Douglas Gordon premiato a Palermo. L’intervista

La 38esima edizione del Premio internazionale di cinema e narrativa Efebo d’Oro celebra per i Nuovi Linguaggi Douglas Gordon, artista scozzese di fama internazionale e fra i più interessanti interpreti della videoarte. La cerimonia di premiazione, seguita dalla proiezione di “K. 364: A Journey by train”, è in programma per questa sera, 3 dicembre, ai Cantieri Culturali alla Zisa.

Douglas Gordon - photo © Marc Lilius
Douglas Gordon - photo © Marc Lilius

Quella di Douglas Gordon (Glasgow, 1966) è una lunga carriera puntellata da successi e riconoscimenti: insignito a soli trent’anni del Turner Prize (1996), ha esordito nel cinema nel 2005 con il film–documentario Zidane. A 21st Century Portrait, diretto insieme a Philippe Parreno e presentato fuori concorso al Film Festival di Cannes. Un unico setting, il Santiago Bernabéu Stadium. Diciassette inquadrature simultanee per una durata di 91 minuti documentano in tempo reale una partita di campionato del giocatore francese, scandita dalla musica post-rock dei Mogwai.
Il cinema, a dire il vero, è sempre stata la sostanza della ricerca di Gordon, insaziabile esploratore dei più disparati linguaggi espressivi e acuto manipolatore delle immagini in movimento.

Le tue sperimentazioni di videoarte rimandano quasi a un cinéma vérité con forza maggiore di tentativi precedenti di meta-cinema, giocando con l’elemento che più lo struttura nella narrazione: il tempo. Raccontami della volta in cui hai dilatato l’estensione della “tua” pellicola fino a una durata di ventiquattro ore, oltrepassando ogni confine tra finzione e tempo reale.
Era il 1993 quando, invitato a esporre presso un’antica stazione di tram in disuso a Glasgow, è nato 24 Hour Psycho. Uno dei più famosi film della storia del cinema era proiettato senza sonoro su un grande schermo alla velocità di due fotogrammi al secondo, dilatando oltremodo i centonove minuti della pellicola.
Il senso di profonda frustrazione che accompagna lo spettatore nel tentativo di fare esperienza dell’opera nella sua interezza è mitigato dal voyeuristico piacere di contemplare le sequenze del film nel dettaglio. Il rallentamento estremo del movimento delle immagini ammanta 24 Hour Psycho di un’atmosfera misteriosa e sospesa che si perpetua per un giorno intero. Le immagini ferme scandiscono il tempo, scolpendolo.

Douglas Gordon, Unnaturalhistorie II, 2008
Douglas Gordon, Unnaturalhistorie II, 2008

Arte e vita, dunque. Efebo d’Oro, invece, sceglie il binomio narrativa e cinema premiando i migliori incontri tra la pagina scritta e il suo tradursi in immagine in movimento. A proposito di endiadi e di salti sinestesici, il tuo lavoro videografico K.364: A Journey by train è una vera e propria performance musicale per il grande schermo.
L’idea è nata la sera in cui ho partecipato a un concerto dell’Amadeus Chamber Orchestra, a Poznan: il suo plot deriva dalla potenza della musica di quello spettacolo.
Il film documenta il viaggio di due musicisti di provenienza ebraico-polacca, Avri Levitan e Roi Shiloah, alla riscoperta della loro terra d’origine. Lasciano Berlino – passando da Poznan, dove la sinagoga è diventata una piscina – e il treno percorre un itinerario della memoria, un viaggio in direzione ostinata e contraria a quello che condusse i loro familiari ai campi di sterminio. Il paesaggio intorno è popolato dai morsi dell’identità e l’unica speranza risiede nell’impalpabilità della musica che tutto riempie. A Varsavia, infine, i due musicisti suoneranno la Sinfonia concertante in mi bemolle maggiore di Mozart.

Anche questa volta il film è proiettato su due schermi adiacenti, tua cifra personale: una doppia inquadratura per un racconto sincronico e speculare dei due musicisti, della loro performance. È azzardato affermare che K. 364: A journey by train sia un ritratto cinematografico?
È un ritratto storico collettivo, senza dubbio e a più livelli. Lo è per la vicenda familiare di Avri Levitan e Roi Shiloah. Lo è per il valore che K. 364 ha avuto nell’esperienza personale di compositore, a Salisburgo nel 1779, per Wolfang Amadeus Mozart. Lo è poiché questa sinfonia ha segnato l’esordio di un assolo di viola nella storia della musica. La viola, però, suona in dialogo con il violino e il pianoforte. Per questo – oserei dire – che K. 364: A journey by train è un ritratto di famiglia.

