Ritrarre il lavoro. Al Mast di Bologna

La Fondazione Mast dedica una mostra alle immagini tratte dal suo sconfinato archivio. Incentrate sulla trasformazione del lavoro dagli Anni Venti del Novecento a oggi, delineano una storia individuale e collettiva.

Dalla propria collezione di fotografia industriale la Fondazione Mast estrapola più di cento opere realizzate da sessantasette autori, dagli Anni Venti fino a oggi per descrivere l’evoluzione del mondo del lavoro dall’epoca dell’industrializzazione fino alla società ipermedializzata. Il curatore Urs Stahel ha attinto dall’archivio della Fondazione, riunendo punti di vista e prerogative utili per mettere in luce la complessa rete d’ interconnessioni tra il sistema industriale economico e l’individuo. Secondo Stahel quello della produzione è un mondo nascosto dietro la superficie del prodotto che consumiamo. Quando però “ci troviamo di fronte a opere che parlano di questo universo, ci sentiamo toccati emotivamente dalle tematiche che esse sollevano perché magari abbiamo un parente che lavorava in una certa fabbrica o siamo a contatto con determinate realtà”.

Walter Niedermayr, Raumfolgen 244, 2007 © Walter Niedermayr. Courtesy the artist & Galerie Nordenhake

Walter Niedermayr, Raumfolgen 244, 2007 © Walter Niedermayr. Courtesy the artist & Galerie Nordenhake

I PROTAGONISTI

Berenice Abbott, Margaret Bourke-White, Thomas Demand, Hiroko Komatsu, Germaine Krull, Nino Migliori, Richards Misrach, Edward Steichen, Shomei Tomatsu, e molti altri: sono tanti i fotografi quanto le visioni sovrapposte che la mostra fa interagire tra loro nel racconto molteplice della storia della produzione mercantile. Nel percorso sviluppato in maniera organica e fluida, ci si muove seguendo le proprie sensazioni da una fotografia a un’altra, saltando temporalmente dal passato al presente e viceversa. Spostandosi dalla produzione dei metalli agli impianti petrolchimici, dalle fabbriche dei coniugi Becher alle discariche del Bangladesh di Jim Goldberg, dalla locomotiva ottocentesca di James Mudd all’interno di una fabbrica Siemens di Thomas Struth, dai ritratti consunti della miseria del lavoro operaio di Marion Post Wolcott ai lavoratori in posa come modelli di Richard Avedon, dall’imponenza di una ciminiera di Jakob Btuggener alla devastante emissione energetica di un test nucleare. È il mondo del lavoro presentato nella sua totalità, un apparato in evoluzione in grado di inglobare tutto. Vasto e variegato, suscita diversi tipi di riflessioni e reazioni emotive fino al perturbante spaesamento che si prova di fronte a opere come Psychomotor di Remy Markovitsch. Qualunque sia la risposta personale, in ogni caso la mostra agisce sulla consapevolezza dell’osservatore, che percepisce la propria storia come frutto non solo di scelte individuali ma anche di fatti recenti, concretamente e profondamente incisivi.

Domenico Russo

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Domenico Russo

Domenico Russo

Domenico Russo è laureato in Beni Artistici, Teatrali, Cinematografici e dei Nuovi Media presso l’Università di Parma. Ha collaborato con il Teatro Lenz e con la Fondazione Magnani Rocca. È impegnato come curatore in una ricerca che lo spinge alla…

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