“Sono una mistica contemporanea”. Rosa Matteucci racconta se stessa e il suo ultimo libro in questa intervista
Si può essere mistici nel 2026? Dal Purgatorio alla messa tridentina, dalle tombe svizzere agli animali, la scrittrice racconta un rapporto con il sacro che non teme di apparire inattuale. L’abbiamo intervistata
“Sono una mistica ancorché immersa nell’epoca contemporanea”: detta oggi, una frase simile potrebbe sembrare una provocazione, magari l’ultima trovata di qualche artista concettuale. Rosa Matteucci, invece, la pronuncia senza provocare nessuno. Per lei il soprannaturale è una faccenda seria, benché quasi mai serioso sia il modo in cui lo racconta. Lo dimostra Lotteria delle anime, libro uscito quest’anno nei Microgrammi Adelphi. Al centro c’è una pratica devozionale: estrarre il nome di un defunto e pregare affinché la sua permanenza in Purgatorio venga abbreviata. Il tempo, da quelle parti, avrebbe infatti una consistenza diversa dal nostro e una giornata potrebbe costare anni terrestri. Meglio dunque darsi da fare.
Il soprannaturale senza effetti speciali nella Lotteria delle anime di Rosa Matteucci
È un universo che sembrerebbe fatto apposta per essere osservato con distacco antropologico. Matteucci fa l’opposto: ci sta dentro. La sua fede, tiene a precisare, è autentica. Ciò non le impedisce di esercitare anche sulla religione la cifra che rivendica fin da Lourdes, il suo esordio del 1998: “Autoironia, pietas e occhio impietoso”. Nel mirino finiscono riti, fedeli e tutto il parafernalia cattolico, ma l’autoironia colpisce anzitutto chi scrive. Il comico non distrugge il sacro: semmai gli impedisce di diventare oleografia.
L’arte di frequentare i morti
Ne deriva un singolare traffico fra vivi e defunti. Santi, suore e mistici incontrano anime purganti, mentre Matteucci registra con sarcasmo le nuove usanze funerarie: oggi “va di moda la cremazione”, con le urne che finiscono nei soggiorni quasi fossero le bomboniere di una volta. I cimiteri, del resto, continuano ad attirarla. Per Humboldt esce ora Svizzera, il tempo è galantuomo, peregrinazione fra tombe che compongono una specie di pantheon personale: Rilke, Canetti, Chaplin, Coco Chanel, monsignor Lefebvre, de Coubertin, Jung. Il testo di Matteucci s’intitola Graves und Gurken, tombe e cetrioli. Perché, precisa lei, “c’è pure un cetriolo rubato”. Nemmeno la tanatologia è al riparo dalla commedia.
Un cane in Purgatorio?
Ma i confini dell’aldilà si complicano quando entra in scena Charlie Maria, cane di un edicolante defunto che, nella Lotteria, sembra chiedere alla narratrice di occuparsi anche della bestiola. La teologia pone un ostacolo: se l’animale non possiede un’anima immortale, per chi si sta pregando? Matteucci taglia il nodo e decide di suffragare Charlie Maria “anche a costo di scomunica”. La scelta ha radici biografiche: è cresciuta fra cani e cavalli, mentre sua madre aveva addomesticato persino una civetta, Johanna Maria. Quanto alle sue preferenze attuali, non esita: ama tutti gli animali, “soprattutto le galline”. Davanti al dilemma fra casistica e compassione, insomma, la pietas arriva prima del teologo.
Dal silenzio alla messa in latino
Prima di Lotteria c’è però Cartagloria, e prima ancora un’assenza lunga quasi un decennio. Tra il 2016 e il 2025 Matteucci smette di scrivere, esasperata da quello che considera lo “scempio” perpetrato sulla lingua italiana. Pensò addirittura di comporre Cartagloria in latino, salvo arrendersi davanti alle proprie insufficienti cognizioni metriche: “Ho taciuto nell’ombra, nella sofferenza, nell’oblio”. A interrompere il silenzio fu qualcosa di abbastanza urgente da meritare un libro: la messa tridentina. Matteucci vi era capitata nel 2019 per quella che definisce “curiosità antropologica”. Non se n’è più andata. Quando viaggia per presentazioni e premi cerca una chiesa dove si celebri secondo l’antico messale.
Nel frattempo era morto Roberto Calasso. Non soltanto il suo editore, ma l’uomo al quale attribuisce la propria nascita letteraria: “Lui mi ha creato impastando la polvere e la pochezza che sono”. Terminato Cartagloria, Matteucci si trovò così senza il suo principale interlocutore e incapace di valutare il manoscritto. Adelphi lo pubblicò dopo due anni; il libro fu accolto bene e da un suo originario incipit, riscritto e poi divenuto autonomo, nacque Lotteria delle anime.
Da Jacopone al Colosseo
La conversione dell’antropologa in fedele tridentina è ormai completa. “Per difendere la Messa dell’Antico Messale Romano son pronta ad andare al Colosseo a farmi sbranare dalle belve“, assicura Matteucci. È una frase comica, ma non una professione di fede per scherzo. Fu Goffredo Fofi a riconoscere già nella sua scrittura l’impronta della grande tradizione mistica umbra, arrivando a paragonarla a Jacopone da Todi. Matteucci allora non era convinta. Leggendo Angela da Foligno ha finito invece per riconoscersi in quella “certa sensibilità che ti consente di ricevere grazie e di praticarle“. Le forme con cui il contemporaneo percepisce il soprannaturale saranno cambiate; “ma la materia è sempre la stessa“.
Forse è proprio questa materia a tenere insieme un mondo apparentemente disparato: messe in latino e cimiteri svizzeri, Purgatorio, cani, galline e cetrioli rubati. Matteucci ne suggerisce la chiave citando san Paolo: “Alter alterius onera portate“, portate i pesi gli uni degli altri. È ciò che dice di cercare di fare nella vita. E allora la sua Lotteria può essere letta anche così: un esercizio di solidarietà fra visibile e invisibile, nel quale qualcuno continua a occuparsi di qualcun altro persino quando, almeno secondo l’anagrafe terrena, sarebbe ormai troppo tardi.
Giuseppe Balducci
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