Chi sono le Bestevem e come sostengono il 48 Hour Film Project

Una lunga intervista alle Bestevem: un’attrice, un’architetto e una project manager. Dal loro impegno nel 48 Hour Film Project a cosa vuol dire essere donna nell’industria dell’audiovisivo oggi

48 Hour Film Project
48 Hour Film Project

Ci siamo, manca pochissimo alla 13esima edizione del The 48 Hour Film Project, un contest dal taglio internazionale e che coinvolge diversi aspetti della macchina cinema. Un contest quasi adolescente potremmo dire. Quali cambiamenti avete notato in questi anni?

ESTER: La qualità dei corti in concorso è cambiata molto ed è cresciuta negli anni. Partecipano molti professionisti e sono tutti molto ambiziosi, ci tengono a fare un buon lavoro perché noi diamo grande visibilità ai corti e diamo ai partecipanti la possibilità di entrare in contatto con grandi professionisti del cinema ossia i membri della nostra giuria che visionano e valutano i corti. 
EVA: Si è molto professionalizzato. Sia da parte dei concorrenti (il livello tecnico ogni anno ci stupisce di più) sia dalla nostra. Da una giuria internazionale al livello di organizzazione (anche di persone che collaborano con noi)
TANIA: Abbiamo notato con soddisfazione che la qualità dei cortometraggi realizzati nel corso degli anni è migliorata enormemente e di pari passo si è alzata anche l’età dei partecipanti. Non più soltanto neodiplomati o diplomandi delle scuole di cinema ma anche e soprattutto professionisti, giovani solo anagraficamente.

Il The 48 Hour Film Project è diventato un appuntamento annuale molto importante soprattutto per i giovani che si affacciano al cinema. È una mia impressione o questo contest è l’unico momento che me mette sotto i riflettori veramente tutte le figure del cinema, anche quelle che spesso si danno per scontate?

ESTER: siamo molto orgogliose di questo, con i premi per ogni categoria vogliamo dare la giusta importanza a tutti i professionisti che lavorano e si impegnano dietro le quinte per ottenere il risultato, un film non è fatto solo di attori. È giusto che il pubblico lo sappia e che i professionisti abbiano modo di salire sul palco e sentirsi parte anche del successo di un corto.
EVA: Fare cinema vuol dire fare squadra. È un lavoro che coinvolge tante persone. Ci sembra giusto che tutti i reparti abbiano la stessa visibilità e di conseguenza anche il lavoro dei concorrenti.
TANIA: Siamo state sempre molto attente a dare valore ad alcuni mestieri del cinema che spesso sono oscurati da quelli più noti al grande pubblico – penso ad esempio agli attori o al regista. La scelta di una giuria tecnica ci sembrava avesse sia la funzione di dare, appunto, il giusto risalto ad alcune professioni fondamentali per la riuscita di un buon film ma anche permettere ai ragazzi di ricevere consigli ed entrare in contatto con chi può aprire loro le porte del professionismo, quello vero. Tante sono infatti le case history di successo del 48 Hour Film Project.

Il The 48 Hour Film Project è un progetto internazionale che coinvolge, se non sbaglio, 140 città in tutto il mondo. Come Le Bestevem sono diventate motore centrale e organizzativo in Italia di questo contest?

EVA: Tania Innamorati aveva già collaborato in passato con il responsabile anteriore. Quando lui abbandonò il progetto chiese a lei se voleva prendere il contest. Le Bestevem erano state “create” da poco e così accettammo la sfida insieme.
TANIA: Per puro caso e grazie alla collaborazione con il precedente organizzatore, Enrico Ventrice, che si trasferì per lavoro negli Stati Uniti e lasciò a me – Tania – l’eredità del concorso, condivisa poi con Le Bestevem. Il team di lavoro al femminile non nasce però con il 48 Hour Film Project ma poco prima, grazie alla produzione di un cortometraggio dal titolo Eve al Desnudo, la cui troupe era composta soltanto da donne. Oltre 20 ragazze sul set e un solo uomo: il coprotagonista Tinto Brass, nell’inedita veste di attore. Il corto fu selezionato al Festival di Cannes nella sezione Short Film Corner e noi ci divertimmo come pazze. Capimmo che insieme potevamo fare qualunque cosa e di lì a poco partì il 48 Hour Film Project Italia.

48 Hour Film Project
48 Hour Film Project

Se in rete si fa una ricerca su Le Bestevem si legge “impegnate nella ricerca di nuovi modelli di ideazione, produzione e distribuzione audiovisiva”. Ebbene, quale sono state le vostre maggiori difficoltà e maggiori successi in questi anni?

