Giocato sulla potenza, e sulle conseguenze, dei legami familiari, “Hereditary” è un horror ben costruito. Dove non mancano i rimandi al mondo dell’arte.

Hereditary dell’esordiente Ari Aster è un horror atipico per i tempi che corrono: niente effetti strombazzati e martellanti, niente struttura narrativa da videogame, niente trucchetti e giochini terra terra. Guarda piuttosto ai classici degli Anni Settanta, e sceglie consapevolmente la via più scomoda, più ardua: quella di puntare su una sottile inquietudine che cresce costantemente, fino all’esplosiva conclusione. Hereditary è un film in cui la completezza e l’articolazione della scrittura vanno di pari passo con una cura maniacale dell’aspetto visivo.
La protagonista, Annie (Toni Collette), è un’artista che realizza installazioni in miniatura degli spazi che abita e delle situazioni che vive, riproducendole fedelmente: la grande casa in cui si svolgono quasi tutte le scene (costruita tutta in studio) vive anche nella sua replica esatta, in piccolo. Anche Charlie (Milly Shapiro), l’inquietante figlia di questa donna tormentata, realizza le sue “opere d’arte” assemblando e ricontestualizzando oggetti della realtà – tra cui la testa di un piccione.
L’ereditarietà del titolo è dunque il motore e il centro del racconto: il film parla in fondo di come i talenti, le ansie e soprattutto i traumi vengano trasmessi di generazione in generazione, e di conseguenza gestiti. La famiglia Graham si trova ad affrontare una serie di perdite, che sono all’origine del progressivo collasso nel funzionamento della famiglia stessa. Pian piano, scopriamo per esempio che Annie ha alle spalle una storia di disturbi mentali (il padre psicotico si è lasciato letteralmente morire di fame, la madre nell’ultimo periodo di vita era in preda a una grave forma di dissociazione): tutto questo, ovviamente, insinua nello spettatore il costante dubbio che ciò che sta guardando possa essere vero, o immaginato – oppure una strana combinazione di entrambe le cose, come nella straordinaria scena del doppio incubo di Annie. Gli echi di Kubrick (Shining) e di Polanski (Rosemary’s Baby) in questo senso sono piuttosto frequenti.
Ma la bravura di Aster sta proprio nel costruire pazientemente e ossessivamente, scena dopo scena, questo senso di minaccia incombente e ineluttabile, di tragedia che si addensa sulla testa dei protagonisti a cui intanto ci siamo affezionati. Qualunque scoperta, qualunque azione, qualunque scelta i personaggi facciano, essa non riesce ad allontanare né a deviare in alcun modo il loro destino.

Ari Aster, Hereditary (2018)
Ari Aster, Hereditary (2018)

FRA CONTROLLO E SOVVERSIONE

La “condanna” risulta tanto più potente, proprio perché i colpi sono inferti a una forma iperdefinita, a una struttura sorvegliatissima, e provengono anzi dal suo interno, dal suo Dna per così dire. Una spia di questo processo è proprio un’opera di Annie, proveniente da una sua mostra precedente, che incrociamo in maniera apparentemente distratta nel corso di alcune scene: una casa americana linda e pinta (replica quasi perfetta di quella dei Graham) è fondata su un’altra, e questa su un’altra ancora: ogni versione è più deturpata, più rovinata e sconquassata della precedente. È quasi impossibile dunque sfuggire al percorso che l’albero genealogico ha approntato per noi; ogni angolo, ogni aspetto, ogni combinazione – anche quella più logica e apprezzabile – è frutto di scelte fatte nel passato, di movimenti su cui non abbiamo alcun controllo perché sono già avvenuti. È precisamente in questa dinamica atroce fra estremo controllo stilistico e sovversione del controllo stesso operato da forze oscure che si muove Hereditary, e che risiede la forza originale del film. La percepiamo in maniera sempre più distinta, per esempio, nella performance strepitosa di Toni Collette: le sue smorfie atroci, i suoi gesti scomposti e le sue reazioni disarticolate infrangono la forma gelida che governa gli ambienti e le sequenze temporali che la circondano, spezzano i legami familiari e i rapporti fondati sulla fiducia: la minaccia è lei, ma è anche ciascun componente del nucleo.
Così, questo horror che allestisce una sospensione raffinata e quasi frustrante per i suoi tre quarti, per poi far precipitare e distruggere ogni relazione (fino alla visionaria scena finale), questo horror che lavora intelligentemente all’interno del genere e del codice che lo regola è una boccata d’aria in un panorama fatto di blockbuster un tanto al chilo, sequel e prequel dozzinali.

Christian Caliandro

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #45

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).