A distanza di un anno dall’inquietante “Il sacrificio del cervo sacro” e dopo tre dal distopico “The lobster”, il pluripremiato regista greco Yorgos Lanthimos ritorna sul grande schermo con un altro film insolito che, dopo l’assegnazione del Gran Premio della Giuria alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, è già riconosciuto come uno degli ultimi capolavori cinematografici del 2018.

Approdato nelle sale italiane lo scorso 24 gennaio e candidato a ben dieci premi Oscar (tra i quali Miglior film, Migliore sceneggiatura originale e Migliori costumi) La favorita di Yorgos Lanthimos trascina lo spettatore in un’epoca tanto lontana quanto drammaticamente vicina, concretizzandosi in un’opera che, sotto molteplici punti di vista, rasenta la perfezione.
Il contesto storico nel quale da subito si viene catapultati è quello di un’Inghilterra del XVIII secolo impegnata in uno stremante conflitto con la Francia e dominata dalla Regina Anna, interpretata da una magistrale Olivia Colman e mostrata in tutta la sua precaria fragilità come sintomo di un potere incapace di saper agire autonomamente. Colmare gli affetti e la solitudine della monarca è compito di Lady Sarah Churchill duchessa di Marlborough, alla quale presta il volto la carismatica Rachel Weisz (già presente insieme alla Colman in The lobster), tanto temuta quanto detestata poiché unica e fidata consigliera/influencer della sovrana britannica. A destabilizzare la “serenità” di questo scenario sarà l’arrivo improvviso di Abigail Masham (una Emma Stone tanto docile quanto spietata): giovane aristocratica caduta in disgrazia, nonché cugina di Lady Marlborough, fermamente determinata nel compiere una nuova e definitiva arrampicata sociale.

LA REGINA COME DONALD TRUMP

Ciò che immediatamente colpisce gli occhi dello spettatore è il sopraffacente tripudio di bellezza sia dei costumi che delle scenografie. Un’estasi visiva rafforzata da un virtuosismo registico che, caratterizzato in prevalenza da un largo e claustrofobico uso (per non dire “abuso”) del grandangolo e accompagnato da movimenti di macchina capaci di creare dei vorticosi scavalcamenti di campo, crea un effetto a dir poco spiazzante. A dimostrare l’estrema attualità di questa pellicola non è solo l’esasperato dinamismo della macchina da presa, ma anche la meticolosa costruzione del profilo psicologico dei personaggi, che tocca l’apice nella caratterizzazione di una Regina Anna così infantile e capricciosa da creare inevitabilmente un parallelo con una figura dispotica come quella di Donald Trump. Una visione della contemporaneità che viene resa esplicita soprattutto dalla scena di una bizzarra coreografia messa in atto da Lady Sarah e dal suo momentaneo cavaliere, che ci riporta ai voluti anacronismi, tanto funzionali all’intera narrazione, che si possono ritrovare in un altro celebre film in costume come Marie Antoinette di Sofia Coppola.

DA KUBRICK A GREENAWAY

Nonostante l’intera atmosfera ricreata (senza escludere ovviamente sia l’impeccabile direzione della fotografia che la splendida colonna sonora) possa riportare alla mente una pietra miliare come Barry Lyndon di Stanley Kubrick, in realtà La favorita, proprio per le sadiche e cerebrali macchinazioni delle quali è permeata, sembra avere più punti di contatto con pellicole del calibro di Che fine ha fatto baby Jane? di Robert Aldrich (interpretato da una Bette Davis inarrivabile) e I misteri del giardino di Compton House di Peter Greenaway. Proprio con quest’ultimo è inoltre possibile originare un parallelismo che, nonostante le numerose imposizioni di stampo patriarcale dell’epoca, dipinge la figura maschile come quella di un essere impotente e costantemente soggiogato dai voleri femminili. Dominazione, sensualità e sessualità sono effettivamente i tre elementi principali attorno ai quali ruota l’intero film, così fortemente presenti da trasudare non solo dagli stupefacenti costumi (ammiccanti spesso a un’estetica tipicamente vicina alla sottocultura fetish), ma anche e soprattutto dai continui giochi di sguardi dei personaggi, atti a stabilire un perpetuo ribaltamento dei ruoli.

VITTIMA O CARNEFICE?

All’interno di quest’opera, tanto solenne quanto ironica, tutti i personaggi principali si ritrovano a vestire, in maniera alternata, sia il ruolo di vittima che di carnefice, dimostrando di essere allo stesso tempo manipolati e manipolatori. Nonostante tutti questi aspetti sorprendenti, non si può però fingere di non aver trovato qualche neo. In alcuni momenti la sceneggiatura della pellicola presenta delle lacune che probabilmente si sarebbero potute colmare con un maggiore approfondimento di determinati intrecci narrativi che, trattati invece così frettolosamente, contribuiscono soltanto al “piacevole” mantenimento di una tensione incessante, che purtroppo non culmina mai in una vera e propria catarsi. Particolarmente disturbanti, inoltre, le scene di violenza sugli animali, che a tratti risultano addirittura gratuite. In conclusione: con La favorita Lanthimos dimostra ancora una volta tutta la sua maestria nel saper confezionare dei prodotti estremamente raffinati che, proprio per la loro sottile stratificazione, necessitano di più di una visione per venire completamente metabolizzati. Un processo però che richiede, da parte dello spettatore, uno sforzo non indifferente, in quanto il caratteristico sguardo nichilista del cineasta greco non lascia spazio a conclusioni idilliache, portandoci a riflettere su quanto nella lunga battaglia della vita non esistano mai vincitori, ma soltanto vinti.

Valerio Veneruso

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Valerio Veneruso
Esploratore visivo nato a Napoli nel 1984. Si occupa, sia come artista che come curatore indipendente, dell’impatto delle immagini nella società contemporanea e di tutto ciò che è legato alla sperimentazione audiovideo.
Tra le mostre recenti alle quali ha partecipato: Multipli e Unici (Edicola Radetzky, Milano, a cura di REPLICA, 2019), VI Biennale di Incisione e Grafica Contemporanea (Galleria Civica dei Musei di Bassano del Grappa, 2019), Settima edizione del Premio Francesco Fabbri per le Arti Contemporanee (Villa Brandolini, Pieve di Soligo, a cura di Carlo Sala, 2018). 
Tra le principali esperienze curatoriali: le mostre collettive Le conseguenze dell’errore (TRA Treviso Ricerca Arte, 2019) e L’occhio tagliato (Casa Capra, Schio, 2018), il workshop L’occhio tagliato – il potere della manipolazione dell’immagine nell’era contemporanea (Circolo cinematografico The Last Tycoon, Padova, 2016), il ciclo di incontri TorchioTalks – Dialoghi tra arte grafica e arte contemporanea e la relativa esposizione collettiva TorchioFolks, (atelier Palazzo Carminati della Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, 2015/2016). È inoltre fondatore, insieme a Davide Spillari, del progetto editoriale BANANE FANZINE e co-curatore delle prime due edizioni del festival di arti interattive Toolkit Festival (Venezia, 2011 – 2012).
Collabora con Kabul Magazine e NOT. Attualmente vive tra Torino e il web.