ESTER: Tutti si innamorano delle nostre idee ed abbiamo sempre dei feedback molto positivi. La realizzazione di prodotti cinematografici e degli eventi che noi realizziamo hanno dei costi relativamente alti, lavorano tante persone per realizzare un cortometraggio o un festival, noi ci teniamo tantissimo che il lavoro non sia mai gratuito e non vogliamo fare parte di un sistema che non funziona ma per sostenere tutti questi costi serve tanta ma davvero tanta fantasia in un paese che pensa che il lavoro intellettuale e la cultura debbano essere gratuiti.
EVA: Il primo progetto targato “Le Bestevem” è stato un corto di nome “Eve al Desnudo” dove tutta la squadra, assolutamente tutta senza eccezioni, era fatta da ragazze. L’unico ospite il Maestro Tinto Brass che appare in un cameo. Ebbene, questo corto fu scelto al Short Film Corner di Cannes.
TANIA: Noi Bestevem veniamo da esperienze molto diverse e lavoriamo in parallelo in altri ambiti (Eva è una musicista, Ester è architetto e io mi occupo di cooperazione internazionale), ma questa “diversità” non la viviamo come un limite, ci arricchisce. I progetti che portiamo avanti, spesso vanno oltre il cinema tout court: spaziano dalla musica all’architettura fino alla formazione e all’impegno sociale e ambientale. Le difficoltà per chi opera nel settore audiovisivo in Italia sono molte, è innegabile e lo sono ancora più per chi, come la sottoscritta, ha anche una figlia e un lavoro in parallelo.

Secondo voi, nel mondo dell’audiovisivo, continuare a parlare di temi maschili o femminili non è limitante? Spiego meglio… Nel 2019, ancora purtroppo, se un uomo fa un ritratto di una donna eccellente questi viene elogiato, stimato. Se una donna fa una cosa analoga, come anche scrivere una sceneggiatura su un personaggio maschile e un crime c’è molto stupore. Quale è il vero problema?

EVA: Il vero problema è che non c’è uguaglianza, anche se magari uno non lo soffre sulla propria pelle… Sono secoli di tradizione e cultura maschilista che non si cancellano in un secondo. È certo che ci sono eccezioni nella storia, o periodi meno bui, ma quasi sempre in ambienti di potere. “L’eccentricità” intesa come atteggiamento diverso è ben accetta tra le classi alte. Tra le classi meno abbienti le sorti di quelle donne erano ben diverse. E lo vediamo anche oggi in tanti parti del mondo.
TANIA: Ci è successa una cosa del genere pochi mesi fa, durante le riprese di un cortometraggio dal titolo Il Mai Nato; è un mockumentary da me scritto che racconta, dal punto di vista dei media e dei parenti prossimi, la storia di un bambino che non vuole uscire dall’utero materno. Una delle interpreti, bravissima attrice e donna molto intelligente, mi chiese il giorno prima delle riprese: perché è un bambino e non una bambina? Rimasi spiazzata. In realtà non c’è una ragione, mi è venuto così, ma il fatto che una persona che stimo possa pensare che io sia poco coraggiosa o peggio inconsapevolmente maschilista mi ha destabilizzato. La domanda dell’attrice è, secondo me, sacrosanta in questo periodo storico. Perché non una bambina. Crediamo sia necessario passare per una fase di estremizzazione, tenere altissimo il livello di attenzione sul tema della discriminazione di genere, per tutto il tempo che il processo di emancipazione richiederà, anche se ci vorranno ancora decenni.

Un’ultima cosa. Il vostro logo è una “B” che ricorda quella di Barbie. Come mai? Semplice scelta di marketing?

EVA: Siamo delle estete! Innanzitutto perché ci piaceva la tipografia (è tutto opera di Ester Stigliano) e poi perché era perfetto. Si può essere professionali e di successo ed essere “Barbie” (o meglio, femminili) allo stesso tempo. E per non creare controversia, è chiaro che quello non è l’unico modello di femminilità. Per la cronaca, mai avuta una Barbie… io, da spagnola, preferivo le “Barriguitas”! (bamboline un po’ cicciottelle)
ESTER: Non solo scelta di marketing. Inizialmente le Bestevem volevano essere una sorta di entità astratta, non volevamo mostrare i nostri volti. Volevamo confondere un po’ le idee per cui l’idea della barbie ci avrebbe rappresentate ma in maniera un po’ controversa, noi siamo l’opposto dell’idea di bambola. A me ha sempre divertito l’identità multipla della barbie, ce n’è una per ogni professione: barbie medico, barbie cantante, barbie astronauta. Un po’ come noi: c’è la Bestevem attrice, la Bestevem architetto, la Betsevem manager, e poi la bambola si trasforma a seconda delle occasioni, un po’ come tutte le donne hanno diversi aspetti: la mamma, la professionista, ci manca barbie shopping e barbie hawaii nel team per ora!
TANIA: Penso che dietro ci sia soltanto il divertimento che abbiamo provato quando Ester ci ha mostrato tra le varie proposte quella B gigante dal sapore anni ’80, bianco su nero. Ci ha conquistato il suo tono dissacrante ed eccessivo che un po’ ci appartiene. Della Barbie infatti non abbiamo nulla, né ambiamo ad avere nulla, ci sentiamo più le anti-Barbie: la perfezione è noiosissima! 

Margherita Bordino

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.