The Burnt Orange Heresy: tutta l’arte nel film di Giuseppe Capotondi

Torniamo sulle tracce di The Burnt Orange Heresy e dell’arte italiana. Film di chiusura della 75esima Mostra del Cinema di Venezia.

THE BURNT ORANGE HERESY Claes Bang and Elizabeth Debicki Credits Jose Haro
THE BURNT ORANGE HERESY Claes Bang and Elizabeth Debicki Credits Jose Haro

Quale è la verità dentro ad un’opera? Chi può definirla veramente? Il suo autore o il critico? L’italiano Giuseppe Capotondi ha presentato, sul finire della 75esima Mostra del Cinema di Venezia e in anteprima mondiale, il suo The Burnt Orange Heresy, basato sul best seller omonimo firmato da Charles Willeford, la storia di una coppia che finisce col l’essere immischiata in un furto d’arte. Rispetto al romanzo di Willeford l’ambientazione del film di Capotondi si sposta dalla Florida alla Lombardia, precisamente fra Milano e il Lago di Como, però mantiene la potente struttura narrativa oscillante tra verità e menzogna. In sintesi, è un noir ambientato nel mondo dell’arte e ricordata in più momenti La migliore offerta di Giuseppe Tornatore. Abbiamo scelto di tornare su questo film per raccontare il mondo dell’arte italiana presente nel film e segnalataci da un attento gallerista, Vanni Rinaldi della galleria Univocal Art Gallery.

L’ARTE DIVENTA NOIR

Come si può leggere dalle note di regia, “The Burnt Orange Heresy è intrinsecamente un racconto faustiano mascherato da giallo neo-noir. Parla dei limiti estremi che siamo disposti a oltrepassare per realizzare le nostre ambizioni e delle menzogne che tramiamo per perseguire i nostri obiettivi; bugie che, alla fine, intaccano il senso stesso della nostra realtà. Parla delle maschere che indossiamo ogni giorno della nostra vita per essere accettati, amati, avere più successo, e di ciò che accade quando ci togliamo la maschera: siamo ancora in grado di riconoscerci? Ci piace quello che vediamo?”. Un racconto molto interessante soprattutto in relazione al discusso mondo dell’arte attuale e della critica: ha ancora senso? Capotondi continua scrivendo nelle note: “questo film tratta dell’inganno e del potere che riflettono l’epoca di ‘Post-Verità’ nella quale viviamo (o, nell’attuale fase storica, dovremmo forse dire ‘Post-Vergogna’?), ma più di tutto è un giallo psicologico che gioca con gli elementi del genere per cercare di dire una piccola verità. O, forse, una piccola bugia”. The Burnt Orange Heresy è un film che ha una ambizione chiaramente hitchcockiana ma finisce col perdersi nei dialoghi corposi.

GLI ARTISTI COINVOLTI NEL FILM

Ciò che interessa a noi in questo caso è andare oltre il racconto filmico ma spostare l’attenzione dalla trama e dal cast (Elizabeth Debicki, Donald Sutherland, Rosalind Halstead, Claes Bang, Mick Jagger) e rivolgerla allo sfondo, agli oggetti che ornano il tutto. In questo sfondo ci sono tanti artisti italiani chiamati in causa. Dai ringraziamenti dei titoli di coda del film The Burnt Orange Heresy si possono leggere i nomi di questi artisti che hanno messo a disposizione le proprie opere: Air Daryal, Alessandro Gedda, Alfredo Rapetti Mogol, Alice Visentin, Andrea Barzaghi, Antonio Grulli, Daniele De Lonti, Edoardo Piermattei, Flavio Favelli, Goldschmied & Chiari, Marco Pariani, Marco Schiavone, Mario Arlati, Martina Antonioni, Nicola Melinelli, Omar Hassan, Paolo Manazza, Stefano Piasano, Elsa Mora.

IL RACCONTO DI AIR DARYAL

Air Daryal è una delle artiste coinvolte in questo film. Le sue opere sono chiaramente visibili nella scenografia, di cui riportiamo uno scatto fornitoci. È lei stessa a raccontarci della sua collaborazione con The Burnt Orange Heresy.Un anno fa, dopo la mia mostra personale dal titolo The Shining Hardness al Mac di Milano, curata da Angelo Crespi, la Fondazione Maimeri tramite la mia galleria di riferimento, mi ha avvertito del fatto che Totoi Santoro, affermato scenografo italiano, aveva richiesto le mie opere per la scenografia del film che The Burnt Orange Heresy. Stavano girando alcune scene a Como, in una prestigiosa villa e dopo aver visto i miei dipinti li hanno trovati perfetti per la location e per il film. Fin dall’inizio mi ha colpito molto la trama del film, tratta dal libro di Charles Willeford. È il mistero dell’arte a muovere i filamenti di The Burnt Orange Heresy, senza svelarsi mai completamente, lasciando all’enigma l’onore di tratteggiare il racconto. Ho quindi deciso di firmare la liberatoria e concedere i diritti di utilizzo di cinque mie opere all’interno del film”.

VERSO LA MOSTRA DI VENEZIA

Air Daryal continua raccontando come ha vissuto l’attesa di vedere le sue opere sul grande schermo, anche perché ignara fino a quel momento di quanta visibilità effettiva avrebbero avuto. “Durante l’anno mi sono chiesta molte volte come stesse procedendo il film e la collocazione dei miei quadri al suo interno. Finalmente sabato 7 settembre ho partecipato alla 76esima Biennale del Cinema di Venezia e dopo la cerimonia del Leone d’oro, ho assistito alla prima mondiale del film che ha appunto chiuso il festival. Dopo pochi minuti dall’inizio del film, all’interno di una favolosa villa sul Lago di Como, ho visto i miei dipinti, di fronte a Mike Jagger, nel ruolo del collezionista e proprietario della villa e dei quadri Cassidy. È stata un’emozione incredibile. Le inquadrature sui dipinti si sono ripetute per più di 4 minuti ma per me sono stati un’eternità. Claes Bang ed Elizabeth Debicky erano di fronte ai miei quadri White Angel, Heart of Ice e Attica in una conversazione attinente al collezionismo e al valore dei quadri con il personaggio di Jagger”. Sarà la stessa emozione provata dagli altri artisti coinvolti nel film? Quale effetto avrà avuto vedere la propria parte attraverso un’altra forma dell’arte? “Un’esperienza veramente splendida ed indimenticabile, che sono sicura vivranno tutti coloro che hanno investito e creduto nella mia arte, quando vedranno il film al cinema. Difficile trovare parole per spiegare tutto ciò. Una favolosa serata veneziana che ricorderò per tutta la vita e che rivivrò ogni volta che il film sarà trasmesso in dvd e in televisione”.

-Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.