In un’era dominata dall’estrema e multiforme reperibilità delle notizie, qual è il destino del giornalismo televisivo? Ecco una panoramica sulle ultime produzioni nazionali e non. Senza dimenticare la nuova frontiera dell’“immersive journalism”.

Il giornalismo ce la sta mettendo tutta per cercare di non uscire dai radar della televisione che conta. Sono passati pochi anni ma sembra ci separi un’era geologica dai tempi in cui un programma di Michele Santoro o di Giovanni Floris era capace di inchiodare alla tv così tanti telespettatori che nemmeno un varietà musicale.
Oggi, per una serie di ragioni lunghe da elencare in questa sede, il format del talk show è in crisi nera e, per provare a uscirne, nel mondo si stanno sperimentando forme e linguaggi alternativi. Ciò che sembra accomunare tutti questi esperimenti è innanzitutto l’esigenza di abbandonare gli studi televisivi a favore di un racconto più dinamico della realtà. E, in un momento in cui le vie per arrivare a un notizia sono infinite, pare si voglia cercare di proporre soprattutto un tipo di giornalismo più ragionato e personale, capace di offrire un punto di vista forte su ciò che racconta.

IL RITORNO DEL REPORTAGE

In questo nuovo trend non poteva non accadere che ritornasse in auge, pur con qualche piccolo aggiornamento, uno dei format più tradizionali del giornalismo televisivo: quello del reportage, con tutti i suoi relativi punti di forza. A partire proprio dalla presenza di una figura come quella del reporter, ovvero un giornalista in grado di avere sulle notizie un punto di vista per così dire “immersivo”: non si tratta più di raccontare un certo fenomeno, bisogna calarcisi all’interno, spesso per diversi giorni, e viverlo in prima persona. In questo modo si possono intercettare persone nel loro habitat geografico e sociale, il racconto ne guadagna in realismo e credibilità e il giornalismo torna ad avere una sua centralità.
Inoltre, con il reportage si può ambire a un prodotto dalla qualità estetica quasi cinematografica. Grazie infatti alle continue evoluzioni della tecnologia, che oggi ormai permettono una qualità altissima nelle riprese a costi molto contenuti, alcuni prodotti sembrano piccoli film. Come successo pure sulla carta stampata con la riscoperta del cosiddetto longform journalism, anche nel caso del reportage una caratteristica imprescindibile è però quella della durata più lunga del pezzo, fondamentale per sviluppare un racconto più approfondito e, a onor del vero, su questo punto il pubblico odierno, portato ad avere una soglia di attenzione sempre più bassa, sta sinora dimostrando qualche resistenza.

QUALCHE ESEMPIO

Tra i programmi di reportage che abbiamo selezionato in giro per il mondo, iniziamo con 21 Dias, un format cult spagnolo in onda da sette stagioni sul canale Cuatro, in cui una reporter vive sulla propria pelle una certa condizione limite ventiquattr’ore al giorno per tre settimane. Le puntate hanno proposto reportage dai contenuti più disparati – dal lavoro più duro del mondo nelle miniere boliviane alla dipendenza dall’alcool, dalla vita nel lusso sfrenato al consumo quotidiano di hashish – e la giornalista passa fisicamente dentro a ogni storia che racconta, talvolta dovendo superare crisi di rigetto e pregiudizi iniziali.
Un’altra menzione la meritano i reportage americani di Vice News dove, che si parli di droga, guerra o costume, si è comunque di fronte a un prodotto molto moderno per riprese e montaggio, che cerca sempre di stare “dentro” quello che racconta. A tal proposito Vice, dopo aver fornito per anni contenuti ad altri, ha da poco inaugurato Viceland, il proprio canale televisivo proprietario, pieno di prodotti nuovi e interessanti: su tutti consigliamo Black Market with Michael K. Williams e Gaycation.
Anche Italia abbiamo da pochi mesi un bel programma in onda su Rai 2 che si chiama Nemo – nessuno escluso, dove sono stati sin qui proposti diversi reportage molto interessanti e ben confezionati, come Tor bella sulle periferie romane e Dentro Mosul sulla guerra all’Isis in Iraq.
Chiudiamo parlandovi invece del futuro e di una notizia che ci porta dentro un ulteriore possibile sviluppo del giornalismo audiovisivo. In molti, tra cui pure lo stesso New York Times, stanno cominciando a investire pesantemente sul cosiddetto immersive journalism, ovvero su reportage in realtà virtuale da vedere ed esplorare in prima persona attraverso un visore 3D. Prepariamoci: il giornalismo diventerà presto (anche) un videogame.

Alessio Giaquinto

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #35

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Alessio Giaquinto
Alessio Giaquinto è nato nel 1983 ed è laureato in Storia, Scienza e Tecnica dello Spettacolo alla Facoltà di Lettere e Filosofie dell'Università di Roma Tor Vergata. Dal 2003 lavora in televisione dietro le quinte come autore e creative producer. Dividendosi tra Italia e Spagna, si è occupato di ricerca, acquisto e sviluppo di format per il mercato internazionale. Ha ideato, insieme ad altri, programmi originali per Sky e Rai. Oggi lavora per tutti i principali network televisivi italiani e collabora con Artribune ed altre riviste, scrivendo di programmi e serie televisive.