A Venezia sta aprendo un nuovo Palazzo delle Arti e delle Culture grazie alla Fondazione Giancarlo Ligabue. L’intervista 

Intervista a Inti Ligabue che racconta il nuovo corso del progetto con l’apertura della collezione al pubblico, oltre 400 reperti e opere che attraversano la storia fino ai giorni nostri

Sito sul Canal Grande, Palazzo Erizzo Ligabue, di origini cinquecentesche, è dal 2016 sede della Fondazione Giancarlo Ligabue. Nata come Centro Studi nel 1973, promuovendo ricerche, convegnistica, spedizioni su impulso del paleontologo e imprenditore scomparso nel 2015, presenta oggi un ulteriore nuovo corso, nato su idea e impegno del figlio Inti Ligabue, imprenditore e appassionato d’arte veneziano di 45 anni. 

La collezione di Palazzo Erizzo Ligabue 

Aprendo dal 7 al 24 maggio 2026 al pubblico e offrendo un programma di visite guidate, sotto il nome di Palazzo delle Arti e delle Culture – Collecto, alla collezione che vanta oltre 400 pezzi, con reperti risalenti a circa 4 miliardi e mezzo di anni fa fino a opere di artisti contemporanei, quali Arcangelo Sassolino, Nico Vascellari e Giorgio Andreotta Calò. E che nelle prossime settimane avrà in residenza un’artista come Marta Spagnoli a dialogare, in un progetto site specific, con la collezione e la storia della Fondazione.  
Ce lo racconta in questa intervista Inti Ligabue. 

Intervista a Inti Ligabue 

In principio era il Centro Studi fondato negli Anni Settanta da suo padre Giancarlo, poi nel 2016 decide di trasformare questo progetto in Fondazione. Perché? 
Il Centro è nato da un’intuizione di mio padre: la curiosità come motore della conoscenza. Nel 2016 ho sentito la responsabilità di trasformare quel progetto in una Fondazione, per dargli una struttura più ampia e una prospettiva più aperta nel tempo. Non si trattava di cambiare direzione, ma di rendere quel percorso ancora più condivisibile, più accessibile, più capace di dialogare con il presente. 

Da allora il Palazzo Erizzo Ligabue, che è sede della Fondazione, ma ha anche un’anima residenziale, è stato aperto – seguendo la strada segnata dal suo predecessore – soprattutto per attività di convegnistica, ricerca, incontri. Ora si cambia. In che modo? 
Palazzo Erizzo è sempre stato un luogo vissuto, non solo uno spazio espositivo. Negli anni è stato aperto per eventi legati al nostro gruppo, incontri e dialoghi della Fondazione. Oggi evolviamo il modo di esporre e di condividere le nostre mostre: le visite diventano più intime, immersive e approfondite, perché accompagnate dalle nostre conservatrici. È un passaggio naturale, che ci permette di entrare in relazione con il pubblico in modo più diretto e consapevole. 

Che storia ha Palazzo Erizzo? 
Nasce alla fine del Quattrocento, costruito dalla famiglia Da Lezze in stile gotico e affacciato sul Canal Grande. Nel corso dei secoli passa agli Erizzo e poi ai Nani Mocenigo. 
Nel secondo dopoguerra viene acquistato da mio nonno, Anacleto Ligabue, e da allora è rimasto a noi. Oggi è anche la casa in cui vivo con la mia famiglia, e proprio per questo aprirlo significa condividere non solo una collezione, ma un luogo che ha una storia viva. 

Il Palazzo delle Arti e delle Culture diventerà una sorta di museo che attraversa le epoche fino ai giorni nostri… 
Non lo definirei un museo in senso tradizionale. È un percorso che attraversa epoche e culture diverse, mettendo in relazione oltre 400 opere e reperti, dalle origini della Terra fino alla contemporaneità. L’idea non è quella di seguire una cronologia, ma di costruire connessioni, lasciare emergere temi e archetipi che attraversano l’esperienza umana. 

Quali sono stati gli interventi di riallestimento che hanno portato a questo risultato? 
Abbiamo lavorato con grande attenzione per rispettare l’identità del palazzo. 
Gli interventi accompagnano lo spazio, lo valorizzano e lo rendono leggibile. Abbiamo, ad esempio, riaperto uno scalone monumentale, parte integrante dell’architettura originaria, restituendo il percorso storico che conduce al primo piano. 
Abbiamo utilizzato materiali tradizionali veneziani, come il pastellone e il marmorino, mantenendo un forte legame con l’identità del luogo, e introducendo al tempo stesso elementi di contemporaneità nell’illuminazione e nell’allestimento. La luce, i materiali e il ritmo delle sale sono pensati per costruire una relazione tra le opere e l’architettura. 

