Protezione e costrizione sono due facce della stessa medaglia. Una mostra a Roma lo dimostra
Ispirata al celebre romanzo di Sylvia Plath “The Bell Jar”, la mostra collettiva alla galleria Monti8 di Roma, intreccia le pratiche di sette artisti internazionali
L’ingresso nello spazio di Monti8 porta con sé un’immediata risonanza letteraria: il riferimento a Sylvia Plath non resta sullo sfondo, ma orienta fin da subito la lettura della mostra. La “campana di vetro”, immagine cardine del romanzo del 1963 — in cui la giovane Esther si percepisce intrappolata in una condizione di isolamento e pressione psichica — diventa qui un dispositivo interpretativo. Non solo metafora di costrizione, ma anche oggetto ambivalente: nato in ambito scientifico e oggi utilizzato per custodire elementi preziosi, espone ciò che contiene rendendolo al tempo stesso inaccessibile. Intorno a questa tensione tra visibilità e sottrazione prende forma la collettiva allestita nella sede romana di via degli Ausoni, che riunisce sette artisti internazionali — Camilla Alberti, Ruby Chen, Mounir Eddib, Stephen Buscemi, Naomi Hawksley, Steffen Kern e Amber Wynne-Jones — sotto la co-curatela di Massimiliano Maglione.
Il riferimento a The Bell Jar di Sylvia Plath
Il titolo, The Bell Jar, più che un omaggio, funziona come campo di forze. La campana diventa immagine di una soglia instabile: lascia passare lo sguardo ma non il contatto, protegge mentre separa. È su questa duplicità che si costruisce il progetto curatoriale, che mette in relazione pratiche eterogenee senza ricondurle a un tema univoco. Ne emerge un percorso che privilegia risonanze sottili, chiedendo allo spettatore una postura più lenta, quasi trattenuta, capace di sostare nelle zone intermedie dell’esperienza.
La mostra The Bell Jar da Monti8 a Roma
Lo spazio espositivo è organizzato come una rete di rimandi. Le opere non si limitano a occupare le pareti, ma attivano una circolazione continua dello sguardo, in cui anche i vuoti acquistano funzione narrativa. Le due sculture collocate al centro contribuiscono a rompere la frontalità dell’allestimento, trasformando il white cube in un ambiente attraversabile, più vicino a un sistema relazionale che a una semplice sequenza di lavori. Ne risulta un insieme di presenze parziali, che si offrono senza mai esaurirsi in una visione definitiva.
Gli artisti in mostra da Monti8
In questo contesto, l’intervento di Camilla Alberti si distingue per una presenza fortemente connotata. La sua scultura, costruita attraverso materiali di recupero, articola un’estetica che guarda al post-umano: frammenti dismessi vengono riorganizzati in una forma che interroga il ruolo dell’uomo nella definizione del mondo visibile. La scelta cromatica, giocata su un rosa attenuato, introduce una riflessione ecologica, mentre gli inserti metallici producono una tensione che, lungi dall’essere dissonante, conferisce precisione e raffinatezza all’insieme.
Più raccolta è la ricerca di Stephen Buscemi, che lavora per sottrazione. Le sue immagini isolano dettagli — come una mano posata su un pianoforte — lasciando emergere una dimensione narrativa solo accennata. La vicinanza dell’inquadratura genera un senso di sospensione, accentuato da una resa tecnica morbida, quasi impalpabile. Un analogo interesse per l’atmosfera si ritrova nelle opere di Steffen Kern, dove fotografia e costruzione cinematografica dell’immagine si incontrano in un uso calibrato della luce. Le tonalità tenui accompagnano lo sguardo verso zone di concentrazione interna, più suggerite che dichiarate.
Ruby Chen introduce invece un registro più destabilizzante. Le sue composizioni disarticolano le consuete logiche associative, mettendo in relazione elementi lontani e producendo un effetto di disorientamento percettivo. Naomi Hawksley, al contrario, sceglie un linguaggio essenziale: il disegno in grafite su carta velina, inserito in supporti trasparenti, dà origine a immagini leggere, quasi evanescenti, in cui il passaggio tra visibile e invisibile si fa particolarmente sottile.
Il lavoro di Mounir Eddib si radica in una memoria familiare segnata dallo spostamento e dal lavoro. Le sue opere richiamano l’esperienza delle miniere, legata alla storia di una famiglia marocchina emigrata in Belgio: superfici scure, segnate da una presenza materica intensa, restituiscono una sensazione di compressione e fatica. L’uso di materiali come piombo e catrame rimanda inoltre a pratiche culturali di protezione, aggiungendo un ulteriore livello simbolico. Chiude il percorso Amber Wynne-Jones, la più giovane tra gli artisti, con una pittura gestuale e stratificata: campiture verdi e brune si sovrappongono e si interrompono, generando un continuo processo di trasformazione formale.
La tensione emotiva di The Bell Jar
Nel suo insieme, la mostra propone una riflessione sulla possibilità di sottrarsi a identità rigide, attraversando stati multipli e non definitivi. Il riferimento a Plath non si traduce in una lettura illustrativa, ma resta come sfondo emotivo: una lente attraverso cui osservare pratiche che condividono una stessa tensione. Ciò che emerge è una condizione liminale, in cui protezione e costrizione coesistono, e in cui l’esperienza interiore precede ogni apertura verso l’esterno.
Luca Vona
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