Lezioni di critica #24. Della competitività dell’arte contemporanea italiana sulla scena internazionale 

Dai numerosi interventi degli operatori sull’assenza di artisti italiani dalla prossima Biennale di Venezia e in generale dalla scena internazionale, emerge la tendenza a scindere la realtà paradossale dell’arte italiana: competitiva e trascurabile, puntuale e attardata, nota e ignota a un tempo

Hanno ragione quanti vanno denunciando una mancata promozione e valorizzazione storiografica della migliore arte italiana nel corso dei decenni passati, con la conseguenza che essa risulta pressoché sconosciuta agli operatori internazionali. A prescindere dalla mancanza di stile dei curatori della prossima Biennale di Venezia, che hanno come parziale scusante la prematura scomparsa della curatrice Koyo Kouoh – la quale pare avesse in programma degli studio-visit, il che la dice lunga sulle sue conoscenze pregresse –, il grosso dell’arte italiana latita dalle rassegne internazionali e una delle cause fondamentali sta nella sua inefficace sponsorizzazione da parte dei nostri operatori e istituzioni. 

Arte italiana contemporanea: decenni di mancata valorizzazione o limiti intrinseci? 

Senonché, con altrettanta ragione altri hanno sottolineato come ciò non eluda una verità alternativa più dura da digerire: la gran parte della nostra arte è poco appetibile sul mercato internazionale. Ciò accade per due motivi distinti: 1) una quota consistente dei nostri artisti è assestata su codici estetici desueti, debitori in particolare di Arte Povera e Transavanguardia, quando da decenni è lo stile neo-concettuale in veste pop/minimal, di matrice statunitense, a dettare legge; 2) oppure risulta epigonale rispetto a tale stile, non si vede perché i curatori stranieri debbano prediligere dei cloni di provincia quando sono già disponibili gli originali. In entrambi i casi siamo lontani dagli standard internazionali più performanti, i quali sono tali perché coniugano adesione stilistica e invenzione linguistica, valgano per tutti gli esempi di Urs Fischer (scultura), Wade Guyton (pittura), Hito Steyerl (video-installazione).  

Il successo inopinato di alcuni… 

Se ne potrebbe concludere che la mancata promozione di cui sopra sia dovuta alla mediocrità dell’offerta artistica italiana, ma le cose non sono così semplici, come vedremo nel prossimo paragrafo. Prima, è necessario operare uno shift interpretativo. Considerando l’estensione geografica e il peso demografico di un Paese in declino come l’Italia, ci si dovrebbe non solo accontentare, ma rallegrare dei casi di conclamato successo, visto che vantiamo calibri planetari come Maurizio Cattelan, Vanessa Beecroft, Rudolf Stingel, Francesco Vezzoli, Paola Pivi, Roberto Cuoghi, Rosa Barba, sorvolando sul fatto che alcuni di loro sono naturalizzati altrove. Non entro nel merito del loro valore artistico, riscontro l’indiscutibile notorietà raggiunta. Davvero non male, per una piccola provincia dell’impero. Ogni tanto occorrerebbe rammentare i nostri meriti, invece dei demeriti, pena il distorcere la realtà dei fatti. Si può tranquillamente affermare che l’arte italiana gode di buona salute non meno del contrario, da sempre è una quota minoritaria di artisti a pesare, mai la maggioranza.  

… e un’occasione mancata per molti altri 

Esistono tre filoni fondamentali dell’arte contemporanea italiana, passibili di parziali sovrapposizioni: 1) una rosa d’assi in grado di competere ai massimi livelli; 2) un esercito di cloni dello stile internazionale che, per ciò stesso, non entusiasma la domanda estera; 3) un nutrito gruppo di paladini della nostra migliore tradizione, contesa tra metafisica, primitivismo e citazionismo. È sull’ultimo campione che occorreva investire, perché i primi sanno cavarsela tranquillamente da soli, mentre i secondi hanno poche chance di convincere gli osservatori internazionali circa la loro necessità d’esistere. Cosa bisognava fare? Rovesciare il “genius loci” da vulnus in risorsa, facendo dei codici artistici italiani un’opportunità e non un motivo di vergogna. Sono mancati gli eredi di Germano Celant e Achille Bonito Oliva, che anche senza redigere manifesti avrebbero potuto fare molto a livello individuale. La geopolitica conta anche in arte, non è affatto vero che gli artisti possiedono un passaporto estetico ubiquo, non tutti almeno. Né l’identità artistica ha a che vedere con l’anagrafe individuale, come erroneamente in troppi mostrano di credere, bensì con codici estetici ora ampiamente diffusi, ora più localizzati. 

Artisti solidi, ma poco valorizzati 

Per quanto sottostimati dagli spiriti ondivaghi, i codici della tradizione artistica italiana, peraltro stemperati da una generosa dose di internazionalismo, si mostrano pervicaci nelle poetiche di alcuni dei nostri artisti più solidi e rappresentativi: Alessandro Pessoli, Giorgio Andreotta Calò, Pietro Roccasalva, Francesco Gennari, Flavio Favelli, Gian Maria Tosatti, Alessandro Piangiamore, Gianni Caravaggio e altri di minore talento. Qualche anno fa ho dedicato loro un manifesto artistico semiserio, tale perché selezionava un’arte codificata e nondimeno di qualità. Un peccato non averli valorizzati in quanto espressione più autentica di un’Italia ancorata alla sua tradizione artistica, la responsabilità è tutta dei nostri curatori, provinciali ed esterofili, tanto più se si pensa che il manierismo nostrano ha conosciuto, a partire dagli Anni Zero, una congiuntura internazionale altrettanto nostalgica.  

