Dickinson: la serie femminista di Apple Tv+ che racconta il mito della poetessa americana

Emily Dickinson è al centro di questa serie televisiva in 10 episodi prodotta da Apple tv+. La vita della poetessa e la voglia di emanciparsi sono il filo conduttore dell’intero racconto.

Dickinson Apple TV
Dickinson Apple TV

Quando Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé (1929), un vero e proprio classico della saggistica femminista, sottolinea la necessità per le donne di condurre una vita indipendente e coltivare la propria natura creativa, lo fa ponendo l’accento sulle possibilità materiali tradizionalmente ed esclusivamente offerte agli uomini, per potersi dedicare alla piena espressione di sé.

LE DONNE DELLA LETTERATURA, DA WOOLF A DICKINSON

Perché mai le donne dovrebbero seguire il percorso della madre? Per quale motivo la casa, luogo di cui occuparsi, non può diventare quel rifugio necessario per rivolgersi alla scrittura? Circa un secolo prima ad Amherst, in Massachusetts, nasce Emily Dickinson, la cui storia personale forse ha rappresentato uno spunto per le riflessioni della scrittrice britannica, tanto quanto per la nuova linfa ed enfasi posta sulla “questione femminile” dopo l’ondata Me Too. Alena Smith propone, su Apple Tv+, una rilettura in chiave black comedy, un coming-of-age a tratti surreale, che probabilmente, pur nella differenza, si avvicina di più all’entusiasmo dilagante per la serie televisiva Euphoria di HBO, che alla fedeltà al mito della poetessa americana. L’intensità dei suoi versi fa da sfondo a una storia di emancipazione confezionata per Post-Millennials, dove una talentuosa Hailee Steinfeld (classe 1996), presta corpo, volto e ironia a un personaggio tipicamente contemporaneo, che si esprime nei toni di “What’s up, girls” e partecipa a feste dove si fa twerking e ascolta la trap. L’idea di modernizzare il personaggio riguarda anche il suo intimo rapporto con la morte, che prende le sembianze del rapper Wiz Khalifa, dandy nell’abito e nell’animo, accompagnato da una misteriosa carrozza nera, su cui Emily sale con un abito rosso vermiglio, nel cuore della notte.

LA SERIE DICKINSON

Nell’arco delle dieci puntate della serie Dickinson la costante è rappresentata dal forte desiderio di diventare una poetessa, all’interno di una società e di un contesto familiare, in cui la donna è relegata a un ruolo marginale (il padre Edward, interpretato da Toby Huss, ha persino scritto un libro sulla sua educazione e destinazione: la casa), dove la volontà di studiare e sviluppare la propria intelligenza e capacità critica sono vissute come un disonore. Nell’opposizione al suo futuro, non è da meno la madre che, sulle prime, cerca ripetutamente per lei un buon marito, sorte a cui Emily si sottrae adottando un comportamento mascolino, tanto quanto ricorrendo a scherzi sopra le righe, come quello di gettare un topo morto nel grembo del futuro pretendente; e successivamente rimproverando il padre per la libertà concessa alla figlia. L’idea di non sposarsi è uno dei pilastri della sua vita. Attorno a questa scelta ruota un complesso sistema di azioni e trasformazioni sociali. Primo, l’amore non è esclusivamente eterosessuale. La prima persona che fa palpitare il cuore di Emily e che scuote la sua vena poetica, è l’amica d’infanzia Sue Gilbert (Ella Hunt) che, orfana di famiglia e senza averi, è destinata a sposare il fratello Austin (Adrian Enscoe). Secondo, l’incontro con una giovane scrittrice con meno ambizioni e più concretezza, fa luce su una strada alternativa per le donne che vogliono essere indipendenti e mantenersi: scrivere romanzi destinati a un pubblico popolare, spesso ricorrendo a uno pseudonimo maschile, magari anche con qualche accenno pruriginoso. Per Emily però la strada è un’altra, lo ricorda proprio il dialogo con la Morte (Wiz Khalifa): non essere pubblicata in vita (se non raramente, come sappiamo dalla vera storia) ma diventare “l’unica Dickinson di cui parleranno tra duecento anni”. “Notorietà e immortalità – sottolinea la Morte – non sono la stessa cosa. L’immortalità che raggiungerai non si ottiene seguendo le regole. Bensì infrangendole”.

CONTRO LE REGOLE

La regola da infrangere dunque è proprio non sposarsi, perché verrebbe a mancare il tempo per scrivere e perché si tratterebbe di una forma zoppicante di emancipazione dalla famiglia d’origine, che consisterebbe nel passaggio della figlia da proprietà del Padre a quella di un altro uomo, senza alcun cambiamento nella sua condizione di asservimento. La forza di Emily, dopo aver vissuto anche la morte dell’uomo di cui si innamora, può essere riassunta nella tenace e sfrontata affermazione e dichiarazione identitaria rivolta al genitore, al suo ritorno dall’esperienza politica: “Padre, io sono una poetessa e (…) intendo scrivere centinaia, migliaia di poesie, proprio qui in questa stanza. Le migliori poesie mai scritte, di Emily Dickinson. E non c’è niente che tu possa fare per fermarmi”.

Carlotta Petracci

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Sempre in bilico tra arte e comunicazione, fonda nel 2007 White, un'agenzia dal taglio editoriale, focalizzata sulla produzione di contenuti verbo-visivi, realizzando negli anni diversi progetti: dai magazine ai documentari. Parallelamente all'attività professionale svolge un lavoro di ricerca sull'immagine prestando particolare attenzione alla sua relazione con altri media e forme espressive, in primo luogo la musica. Di cui ama scrivere ma che rappresenta un elemento essenziale della sua identità di filmmaker, nei documentari quanto nelle videoinstallazioni. Appassionata di filosofia, sociologia, antropologia e, nell'accezione più ampia e nomadica, di tutte le scienze, fa convergere i suoi svariati interessi in un approccio ai contenuti, in uno sguardo e in uno stile di scrittura assolutamente cross-disciplinari.