Come è andato il festival L’eredità delle donne a Firenze? Conduce Serena Dandini

L’eredità delle donne. Fn festival a Firenze nel quale Serena Dandini mette in scena capacità, biografie e professionalità diverse a rappresentare tutte le sfumature del talento femminile.

Il Festival delle donne 2018
Il Festival delle donne 2018

Diventare visibili. Questo l’obiettivo e la sintesi estrema emersa durante le giornate bagnate di sole della prima edizione del festival “L’Eredità delle Donne”che, dal 21 al 23 settembre, ha letteralmente invaso e, allo stesso tempo, coinvolto attivamente la città di Firenze. In numeri: 3giornate con oltre 100 appuntamenti, tutti gratuiti, 140 ospiti nazionali e internazionali, 26 location per eventi, dibattiti, mostre, performance e incontri; 130 gli eventi del calendario OFF della manifestazione, autoprodotti e finanziati da gruppi, istituzioni e associazioni locali. Il tutto finalizzato a mettere in luce le tante sfumature e ambiti del talento al femminile.

LE PAROLE DI SERENA DANDINI

È un annoso argomento che studiose molto più autorevoli di me hanno già posto all’attenzione mondiale”scrive Serena Dandini, ideatrice e direttrice artistica del Festival, nelle premesse del suo libro “Il catalogo delle donne valorose” appena uscito nelle librerie. “Per semplificare la pratica potremmo dire che, mentre l’Uomo Invisibile è diventato una star cinematografica, le donne spesso sono invisibili e rimangono tali. Eppure le esponenti di quella che una volta veniva chiamata “l’altra metà del cielo” hanno fatto la storia, contribuendo all’evoluzione dell’umanità in tutti i campi possibili: dall’arte alla letteratura, dalla scienza alla politica, non trascurando la cibernetica e la fisica quantistica; ma per uno strano sortilegio raramente vengono ricordate, con difficoltà appaiono nei libri di storia e tantomeno sono riconosciute come maestre e pioniere: in sintesi, si fa fatica a intestar loro persino una strada periferica.” Puntuale e acuta come sempre, con il Festival “L’Eredità delle donne” Serena Dandini è riuscita a surfare l’onda del #metoo inserendo l’Italia all’interno di un dibattito internazionale che ribolle sotto i sanpietrini delle nostre città, lontano dai linciaggi urlati su Asia Argento nei forum popolar-mediatici del web, della tv e dei quotidiani. In un momento storico in cui maschi bianchi, alfa e forti, sono al potere nella maggior parte dei paesi del mondo, potevamo noi, figlie dell’Impero Romano sopravvissute a Berlusconi, non sentire questa chiamata e l’affaccio sulla scena internazionale con un tema così presente nel nostro paese come quello della memoria?

E IL METOO?

No, certamente. E esserci è stato un modo non solo per partecipare al dibattito sul tema dell’empowerment femminile, ma anche per conoscere facce e nomi. Ricordarli. Ne emerge un ventaglio di esperienze ampio 360 gradi, fatto di vita e parole.  Prima di tutto raccontiamo di una non-presenza, quella di Anna Maria Luisa de’ Medici, musa ispiratrice del festival, nota come l’Elettrice Palatina, che nel 1737 mise al riparo il patrimonio culturale della famiglia dei Medici, amministrandone l’eredità attraverso la Convenzione con Francesco Stefano di Lorena, nota come Patto di Famiglia, e donandola quindi al Gran Ducato “per ornamento dello Stato, e per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri”. E’ grazie alla visione di questa donna, dunque, se una delle collezioni più famose al mondo è arrivata integra a noi, per esser di Firenze e dell’Italia vanto e gloria.

LA MARINA “NAZIONALE”

Quasi a introdurre (o a benedire?) il festival, ricordiamo poi una personalità “fuori gara”, quella di Marina Abramovic, non invitata dalla Dandini ma presente nel capoluogo toscano per inaugurare la sua mostra presso Palazzo Strozzi. L’Abramovic, prima donna a ottenere una personale presso l’istituzione fiorentina, durante la conferenza stampa di giovedì ha dichiarato: “Non credo che l’arte si possa definire con il genere. Ci sono solo due tipi di arte: quella buona e quella cattiva. Tuttavia noi abbiamo questo senso di colpa che ci ostacola. Ciò si avverte non solo in Italia. Per esempio se pensiamo agli anni ‘50 in America, nel periodo dell’arte astratta e minimalista, c’erano delle ottime artiste ma le gallerie anche gestite da donne esponevano soprattutto opere di uomini. Non ho delle risposte ma credo che questo debba cambiare, bisogna esporre le donne, i musei e le gallerie devono esporre le artiste donna”.

