Irpinia, mon amour. Il caso di un’Italia che brama un futuro

“Irpinia, mon amour”, del regista irpino Federico Di Cicilia, al suo secondo lungometraggio per l’etichetta indipendente JamFilm, è uscito nelle sale il 20 aprile, tentando la scalata ai cinema nazionali. In concorso ai David di Donatello, anche se escluso dalla rosa dei candidati, il film sviluppa una narrazione corale di disincantata denuncia dell’Irpinia clientelare dal futuro disilluso.

Irpinia, mon amour - scena iniziale sulla mefite e il cartello di Pericolo di Morte
Irpinia, mon amour - scena iniziale sulla mefite e il cartello di Pericolo di Morte

L’IRPINIA, SENZA STEREOTIPI
Irpinia, mon amour è una docu-fiction che, sorretta da sapienti incursioni fotografiche e da video di repertorio, ricostruisce la storia irpina mettendola a confronto con quella italiana, la storia di un luogo fisico che è innanzitutto un non luogo esistenziale. Qui la vacazione istituzionale, pressante nonostante l’ubiquità politica, ha offuscato il mito turistico della “verde Irpinia”. Di quest’immagine mainstreaming, sbandierata per la valorizzazione paesaggistica e turistica, rimane ben poco: bellissime fotografie panoramiche che nella messa a fuoco rivelano una terra ingrigita dalla minaccia delle discariche e delle trivellazioni, dalle grandi opere in stallo, dai sabotaggi industriali delle “fabbriche di barca in montagna”, dallo spopolamento progressivo del territorio. Una provincia alienata e alienante, martoriata dalla catastrofe del 1980 e logorata nel post-terremoto da una falsa età dell’oro democristiana.

GENERAZIONI A CONFRONTO
Così assistiamo impotenti alle traversie di giovani nichilisti che, insofferenti al degrado socio-economico, cercano il posto perfetto per farla finita; a quelle di un neolaureato-militante con una sterile tesi in Sociologia, rassegnatosi a essere un venditore porta a porta, accantonando anche la passione politica perché suo fratello militare è morto in Afghanistan (un deserto pensato come parallelo concettuale delle zone interne dell’Irpinia); a quelle di forestieri sovversivi che, improntati al folclore e alle testimonianze del brigantaggio locale, mettono in atto un rapimento “apotropaico”, ai danni del politico locale, De Cicco (interpretato da Franco Pinelli), dalla palese assonanza.

L’OSSESSIONE DEL SUICIDIO
Poi, nell’incomunicabilità familiare e generazionale, c’è il giovane che non vede un futuro nella sua terra e sceglie di andare, di fuggire, forse per non fare mai più ritorno. Intitolato Notte, questo episodio, firmato dalla regia del giovanissimo Pierpaolo Di Marino, è l’eco nostalgica delle migrazioni del dopo guerra, in un contesto ben più avvilente. Ma è il ricorso sistematico al suicidio l’aspetto più riuscito del film, che, nella provincia italiana dove se ne registra il più alto tasso, è così verosimile da risultare grottesco. Uno dei protagonisti, Francesco, è alla ricerca del luogo ideale dove morire sotto gli occhi di tutti: un’ossessione che lo spingerà surrealmente a incarnare lo spirito di Don Chisciotte della Mancia alla carica delle pale eoliche, i giganti eco-mostri del Formicoso.

CORAGGIO E SPERANZA
Così in Irpinia, mon amour emerge come ancora oggi questa terra sia incuneata nella laconica Questione Meridionale. Là dove riverberano la noia e la solitudine esistenziale, soffocate nell’inaridimento intellettuale e umano dei bar di provincia, si anela a un futuro, a oggi inesistente, ma strenuamente rincorso da Federico Di Cicilia, nonostante le problematiche indagate dal suo film: perché quel che oggi non c’è, dovrà esserci per suo figlio e per le nuove generazioni. Irpinia, mon amour in tal senso è un film coraggioso, perché è un film sulla speranza: per chi si è arreso all’attesa di un lavoro e per chi è sceso a compromessi; per chi è partito senza far ritorno, per chi è tornato (come lo stesso regista) o per chi è restato per cambiare le cose, o almeno per provarci. Irpinia, mon amour è la storia di tanti paesi, ripresi nel film, ma forse ne racconta uno solo, quell’Irpinia che è Italia.

Rossella Della Vecchia

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Rossella Della Vecchia
Rossella Della Vecchia, classe 1986, è specializzata con lode in Storia dell'Arte Contemporanea (cattedra di Carla Subrizi, La Sapienza) con la tesi “Trouble Every Day: Tous Cannibales, la voracità da tabù ad arte, dall’arte alla società”. Da sempre interessata all’arte come alla scrittura, e alla comunicazione in genere, scrive di cultura, politica e attualità. Storica dell’Arte, esperta SEO e freelance per vocazione, attualmente fa parte dell’ambito gestionale di Zon.it. Da marzo 2013 cura un personale blog sull’arte: ArtFriche Zone. “Soltanto quando il senso di associazione nella società non è più abbastanza forte da dare vita a concrete realtà, la stampa è in grado di creare quell’astrazione, il pubblico” (Dwight MacDonald).