World Pictures nel 1985, che tagliò venti minuti dalla pellicola originale). Ma poi è sopraggiunto lo storico accordo del 1996 con la Walt Disney, per effetto del quale capolavori come Nausicaa, Totoro e Porco Rosso sono in seguito stati distribuiti nelle sale di altri Paesi (in Italia ci ha pensato Lucky Red). I film Ghibli su Netflix sembrano quindi un gran bel paradosso, perché Miyazaki – strenuo difensore dell’animazione fatta a mano – in passato ha sempre sferrato attacchi durissimi contro dispositivi elettronici, intelligenze artificiali, computer e smartphone (che tra l’altro neanche usa!).

UNA SEMPLICE VERITÀ

La migliore occasione per raccontare come stanno le cose sulla questione Netflix si è palesata il 7 marzo scorso all’HMV & Books di Shibuya, quartiere di Tokyo, quando Toshio Suzuki ha presentato una mostra fotografica legata al volume Ghibli Museum Monogatari: libro fotografico di 160 pagine in cui sono stati raccolti gli scatti del fotografo thailandese Kanyada. A lui – e soltanto a lui! – è stato concesso di immortale ciò che solo i visitatori del Museo d’Arte Ghibli possono ammirare (all’interno dell’edificio non è consentito fare foto), posizionandosi però ad altezza bambino per costringere gli adulti a vedere le cose da quella prospettiva e riscoprire qualcosa della loro infanzia.
La pubblicazione di un volume che per la prima volta mescola segreti e immagini del Museo Ghibli permettendo di incrociare Totoro alla reception o il soldato robot de Il castello nel cielo sul tetto, si è così fusa con l’attualità che tanto ha reso euforici i fan di mezzo mondo. La decisione di Miyazaki di passare i film Ghibli su Netflix è in realtà una verità piuttosto ovvia e onorevole al tempo stesso, che altro non fa se non replicare compromessi accettati dal regista in passato per finanziare i suoi film. Da qualche anno infatti Miya-san è al lavoro sul nuovo lungometraggio Kimi-tachi wa do ikiru ka (E voi come vivrete?), portato avanti senza pressioni e con notevoli sforzi economici e produttivi. Netflix, in pratica, sta solo dando una mano a Miyazaki.

DA NETFLIX A SPOTIFY

Poiché Toshio Suzuki si considera uno della generazione di baby boomer (è nato nel 1948), cresciuto frequentando i cinema per vivere grandi emozioni, la diffidenza dell’amico Miyazaki per le diavolerie tecnologiche gli è chiara (e il documentario Never-Ending Man: Hayao Miyazaki un po’ lo ha raccontato). Tuttavia, Suzuki è anche un inguaribile curioso e questa faccenda della frontiera digitale lo ha interessato prima ancora di fargli fiutare l’affare. Ed ecco il secondo colpo grosso della stagione: dopo i film, le colonne sonore delle pellicole Ghibli approdano su Spotify!
Quello delle musiche dei film Ghibli è l’altro grande tabù a cadere. Se i fan di primo letto si inchinavano al caro vecchio CD, oggi le illecite vie del download hanno fornito una scorciatoia. Anche qui la portata della proposta Spotify è clamorosa e mastodontica. È stata annunciata la presenza di 23 colonne sonore dei film, compresa quella dei cortometraggi Ghiblies e del film La tartaruga rossa (2017), diretto dall’olandese Michaël Dudok de Wit e prodotto da Isao Takahata.
In aggiunta alle colonne sonore firmate da Joe Hisaishi, Yuji Nomi, Tamiya Terajima, Satoshi Takebe, Spotify ospiterà anche i leggendari Image Album, vale a dire le composizioni musicali ispirate ai film Ghibli che di solito in Giappone uscivano prima della colonna sonora e del film stesso (se volete accettare un consiglio, ascoltate gli Image Album di Porco Rosso e Princesss Mononoke: assolutamente bestiali). Quattordici album che vanno ad aggiungersi al mucchio coprendo un inestimabile tesoro musicale di 693 tracce.

Mario A. Rumor

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Mario A. Rumor
Ha scritto di cinema e televisione per Il Mucchio, Empire Italia, Lettera43, Just Cinema e numerose altre riviste italiane e inglesi, tra cui Protoculture Addicts, TelefilmMagazine, Retro, Widescreen, DVD World, ManGa!, Scuola di Fumetto e Leggere:Tutti. Con Weird Book ha collaborato al volume “Joe Dante. Master of Horror” con un saggio su Gremlins, e pubblicato le monografie “Un cuore grande così. Il cinema di animazione di Isao Takahata” (2019, seconda edizione), “Osamu Dezaki. Il richiamo del vento” (2019). È inoltre autore di “Tōei Animation. I primi passi del cinema animato giapponese” (Cartoon Club, 2012), “Created By. Il nuovo impero americano delle Serie Tv” (Tunué, 2005) e “Come bambole. Il fumetto giapponese per ragazze” (Tunué, 2005). Vincitore nel 2015 del Premio Letterario Nazionale “Trichiana Paese del libro” e del premio speciale Casse Rurali Valli di Primiero e Vanoi nell’ambito del prestigioso premio letterario “Grenzen-Frontiere”.