L’uomo che rubò Banksy, il documentario di Marco Proserpio al Torino Film Festival

Alla 36esima edizione del Torino Film Festival è stato presentato il documentario di Marco Proserpio. Un film che usa l’arte di Banksy per analizzare un fenomeno molto più grande che riguarda l’arte, la cultura, la società e la politica di tutti i giorni. In sala 11 e 12 dicembre con Nexo Digital

L’uomo che rubò Banksy di Marco Proserpio
L’uomo che rubò Banksy di Marco Proserpio

Chiariamo subito, non è un documentario su Banksy. L’uomo che rubò Banksy è un film che concentra il suo racconto attorno al furto di un’opera “da strada” che ha sollevato una serie di questioni etiche e culturali. Marco Proserpio presenta in anteprima nazionale il suo lavoro al Torino Film Festival, il posto perfetto per creare uno scambio di idee e sensazioni su una questione per nulla da sottovalutare. La Street Art, che nasce come arte effimera, destinata a svanire con una certa facilità, diventerà a tutti gli effetti arte da museo? E quando la Street Art è veramente legale? Banksy con la sua arte ha lanciato un messaggio forte in questi anni e con il caso del muro israeliano è riuscito ad attirare l’attenzione dei media, e di farli andare, come dice la voce off del documentario affidata a Iggy Pop, “dove dovrebbero e non dove vorrebbero”.

L’uomo che rubò Banksy di Marco Proserpio
L’uomo che rubò Banksy di Marco Proserpio

LA PALESTINA È IL VERO CUORE

L’uomo che rubò Banksy è anche il racconto della nascita di un mercato parallelo, tanto illegale quanto spettacolare, di opere di Street Art prelevate dalla strada senza il consenso degli artisti. Ma come è nato questo film? “Sei anni fa quando ho passato per la prima volta in confine da Gerusalemme a Betlemme la prima persona che ho incontrato entrando quindi nel territorio Palestinese è stato Walid quello che poi sarebbe diventato il protagonista di questo documentario”, dice il regista. “Mi raccontò all’epoca questa storia abbastanza assurda di aver rimosso l’intero lato di una casa su cui c’era un artwork di Banksy e di averlo messo su eBay al prezzo di cento mila dollari. Negli anni successivi abbiamo seguito fisicamente questo pezzo di cemento che viaggiava per il mondo occidentale e abbiamo approfondito alcune questioni come il copywright, opere disegnate illegalmente per strada così come la proprietà privata e non per ultima la stessa Palestina. Era una mia intenzione parlare di Palestina in maniera differente. Non parlando di qualche loro problema concreto ma rappresentandoli finalmente come esseri umani che possono compiere delle azioni considerate nel nostro mondo”.

LEGALE O ILLEGALE?

La percezione riguardo la Street Art è veramente varia e forse troppo soggettiva. C’è chi la ama, chi la odia, chi la reputa legalo o illegale, o legale solo se bella da essere definita opera d’arte. Marco Proserpio su questo ha le idee molto chiare: “Sono molto appassionato di Street Art, di graffiti come forma di comunicazione. Il mio avvicinamento a questa forma d’arte nasce dall’illegalità sicuramente. Sono molto meno interessato, ma da sempre, a una forma più decorativa in cui si può disegnare con grandi tecniche un bellissimo volto femminile su un muro lasciato dal comune, non sono assolutamente contrario però mi viene a mancare qualcosa nell’istinto di farla e del messaggio che si vuole passare. Purtroppo un disegno su un muro senza un messaggio non mi interessa, non dico che non debba avere un suo valore però personalmente mi interessa meno”.

BANKSY COME PRETESTO

Per tutti coloro che pensano a L’uomo che rubò Banksy come un documentario su questo artista che ha saputo catturare l’attenzione di moltissime persone è giusto ripetere che la sua figura è solo un pretesto molto piccolo che una narrazione molto più grande e interessante che riguarda anche le diverse culture, abitudini e società. E lo stesso artista non ha preso parte a questo progetto. “Volutamente io per sei anni ho continuato a fare questo documentario senza in nessun modo cercare di contattare Banksy perché credo che fosse legato anche a un modo in cui stavo facendo il documentario, quindi di usarlo come un’esca, diciamo così…”, spiega Proserpio. “Non avevo particolare interesse a scoprire niente della sua identità o ad avere un suo parere nonostante lo stimi come artista. Abbiamo inviato una copia al suo management a film finito e non abbiamo ricevuto nessuna risposta, che per il loro metodo di comunicazione credo sia qualcosa di positivo”.

– Margherita Bordino

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Margherita Bordino
Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in giro per il Belpaese tra festival e rassegne cinematografiche o letterarie. Laureata in Letteratura, musica e spettacolo, e Produzione culturale, giornalismo e multimedialità. È giornalista pubblicista e lavora come freelance. Collabora tra gli altri con Cinematographe.it, la Rivista 8 1/2, fa parte della redazione del programma tv Splendor e coordina Cinecittà Luce Video Magazine.