Tutto pronto per 2050 Archifest a Colle di Val d’Elsa. L’intervista alla direttrice

Francesca Ameglio, direttrice artistica della prima edizione del festival di architettura della “Città del cristallo”, tra i sei vincitori del bando MiBACT, introduce i contenuti e illustra gli obiettivi del progetto. L’appuntamento è nel comune senese dal 24 settembre al 4 ottobre.

In previsione del (possibile) “autunno caldo dell’architettura” prosegue il nostro percorso di presentazione dei festival dedicati alla disciplina in programma dal mese di settembre. Dopo l’intervista a Davide Paterna di Change. Architecture Cities Life, passiamo dalla Capitale alla Toscana dando la parola a Francesca Ameglio, cui sono affidati la direzione artistica e il coordinamento generale della prima edizione di 2050 Archifest, a Colle Val d’Elsa.
Il festival toscano, anch’esso selezionato nell’ambito dell’iniziativa della Direzione Generale del MiBACT competente sull’architettura contemporaneacoinvolge tutti i cittadini, non solo gli specialisti, in una riflessione su città e stili di vita e in un percorso partecipato di transizione alla sostenibilità, affrontando una molteplicità di temi, dall’energia al cambiamento climatico, dalla mobilità al turismo, dalle risorse ambientali ai servizi ecosistemici, dalla manifattura alle filiere alimentari, dalle strutture e infrastrutture alle scelte e ai comportamenti individuali”, racconta Ameglio. “L’architettura e lo spazio urbano saranno oggetto di sperimentazione e teatro di laboratori diffusi nei vari contesti urbani, a partire dallo spazio della piazza coperta di Michelucci, emblematico fulcro della rigenerazione urbana e cardine di tutte le iniziative che il Festival promuove”.

INTERVISTA A FRANCESCA AMEGLIO

Nell’ultimo periodo il dibattito architettonico ha riguardato la “contrapposizione” tra contesti urbani densi, percepiti come insalubri, e aree marginali – campagne, senza significativi passi in avanti. A contraddistinguere 2050 ArchiFest dagli altri festival vincitori del bando MiBACT c’è la dichiarata volontà di promuovere il patrimonio architettonico delle piccole città, così caratteristico del territorio nazionale. Su cosa intendete fare leva?
C’è tanta materia prima preziosissima su cui lavorare. L’Italia è fatta di piccole città. Gran parte del nostro territorio si struttura su un sistema urbano policentrico che possiamo rilevare come un grande disegno integrato, stratificato che ordina e caratterizza gran parte della nostra penisola. Non si tratta solo di una testimonianza storica, ma di un segno architettonico persistente che perdura nel tempo grazie alla sua forza generatrice. Non possiamo permetterci di sprecare questo patrimonio consolidato e il potenziale di sviluppo e benessere a esso associato. L’obiettivo del Festival di Colle di Val d’Elsa non è di affermare con presunzione che sì, è meglio vivere nei piccoli centri piuttosto che in una grande città, ma interrogarsi se c’è una dimensione urbana del possibile. Le città possibili sono città che modulano i propri spazi, fisici e materiali, sui bisogni degli individui e della comunità.

Un processo che presuppone il coinvolgimento delle comunità, dunque…
Per fare questo è necessaria un’emancipazione culturale e una maggiore consapevolezza da parte di tutti i cittadini. È questo quello che il festival vuole fare. E lo fa sviluppando il concetto di città bella e di qualità operando una vera e propria ricostruzione mentale urbana ed educazione sentimentale all’architettura per far riscoprire ai cittadini come questa, in modo rivoluzionario e profondamente etico, può dare forma al sentire collettivo ed essere espressione della comunità, di un popolo, di una città, di un paesaggio, di una storia. Oggi è possibile orientare i processi di rigenerazione verso una prospettiva che possa avvalersi sia della capacità creativa di progettisti, enti e amministrazioni sia di forme di cittadinanza attiva e di responsabilità collettiva ed è possibile mettere in campo strumenti e azioni capaci di avviare fin da subito processi virtuosi in ambito urbano per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità. “Partecipazione” e “Accessibilità” sono due parole chiave per descrivere la filosofia che ispira 2050 ArchiFest. Una prerogativa essenziale per costruire comunità resilienti, eque e vitali è aumentare la consapevolezza intorno alla qualità del vivere comune e ai requisiti essenziali, necessari per soddisfare le esigenze di tutti, “senza mai lasciare nessuno indietro”, come affermato nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

Francesca Ameglio

Francesca Ameglio

Nel Novecento la “Città del Cristallo” si è misurata con l’architettura e l’arte contemporanea, con i progetti di Michelucci, Jean Nouvel, Daniel Buren, tra gli altri. Un processo che in altre località di dimensioni analoghe non è avvenuto…
Colle di Val d’Elsa è un luogo identitario che respira storia, ma non per questo schiacciata sotto il suo peso. Ha sempre avuto la forza e il desiderio di rinnovarsi con modelli di sviluppo urbano innovativi e ha sempre creduto nel valore culturale dell’architettura contemporanea. La sede della Banca Monte dei Paschi di Siena progettata tra il 1973 e il 1983 dall’architetto Giovanni Michelucci, con la collaborazione di Bruno Sacchi, ne è un esempio: costituisce un tassello fondamentale del patrimonio architettonico, artistico e culturale non solo per la città, ma anche per l’intera nazione. Non del tutto compresa e ancora appartenente a un passato troppo recente, questa architettura, come tante altre in Italia, è esclusa dal raggiungimento di quel processo di storicizzazione che le permette di riconoscerne il valore e garantirne la tutela. Durante il festival si parlerà proprio di questo: di come questa architettura, se riconosciuta e ripensata, possa essere generatrice di relazioni e diventare catalizzatore urbano da cui ripartire.