Disinvestire a livello pubblico sui cloni dello stile internazionale 

I nostri artisti più in vista, va sottolineato, non sono loro, ma quelli che hanno saputo intercettare i codici dominanti con piglio originale, tradendo in larga parte – ossia non del tutto – i dettami della nostra tradizione. Valga per gli altri il caso emblematico di Cattelan. Gli epigoni dello stile internazionale, al contrario, vi hanno aderito senza alcun apporto originale, ma al massimo con professionalità pedissequa. Spesso li si premia in patria in virtù della loro sudditanza al mainstream, chiaro indizio di provincialismo. L’elenco dei cloni dello stile internazionale copre più generazioni di artisti e richiederebbe un tomo per essere esaurito, basti un campione transgenerazionale a evidenziare il comune denominatore: Massimo Bartolini, Vedovamazzei, Marcello Maloberti, Piero Golia, Massimo Grimaldi, Luca Trevisani, Nico Vascellari, Paolo Chiasera, Rossella Biscotti, Danilo Correale, Ludovica Carbotta, Chiara Fumai, Linda Fregni Nagler, Jacopo Benassi, Lia Cecchin, Diego Marcon, Giulia Cenci, Chiara Camoni, Pamela Diamante, Benni Bosetto, ecc. ecc. Tutti loro possono anche vantare un discreto successo commerciale e un’indubbia professionalità, ciò che fa difetto è la loro necessità nella storia dell’arte italiana e internazionale, visto che in tutti i casi si tratta di codici estetici standardizzati, per giunta di non eccelsa qualità. Poco lungimirante è scommettere a livello pubblico su questo tipo di artisti, tanto più se si pensa che proprio gli spiriti più squisitamente italiani mostrano, per contrasto con gli stilemi imperanti, una maggiore identità. Se dobbiamo riempire i nostri musei e manuali di storia dell’arte con gli scarti dell’impero, che almeno ci rappresentino. 

Paese che vai, “curators” che trovi 

A proposito di originalità, forse che all’estero si vedono solo campioni di novità e sperimentazione? A Venezia e negli appuntamenti mondani in genere si incontra letteralmente di tutto, l’incompetenza media dei “curators” è un fenomeno globalizzato. Non si capisce, allora, perché i nostri artisti più rappresentativi non compaiano a fianco dei loro colleghi esteri di pari quando non minore livello. Le ragioni di ciò hanno nomi e cognomi. I nostri curatori, molto semplicemente, non sanno selezionare e promuovere gli artisti italiani più rappresentativi, basti l’esempio del prossimo Padiglione Italia, che potrebbe rappresentare la naivité di molti Paesi indifferentemente, per non parlare delle edizioni precedenti. Il risultato è che da decenni, a Venezia, collezioniamo innumerevoli occasioni mancate, le quali non rendono giustizia della nostra offerta artistica più rappresentativa e spendibile. Le maggiori responsabilità ricadono sui curatori italiani apprezzati internazionalmente, i quali hanno voltato le spalle al loro Paese d’origine, oppure hanno selezionato malamente le rare volte che si sono ricordati di avere dei natali da onorare. Sono loro ad aver impedito che gli artisti più ancorati alla nostra tradizione potessero incontrare qualche chance di rilievo fuori dal nostro Paese, preferendo dedicarsi agli artisti stranieri o, tra gli italiani, a pesi massimi e cloni. 

La situazione alla Biennale di Venezia 

Quanto alla Biennale di Venezia, sarebbe opportuno un rigurgito protezionista nei confronti dei curatori non occidentali. L’arte contemporanea è un’invenzione europea e nordamericana, di vedere bazar multietnici spacciati per saggi di estetica postcoloniale non se ne può più. Dia l’esempio la stessa Serenissima a partire dalle prossime edizioni, e se proprio ci si tiene si voli altrove invece che in Laguna. Quanto agli artisti dei Paesi emergenti, siano invitati se rispettano degli standard estetici soddisfacenti, non perché va garantita la quota “esotica”. Da tempo spadroneggia un’ideologia fintamente cosmopolita che privilegia i codici estetici anglosassoni e quelli dei Paesi in via di sviluppo, entrambi penalizzanti rispetto ai cascami della tradizione artistica italiana. I nostri artisti più rappresentativi andrebbero promossi a prescindere dai loro limiti reali e presunti perché i fondi pubblici sono anche i loro, perché la concorrenza non sempre è di un livello superiore e perché segnano un’alternativa più che dignitosa all’omologazione imperante. A patto, naturalmente, di saperli selezionare. 

Roberto Ago 

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Roberto Ago

Roberto Ago

Roberto Ago è laureato in arti visive all’Accademia di Belle Arti di Brera e in filosofia all’Università degli Studi di Milano. Critico visuale e analista di sistemi simbolici attraverso un approccio multidisciplinare integrato, membro fondatore della rivista italiana Controversie afferente…

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