Douglas Gordon, Once Upon A Time, Without The Sun
Douglas Gordon, Once Upon A Time, Without The Sun

Funcional Family, invece, è il titolo del progetto che hai ideato per Efebo d’Oro. C’è grande curiosità. I tuoi lavori hanno una struttura caleidoscopica: quasi come un racconto visivo senza punteggiatura, libero dalla sintassi razionale codificata tipica del processo d’informazione mainstream, la scelta di una molteplicità di visioni spalanca per lo spettatore le porte dell’immaginazione. Puoi descrivermi la genesi di quest’installazione in relazione a Palermo?
È una videoinstallazione su sette monitor, composta, fra gli altri, da Once upon a time, Without the sun (2008), Unnaturalhistorie I (2008) e Unnaturalhistorie II (2008). È un racconto fluido sul Mediterraneo e per il Mediterraneo, in cui tempo e luogo guadagnano nuovi significati attraverso le immagini: i protagonisti sono membri della stessa famiglia di incantatori di serpenti in Marocco.
In quest’epoca storica, la relazione fra Nord e Sud del pianeta costituisce motivo di tensione politica, sociale ed economica. Per la sua posizione geografica tra Occidente e Oriente, Palermo nei secoli è stata un melting pot di civiltà e culture: ancora oggi le targhe delle strade che sorgono nel suo centro storico usano il latino, l’arabo e l’ebraico. È la città ideale in cui raccontare il Medio Oriente e ho voluto che l’installazione sorgesse al piano terra del palazzo, così che i palermitani potessero incontrare Functional Family nel corso delle loro passeggiate nell’intricato reticolo dei vicoli della città.

È la tua prima volta in Sicilia?
Quando avevo diciotto anni, ho intrapreso per la prima volta un viaggio in giro per l’Europa. Londra, Parigi e Berlino sono state le prime tappe. Poi ho iniziato a dirigermi verso il sud della Spagna. Sarei voluto arrivare fino in Grecia ma in un porto del sud Italia qualcuno mi ha consigliato di andare in Sicilia. Giunto a Messina, poi, la scelta era fra il capoluogo, Palermo, e le Isole Eolie. A quel tempo ho visitato Lipari, Salina e Stromboli ma sapevo che la vita, prima o poi, mi avrebbe portato a Palermo.

Douglas Gordon, Self-Portrait in Tangier
Douglas Gordon, Self-Portrait in Tangier

Tutti i video di Functional Family raccontano il Medio Oriente, tranne uno…
Uno dei monitor riproduce in loop Self-portrait in Tangier (2012): la documentazione videografica del lavoro quotidiano di un arrotino marocchino a Tangeri. Riflessa nell’argento di un cucchiaio, però, è la mia immagine. È un autoritratto, appunto, dove il suono del metallo percuote ritmicamente sulla pietra. In fondo, quando sei davanti un’opera d’arte, non ti domandi se l’artista ha usato un pennello o se ha dipinto su una tela al chiuso di uno studio; curiosità, frustrazione e voyeurismo si alternano vicendevolmente. Ricerchi sempre l’immagine di te stesso, il tuo doppio, l’Altro, come accade di fronte a uno specchio.

Giusi Affronti

Palermo // 3 dicembre 2016 ore 21
Premio Efebo d’Oro – Douglas Gordon
CANTIERI CULTURALI ALLA ZISA
Via Paolo Gili 4
0918431605
www.comune.palermo.it 

Palermo // fino al 18 dicembre 2016
Douglas Gordon – Functional Family
PALAZZO SANT’ELIA
Via Maqueda 81
[email protected]
www.provincia.palermo.it

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Giusi Affronti
Giusi Affronti (Palermo, 1985) è storico dell’arte e curatore; vive a Milano e Palermo e lavora nella ricerca su linguaggi e fenomenologie della cultura visiva contemporanea. Si laurea a Palermo e, poi, trascorre due anni tra Milano e Roma per un master in Museologia, Museografia e Gestione dei Beni Culturali, dove impara a sperimentare pratiche di project management e strategie di comunicazione, marketing e fundraising applicate alla cultura. Dal 2011 si occupa di progettazione e curatela di arte contemporanea presso musei, fondazioni, gallerie e spazi indipendenti; ha collaborato con RISO. Museo d’Arte Contemporanea della Sicilia (Palermo), Farm Cultural Park (Favara), Fondazione VOLUME! (Roma), Nuvole, Galleria X3, neu [nòi] - spazio al lavoro (Palermo). Ha pubblicato saggi e testi in cataloghi e pubblicazioni indipendenti. Oggi è redattore per le testate Artribune e Q Code Magazine, dove è autore di un blog di critica d’arte narrativa, “So Contemporary!”. Di un’isola (panama sulla testa e sandali ai piedi) ha sempre necessità, ché - come scrive Gesualdo Bufalino – “l’insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore”.