Anche altri progetti non hanno avuto vita facile.
Colle si è sempre messa in gioco, rischiando e perdendo anche delle sfide importanti. Nel 1997 veniva affidata all’architetto francese Jean Nouvel la riqualificazione urbanistica e architettonica di una parte importante della città, compresa tra piazza Arnolfo e le aree industriali dismesse della Ferriera Masson e Vulcania. La storia difficile degli anni che seguirono e la crisi economica che colpì tutto il territorio interruppe l’ambizioso progetto, un fallimento che ancora oggi ha forti ripercussioni nella comunità e che si manifesta in una generale sfiducia nel ruolo dell’architettura nel progresso civile, sociale ed economico della città. Tra i progetti che sono stati portati a termine c’è piazza Arnolfo disegnata da Daniel Buren con la collaborazione di Bertrand Lavier, Alessandra Tesi e Lewis Baltz, il sistema di risalita al Baluardo che collega la città bassa e il Castello e l’edificio su via delle Casette realizzati entrambi da Jean Nouvel. Quest’ultimo è stato progettato con la collaborazione del paesaggista Gilles Clément, autore del Manifesto del Terzo paesaggio, un testo “rivoluzionario”, in quanto introduceva un nuovo modo di guardare alle aree verdi abbandonate, ai margini dell’abitato, sotto gli occhi di tutti ma non considerate, o ritenute inutili. Ridefinendo gli ambiti della biodiversità, l’estetica del paesaggio e i modi di progettarlo.

La prossima sfida è la “Carbon Neutrality”.
Siamo in una città, ma anche un territorio che ha sempre creduto in progetti innovativi. Con il progetto Reges la Provincia di Siena dal 2008 ha prodotto inventari dei gas serra di area vasta ed ha raggiunto l’ambizioso traguardo nel 2011 (4 anni prima del previsto) della Carbon Neutrality con un abbattimento delle emissioni del 102%. Recentemente è stata fondata l’Alleanza Territoriale per la Carbon Neutrality, per consolidare e migliorare questi risultati e per promuovere azioni sostenibili nel tempo. Il Workshop Colle 2050 intende operare nella stessa direzione e guardare al futuro della città.

Come sarà strutturato questo laboratorio partecipato?
Questa sessione del festival sarà dedicata al tema della transizione energetica e della decarbonizzazione in ambito urbano e di quartiere. La città stessa sarà per quattro giorni oggetto di osservazione e progettazione di un gruppo di professori, tutor e studenti che, insieme con cittadini e amministratori, esploreranno vari scenari in materia di energia, mobilità, agricoltura, rifiuti, risorse idriche, spazi verdi e ambiente, e produrranno una visione possibile, realistica e verosimile, della città del futuro, tra le tante possibili, una città sostenibile a impatto zero. Si domanderanno: come si può realizzare una città neutrale in termini di emissioni di CO2 in atmosfera (ovvero con minime emissioni residue completamente compensate dagli assorbimenti di CO2 da pare degli ecosistemi locali)? Che implicazioni avrebbe questo processo in termini architettonici e urbanistici? Come sarà Colle di Val d’Elsa nel 2050, data che la Commissione Europea ha stabilito per il raggiungimento della Carbon Neutrality?

MARS Spazio Michelucci, Colle di Val d’Elsa (Siena). Photo credits © gi2o Cuahutemoc Giancaterino www.visaviz

MARS Spazio Michelucci, Colle di Val d’Elsa (Siena). Photo credits © gi2o Cuahutemoc Giancaterino www.visaviz

Tra i focus tematici c’è la parità di genere in architettura. Cercherete di attualizzare il dibattito alle urgenze della professione o privilegerete la dimensione di analisi del passato?
Il progetto Architettrici nasce all’interno di ArchiFest, per ArchiFest, come uno dei temi fondamentali per guardare al mondo che dovremo abitare “altrimenti”, perché crediamo che il contributo del pensiero femminile sia determinante per il futuro non solo dell’architettura e delle città. Nei giorni del festival parleremo delle pioniere che ci hanno precedute – Eileen Gray, Lilly Reich, Charlotte Perriand e Lina Bo Bardi –, protagoniste di particolari fenomeni di rimozione storica, per svelare la loro eredità nascosta.