DA MARINA ALLA ROYAL

Proseguiamo quindi con la carrellata delle testimonianze emerse durante l’apertura del Festival presso un gremito Teatro La Pergola, iniziando dalle parole Ségolène Royal, esponente del Partito Socialista francese, candidata del suo partito alla carica di presidente della Repubblica nelle elezioni del 2007 (battuta al secondo turno delle elezioni da Nicolas Sarkozy), leader nel campo dei temi ambientali e madre di quattro figli: “All’inizio della mia carriera mi avevano assegnato alla commissione che si doveva occupare delle farine animali, tutti ricorderete l’intossicazione avvenuta in Europa. Quando sono stata eletta il presidente disse “vabbè avremo una mucca pazza in ufficio”. Stava parlando di me. Oggi non credo che questo accadrebbe più, prima cosa perché gli uomini non pensano che la donna stia occupando il posto di un uomo. Vedo nelle nuove generazioni di uomini un altro sguardo, anche nel nostro ambiente. E poi ci sono le sanzioni oggi, se qualcuno dicesse una cosa del genere sarebbe espulso, quindi anche se qualcuno continua a pensarla in quel modo non osa dirlo ad alta voce. Io credo che le cose cambieranno davvero soltanto se gli uomini vorranno coinvolgersi personalmente in questa lotta per i diritti, e lo faranno soltanto se ne avranno un tornaconto anche loro”.

AMBIENTE E ARCHITETTURA

E ancora, a Ségolène Royal sono seguite la testimonianza di Suad Amiry, scrittrice e architetto di origine palestinese: “Per me l’architettura è un fatto esistenziale. Far capire alle persone l’importanza dell’eredità di un edificio o di una città è fondamentale molto più che ricostruire, cosa non difficile tecnicamente per un architetto. Chi non ha a cuore Gerusalemme o Betlemme? Questa eredità va preservata per le future generazioni, non è solo un fatto palestinese”; di Cecilia Laschi, ingegnera industriale, pioniera della soft robotica, inserita nella classifica mondiale delle 25 scienziate geniali che hanno dato un contributo decisivo fondamentale alla robotica: “Bisogna pensare a sfide impossibili e realizzarle. Ecco, per me ha significato questo creare un robot non rigido e umanoide ma molle come un polipo”; di Angela Terzani: “Io e Tiziano ci siamo conosciuti a 18 anni. Lui era un uomo interessante, con un progetto di vita e di pace che ho voluto sposare e sostenere. Questo è un problema dei nostri giorni, si trova difficile vivere insieme ad un’altra persona e aiutarla ad essere quello che vuole essere, perché la domanda che immediatamente uno si pone è “e io?”. Allora cosa si può fare con questo io?”;di Amalia Ercoli Finzi, detta anche “la signora delle comete”, uno dei maggiori esperti di missioni spaziali a livello nazionale ed internazionale, prima donna in Italia a laurearsi in ingegneria aeronautica, oggi 81 anni e un curriculum infinito, fonte inesauribile di simpatia e saggezza, nonché madre di 5 figli.

FINO A CINEMA E TEATRO…E L’ARTE

Il sabato è stato animato invece dalla presenza di Franca Valeri, l’intramontabile attrice e sceneggiatrice italiana che si è rivolta alle giovani donne dicendo loro di “non dimenticare mai di essere intelligenti”. Le donne “sono importanti se sono coscienti di essere da questa parte” dell’umanità, “si sa che sono necessarie, non si può farne a meno: e sapere questo è una forma di femminismo, anche se a me non è mai piaciuto il termine. Però bisogna essere coscienti che non è una militanza, è un sentimento”. Pieno di fascino anche l’incontro con MP 5, artista visiva, pittrice, scenografa e illustratrice, esponente della urban art contemporanea (legale e illegale), che ha raccontato i propri muri e la propria pratica, mostrando una sensibilità e un tecnicismo ben lontani da quell’universo, passato e a prevalenza maschile, appartenente alla mitologia della street art: “Faccio muri ma non sono mai stata una bomber. Non ho mai preso una bomboletta in mano. I miei lavori richiedono del tempo. Per me è fondamentale quando vado a lavorare in un posto avere a che fare con le persone che abitano quel luogo, non considerarle dei casi di studio. Altrimenti si perde il concetto di lavoro site specific o audience specific. Spesso si chiama gli artisti a riqualificare un quartiere, ma non credo che questo sia l’obbiettivo di un artista. La riqualificazione va messa in mano a chi sa riqualificare, quindi rifare gli intonaci, le strutture che servono. Altrimenti gli abitanti dei quartieri popolari che hanno bisogno di autobus metro, infrastrutture, cinema poi si ritrovano dei muri dipinti che dopo due tre anni cadono a pezzi”. Infine, sullo sfondo di tanti incontri, le parole di Virginia Wolf che hanno cadenzato gli intervalli nei teatri del festival: “Le donne devono sempre ricordarsi chi sono e di cosa sono capaci, non devono temere di attraversare gli sterminati campi dell’irrazionalità e neanche di rimanere sospese sulle stelle, di notte, appoggiate al balcone del cielo. Non devono avere paura del buio che inabissa le cose, perché quel buio sprigiona una moltitudine di tesori, quel buio che loro, libere, scarmigliate e fiere, conoscono come nessun uomo saprà mai”.

– Veronica Santi

 

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Veronica Santi
Laureata in Scienze Politiche e in Storia dell’Arte, Veronica Santi è critico d’arte, curatrice, scrittrice, autrice e regista di film documentari. Nel 2014 ha fondato Off Site Art, un'associazione di arte pubblica con sede all'Aquila. È Program Director per ArtBridge, New York. "I am not alone anyway" è il suo primo feature film sulla figura di Francesca Alinovi. Scrive recensioni per riviste di arte contemporanea e collabora con Artribune dal 2013. Vive e lavora tra l’Italia e New York.