A Roma c’è stato uno spettacolo di danza che ha bruciato le distanze fra gli uomini 

Tra il 28 e il 30 aprile il Teatro dell’Opera di Roma ha incantato il pubblico dell’Auditorium con “Burn. A Dance Project For The Theater" che, con la forza corale ed espressiva della danza, per la regia di A.J. Weissbard, narra le ferite dell’umanità

Quattro coreografi, ciascuno un linguaggio. Connessioni che si compenetrano in uno spettacolo che, con la regia di A.J. Weissbard mette al centro le inquietudini di quattro personaggi emotivamente feriti. In Burn. A Dance Project For The Theater va in scena la diversità dei punti di vista e del sentire umano ma anche la complementarietà di queste angolazioni. L’espressività della danza contemporanea infiamma la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica in un flusso inarrestabile di emozioni e note. Burn conferma quindi la ricchezza espressiva della programmazione di quest’anno del Teatro dell’Opera di Roma, focalizzata su una ricerca stilistica volta a mettere in luce problematiche sociali ed esistenzial..

Burn: smarrimento e nuovi incontri uno spettacolo del Teatro dell’Opera all’Auditorium di Roma

Burn è liberamente ispirato al dramma teatrale Burn This di Lanford Wilson, che ruota attorno a quattro personaggi in lutto che si confrontano con la morte e con la necessità di ridefinirsi, esplorando la propria libertà personale, sperimentando nel rapporto col prossimo, alla ricerca di un proprio posto nel mondo.

Burn This è un dramma introspettivo dove l’incontro con l’altro porta a un cambiamento interiore e, infine, alla risoluzione delle conflittualità; descrive la realtà della downtown newyorkese della fine degli Anni Ottanta, l’epidemia di AIDS, la disperazione delle comunità omosessuali e bisessuali. Burn riesce a trasformare tutta questa profondità contenutistica in danza attraverso la sinergia di linguaggi coreografici differenti e l’effetto è unitario ma variegato e dinamico.

Lo spettacolo Burn: uno spazio introspettivo di vita vera all’Auditorium di Roma

Scenografia, illuminazione, effetti scenici: tutto, concorre a creare uno spazio simbolico per offrire al pubblico un’esperienza altra basata sull’identificazione emotiva. I ballerini-coreografi Ève-Marie Dalcourt, Jonah Bokaer, Damiano Ottavio Bigi e Brandon Lagaert, trascinano lo spettatore in una quotidianità talmente vivida da sembrare tangibile; una dimensione spazio-temporale dove i corpi esprimono con veemenza e ardore le verità emotive dello spirito, e la loro complessa psicologia.

Al Teatro dell’Opera di Roma va in scena il mondo in un corpo, l’eloquenza della danza

Colpiscono le linee espressive di Ève-Marie Dalcourt, il cui stile ibrido tra tecnica classica e contemporanea crea una perenne tensione, un’energia “infiammabile” che sembra bruciare per la sua intensità e trattenersi per non devastare tutto ciò che ha intorno. Movimenti nervosi, linee spezzate, ripetizioni veloci che ricordano automatismi di corpo e mente, contrazioni e torsioni: l’ansia del vivere in una danza dall’impatto scenico devastante e struggente.

L’invito a immergersi nella Sala Petrassi dell’Auditorium

Ad aprire Burn è un preludio che dà il via allo spettacolo attraverso l’entrata dei ballerini che prefigurano le tematiche esistenziali che seguiranno. Tra queste lo smarrimento e la solitudine di chi sopravvive a un lutto. Un coro di danzatori che ricorrendo più volte sembra alludere a una proiezione interiore.

La regia di A.J. Weissbard crea una dimensione intima e sensoriale che trascende la materialità, raccontando i sentimenti con la potenza espressiva del corpo e l’ausilio della recitazione. Infatti, lo spettacolo si conclude con la voice-over narrante di John Malkovich, uno degli interpreti della produzione originale di Burn This del 1987, che si intreccia alla malinconica partitura musicale di Michael Galasso. Burn è un’esperienza di connessione destabilizzante per quanto viscerale, una finestra sull’umanità, un incoraggiamento a percorrere strade che intersechino prospettive anziché alimentare divisioni.

Corinne Vosa

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