Perché “Architettrici”?
Ci siamo ritrovate, in una parola antica, piena di fascino, poetica. Non è una questione linguistica, ma di significato. Architettrici appartiene alla nostra genealogia ed è nel nostro destino. Questa parola l’abbiamo scoperta con Plautilla, architettrice romana del Seicento, che fu la prima a definirsi così. Il termine giaceva nascosto sotto le macerie del Vascello sul Gianicolo, la sua opera di cui rimangono poche tracce perché venne distrutta a colpi di cannone nel 1849. Come il destino delle donne. La Storia delle Architettrici è Storia ancora non scritta. Il contributo femminile all’Architettura è tutto da scoprire, da indagare, da scrivere, poi, da ricomporre criticamente.

Un lavoro molto focalizzato su conoscenza e consapevolezza.
Il progetto Architettrici vuole aprire una strada nuova, rileggere l’apporto delle donne, che hanno pensato, progettato, realizzato, opere di Architettura, alla luce di una nuova consapevolezza, la consapevolezza della storia che passa attraverso il corpo e la coscienza delle donne, e per questo si ri-struttura in lessico antico ma nuovo, innovativo, perché non evocativo di genere e di ruolo, ma di sostanza e conoscenza. Una presa di coscienza che si arricchisce anche del ruolo connettivo e di rilievo della femminilità mediterranea, autentica, materna, matriarcale, accogliente, onnicomprensiva. A noi interessa portare avanti una “politica” di riunificazione del sapere e un tentativo di superamento della semplice dicotomia uomo-donna. Andare oltre per contrastare l’ideologia dell’antagonismo bellicoso e condividere nuove visioni di futuro. Crediamo che attraverso il femminile è possibile trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. Conservando l’antico legame con il tutto indeterminato, la donna e il pensiero femminile ci offrono una nuova chiave di lettura del mondo.

Da progettista e da curatrice di 2050 ArchiFest, quali ostacoli rileva nel processo verso la parità? Come giudica le iniziative in corso in questa fase storica?
Personalmente gli ostacoli che ho riscontrato sono spesso quelli interiori. Credo che per raggiungere la vera parità di genere sia necessario lavorare prima di tutto sull’autostima e sull’empowerment di ognuna di noi. Basta rivendicazioni, ma azioni concrete a sostegno di chi non ce la fa da sola. Raccontare la storia delle Architettrici che, nonostante tutto, ce l’hanno fatta è per questo importantissimo. Credo inoltre che, in questa fase storica, l’interesse per il pensiero femminile a vari livelli e nei diversi campi sociali e culturali nasca dalla necessità di dare espressione alla complessità della personalità umana. Non a caso, in questa profonda crisi che è prima di tutto esistenziale, il pensiero femminile emerge con tutta la sua forza salvifica. L’emarginazione della donna, come quella della natura, può essere molto pericolosa.

MARS Spazio Michelucci, Colle di Val d’Elsa (Siena). Photo credits © gi2o Cuahutemoc Giancaterino www.visaviz

MARS Spazio Michelucci, Colle di Val d’Elsa (Siena). Photo credits © gi2o Cuahutemoc Giancaterino www.visaviz

Lei è genovese e ha scelto di vivere e lavorare a Colle di Val d’Elsa. Quali ritiene siano i punti di forza di questa città? E cosa auspica per il suo avvenire?
Colle di Val d’Elsa è di fronte alla grande sfida di ridisegnare il proprio modello di sviluppo, per rilanciarsi come esempio virtuoso di città sempre più inclusiva, sicura, duratura e sostenibile. Il suo essere elemento di cerniera tra l’area metropolitana di Firenze, la città di Siena e il territorio con San Gimignano e i borghi della Valdelsa può essere strategico, come lo è stato nella storia. Nel tempo ha ricoperto un ruolo importantissimo nel settore produttivo e manifatturiero, come la produzione del cristallo, e nell’ambito dell’offerta di servizi essenziali per le aree circostanti. Ora che l’economia non è più vivace e dinamica, c’è il bisogno primario di ripartire dal territorio emancipandolo soprattutto culturalmente.

L’imminente festival può quindi incidere nel nuovo corso?
Il festival può essere un primo momento in cui la comunità si riunisce per trovare nuove parole e sperimentare nuovi metodi. Guardare verso il futuro e all’economia della conoscenza, della cultura e della creatività, dell’innovazione, circolare e verde, sempre con uno sguardo attento al sociale e alla capacità di fare rete. Vivere lontano dai grandi centri urbani, catalizzatori economici e culturali, non vuol dire per forza rinunciare a qualcosa, ma può essere una grande opportunità, vista soprattutto nell’ottica della sostenibilità. Qui si possono davvero raggiungere nel breve termine, con progetti a bassa definizione ma ad alto contenuto sociale, elevati standard di qualità. La cultura può promuovere la salute e la felicità quando la comunità è pienamente coinvolta nella partecipazione attiva e se sviluppa un gusto autentico per la curiosità e la sperimentazione.

Valentina Silvestrini

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Valentina Silvestrini

Valentina Silvestrini

Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. È cocuratrice della newsletter "Render". Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito…

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