Venezia 76: J’accuse, Polanski un gran maestro di cinema (non senza polemiche)

Venezia 76: J'Accuse di Roman Polanski. Arriva al Lido il film (ma non il regista), tra applausi e polemiche.

Ancora una volta un buon film! “J’accuse” di Roman Polanski è in concorso alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia. Il regista, non presente al Lido, è stato rappresentato dalla moglie, l’attrice Emmanuelle Seigner che ha un ruolo anche nel film, dai protagonisti Jean Dujardin e Louis Garrel, e dai produttori (della parte italiana, da Luca Barbareschi e Paolo Del Brocco). Il 5 gennaio 1895 il capitano Alfred Dreyfus, giovane e promettente ufficiale dell’esercito francese viene accusato di essere un informatore dei tedeschi, degradato e condannato alla deportazione a vita nell’Isola del Diavolo nell’Oceano Atlantico, al largo delle coste della Guyana francese. 

UN CASO SCOMODO 

“J’accuse” è un ritratto storico dettagliato e curato. Un viaggio nei risvolti giuridici e politici dell’”affare” Dreyfus, uno dei maggiori scandali del diciannovesimo secolo. Il film racconta tutto dal punto di vista del colonnello Picquart che, messo a capo dei servizi segreti, comincia immediatamente a dubitare della verità sull’inchiesta Dreyfus. All’inizio del film Picquart è molto scortese con Dreyfus, un ufficiale che dipende da lui. In un dialogo in cui i due si affrontano per una mancata promozione Picquart gli dice: “Se lei mi chiede se gli ebrei mi siano simpatici, la risposta è no. Se lei mi chiede se il suo essere ebreo mi impedisca di giudicare serenamente il suo caso, la risposta è ancora no”. “J’accuse” è un film che inizia in un modo e termina in un altro, che nella prima ora carbura, elabora, mette a fuoco e nella seconda riconcilia lo spettatore con il cinema. Documentato e appassionante, Polanski conferma di essere ancora una volta una garanzia. La presentazione del suo film rischiava di essere un grande inciampo su tutta la Mostra. Invece la bellezza dell’arte ha superato la polemica iniziale, quella che vede ad esempio protagonista la Presidente di Giuria Lucrecia Martel dichiarare il proprio malessere circa la presenza di questo film in competizione (nel 1977 Polanski viene accusato di violenza sessuale su una ragazzina di 13 anni. La condanna pende ancora sul regista negli Stati Uniti). Una dichiarazione coerente fino alla fine: mentre il pubblico ha riservato un grandissimo applauso al cast a fine proiezione, la Martel non ha mosso ciglio. Una posizione che inevitabilmente crea danno a un film che potrebbe essere un buon premiato, almeno per il momento.

UN POLANSKI AUTENTICO 

“J’accuse” è anche un film che in un certo senso Roman Polanski non poteva non fare. È egli stesso molto simile al protagonista. Scampato da ebreo prima al nazismo poi allo stalinismo, perseguitato da tragedie collettive e personali, ha raccontato prima il ghetto di Cracovia nel “Pianista”, poi l’infanzia avventurosa dell’orfano “Oliver Twist” e ora la persecuzione di un innocente odiato, perché ebreo, da tutto il paese. Il commento ufficiale del regista rilasciato per il catalogo della Biennale: “Il film è basato sull’affaire Dreyfus, argomento cui penso da molti anni. In questo scandalo di vaste proporzioni, forse il più clamoroso del diciannovesimo secolo, si intrecciano l’errore giudiziario, il fallimento della giustizia e l’antisemitismo. Il caso Dreyfus divise la Francia per dodici anni, causando una vera e propria sollevazione in tutto il mondo, e rimane ancora oggi un simbolo dell’iniquità di cui sono capaci le autorità politiche, nel nome degli interessi nazionali”. “J’accuse” è consigliato assolutamente a chi ama il buon cinema, quello che riguarda la storia ben ricostruita, che usa il passato per essere attuale.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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