Qualche highlight della collezione? 
Ci sono opere straordinarie, ma preferisco non isolare singoli oggetti. 
La forza della collezione sta nella relazione tra elementi molto diversi: reperti archeologici, arte antica, arte tribale, opere contemporanee. È questo intreccio a costruire il senso.  Vedere insieme una maschera di Teotihuacan, una testa di divinità romana e una maschera Punu africana significa accostare geografie, epoche e visioni lontane tra loro, restituendo voce a presenze che il tempo ha reso silenziose. 

Inti Ligabue
Inti Ligabue

Anche suo padre condivideva la passione per l’arte contemporanea? 
Mio padre aveva una curiosità molto ampia, che non si fermava a un’epoca. Io sono cresciuto in mezzo a questi oggetti e ho sviluppato una sensibilità che naturalmente si è estesa anche al contemporaneo. In fondo, tutta l’arte è stata contemporanea nel momento in cui è stata creata. Le pulsioni che racconta – la vita, la morte, la bellezza, il potere – sono le stesse. 

L’apertura – nei giorni di inaugurazione della Biennale Arte di Venezia – celebra inoltre l’avvio del programma di residenze della Fondazione. Si comincia con Marta Spagnoli. Quali sono gli obiettivi di questo progetto e che cosa sta realizzando la Spagnoli? 
Le residenze nascono con l’idea di attivare un dialogo vivo con la collezione. 
Marta Spagnoli è la prima artista invitata a lavorare in questo contesto: non per illustrarlo, ma per confrontarsi con esso. Il suo lavoro si inserisce in questo percorso come una nuova stratificazione. 

La storia della Fondazione e della sua collezione si intreccia con la storia della sua famiglia e con quella del Gruppo Aziendale. Lei inoltre è un appassionato d’arte – anche contemporanea e pratica sport estremi. Come convivono tutte queste anime e questi impegni in una sola persona e in che modo si influenzano tra loro? 
Per me sono parti della stessa energia. C’è una curiosità di fondo che attraversa tutto: il desiderio di capire, di esplorare, di mettersi alla prova. Che sia nella ricerca, nell’impresa o nello sport, il motore è lo stesso. 

La Fondazione sostiene inoltre campagne di scavo archeologico. Ad esempio, avreste dovuto presto sostenere una campagna in Iran… 
Il sostegno alla ricerca resta centrale. Le campagne di scavo sono una parte importante del lavoro della Fondazione, perché permettono di continuare a produrre conoscenza, non solo a conservarla. Negli ultimi anni avevamo avviato un progetto di scavo in Iran, sostenuto per tre anni, che gli sviluppi recenti non hanno purtroppo permesso di proseguire. Stiamo già valutando nuove opportunità, perché alla divulgazione vogliamo continuare ad affiancare un impegno diretto nella ricerca. 

In questi giorni si apre anche la Biennale Arte di Venezia che sta dimostrando sempre di più quanto la politica, geopolitica e cultura siano estremamente connesse. E questo avviene anche nel mondo dell’impresa e tutto sommato anche una collezione come la vostra che attraversa ogni tipo di confine ne è testimonianza. Come vede il futuro Inti Ligabue? 
Viviamo in un momento in cui tutto è interconnesso: cultura, politica, economia. 
Anche una collezione come la nostra lo dimostra, perché attraversa confini geografici e visioni diverse. La mia visione è semplice: la Bellezza come elemento di connessione. Qualcosa che unisce, che costruisce ponti, che permette di riconoscerci come parte di una stessa umanità. E poi c’è un punto fondamentale: la cultura e la conoscenza sono l’unica risorsa che rende felici tutti e anche quando viene condivisa con tutti, non si esaurisce, ma cresce e genera un senso di fratellanza di cui oggi abbiamo più che mai bisogno. 

Santa Nastro 

Venezia//dal 7 al 24 maggio 2026 
FONDAZIONE LIGABUE – Palazzo Erizzo Ligabue 
Ramo Corte Lezze, 3318, Venezia 

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Santa Nastro

Santa Nastro

Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è vicedirettore di Artribune. Dal 2015 è Responsabile della Comunicazione di…

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