“Con il mio nuovo libro ricordo che siamo parte della natura e delle sue leggi”. Intervista alla poetessa Carmen Gallo

Si intitola “Procne Machine” l’ultima raccolta di poesie di Carmen Gallo. A partire da un drammatico mito greco, passando da Shakespeare e arrivando nella Napoli di oggi, l’autrice ci ha parlato della sua ricerca e della sua scrittura

Ho sempre avuto paura di voi.
L’ombra del volo sulle facciate,
le piume nelle scale, il battere sordo
delle ali intorno al corpo pieno
di organi e viscere come umani.
La minaccia costante nelle strade
di essere colpiti, di essere sfiorati.
I muscoli in allerta, le pupille dilatate.
La testa inchiodata a un solo pensiero.
Com’è possibile difendersi da ciò
che ci minaccia o ci reclama dall’alto.

A gennaio 2026, per la collana bianca di Giulio Einaudi Editore, è uscito un libro di poesie che – a volerla dire in breve – rappresenta perfettamente la tridimensionalità della sua autrice. In Procne Machine di Carmen Gallo (Napoli, 1983) c’è tutto: la sua sensibilità artistica, il rigore formale, il lavoro in mondo accademico, la sua città natale. Tanto che non c’è stato da stupirsi nel trovarlo in finale al Premio Strega Poesia. Nel 2024 Gallo ha pubblicato il fototesto Tecniche di nascondimento per adulti (Italo Svevo); nel 2025 ha raccolto la sua poesia in Stanze per una fuga (La Vita Felice) che include Le fuggitive (Aragno, vincitore del Premio Napoli, 2021). Studiosa di letteratura inglese, materia che insegna alla Sapienza Università di Roma, ha scritto sulla poesia metafisica di John Donne e ha curato e tradotto opere di William Shakespeare, T.S. Eliot, Caryl Churchill, Hannah Sullivan e altri.

Copertina di "Procne Machine" di Carmen Gallo
Copertina di “Procne Machine” di Carmen Gallo

Intervista alla poetessa Carmen Gallo

Procne è una principessa del mito greco che, insieme con la sorella Filomela, subisce le violenze del marito Tereo. La storia, nella sua versione più famosa, finisce con i tre che vengono trasformati rispettivamente in rondine, usignolo e upupa. Non è la prima volta che, da ornitofoba, ti ritrovi a scrivere di uccelli. In questo mito, raccontato anche da Ovidio nelle sue Metamorfosi, qual è delle tre figure a farti più paura e perché?
Tutte e tre le figure sono terribili per ragioni diverse: Tereo perché capace di commettere una violenza – lo stupro di Filomela, cui viene tagliata la lingua – che la tradizione del mito sembra sottovalutare, se non legittimare, in nome della passione, quasi si tratti di una violenza naturale, inscritta nell’ordine dei rapporti fra i sessi, dove le donne sono poco più che prede. Le sorelle Filomela e Procne commettono a loro volta una violenza che è presentata come la più incomprensibile e innaturale, l’assassinio del piccolo Iti, figlio di Procne e Tereo, e per questo sono condannate dalla tradizione come folli, irragionevoli, incapaci di stabilire la misura delle cose, e persino della vendetta. L’aspetto più spaventoso è l’iniquità con cui sono lette le loro azioni, la violenza innaturale delle due sorelle (che cancellano la discendenza maschile, quasi a interrompere un’inevitabile perpetrazione della violenza), sembra quasi raccontata con lo scopo di far apparire meno grave, più tollerabile, la violenza dello stupro. È ciò che volevo mettere in evidenza nella sezione dedicata a questo mito. Una volta trasfigurati in uccelli, ciascuno porta con sé, nella sua forma ornitologica, la storia vissuta: e forse è l’upupa la figura più spaventosa, perché ha una testa che sembra armata, dice Ovidio, e ricorda così quanto quel sistema di pensiero, basato sulla sopraffazione, si estenda dalla violenza sulle donne all’ordine sociale della guerra e dello sfruttamento dei più deboli.

Valerio Magrelli sostiene che gli uccelli – lui parla dei gabbiani, nello specifico – siano la “criptonite della poesia” poiché, nel loro essere un cliché, “la uccidono immediatamente“. Sei d’accordo?
Concordo con Magrelli, perché spesso c’è un certo “abuso romantico” delle figure degli uccelli legato alla loro facile idealizzazione, soprattutto nella tradizione lirica. Nel mio libro è proprio il rovesciamento di questo stereotipo il punto di partenza: il mondo degli uccelli non è presentato con un’alterità simbolica e ideale, ma piuttosto come uno specchio feroce delle leggi di natura e degli interessi della specie da cui crediamo di esserci emancipati e che, invece, continuano a determinare quasi ogni aspetto della realtà che ci circonda. Partendo dalla sempre più difficile convivenza con gli uccelli negli spazi urbani, dovuti sia al cambiamento climatico che alle infestazioni di un turismo incontrollato che sta snaturando le città per il mero profitto di pochi, e alludendo anche alla migrazione come diritto alla sopravvivenza, ho provato a ripensare l’immaginario poetico legato agli uccelli per riflettere su alcuni aspetti del nostro presente.

Nella tua professione di ricercatrice e insegnante ti sei occupata spesso di poesia e drammaturgia inglese, in particolare di William Shakespeare e T.S. Eliot. Credi che la poesia italiana contemporanea possa ancora prendere ispirazione da questi autori?
Sono abbastanza sicura che la poesia e certe riflessioni critiche di T.S. Eliot siano state e siano ancora molto influenti sulla poesia italiana contemporanea: penso a Rosselli, Pagliarani, Sanguineti, Zanzotto. Quando è uscita la mia traduzione di The Waste Land per il Saggiatore c’è stato un forte riscontro nella comunità poetica e diverse occasioni di confronto sull’eredità di Eliot. Più in generale, mi vengono in mente alcune poesie di Sara Ventroni e Guido Mazzoni, e tra i più giovani echi nella poesia di Francesco Maria Tipaldi, ma ce ne sono altri. Quanto a Shakespeare, tradurlo è stata per me un’esperienza formativa dal punto di vista poetico, perché ho imparato molto sui limiti e le possibilità della mia lingua. Credo che la sua intelligenza retorica continui a essere d’ispirazione per molti autori, e non solo di poesia. Si tratta, nel caso di Shakespeare e Eliot o di qualunque altra autrice o autore (penso ad Anedda e Carson, che sono altrettanto influenti), di ripensare e rielaborare le influenze – come si è sempre fatto nella storia della letteratura – affinché siano non gabbie erudite, ma strumenti di consapevolezza, che ci aiutano a stare in guardia dai pericoli dell’ingenuità e della superficialità, da illusioni di originalità o narcisismi da geni incompresi.

Spostandoci a Napoli, la tua città d’origine, ritieni che esista una sorta di questione meridionale nella poesia italiana?
Credo che esista ancora una questione meridionale in Italia, su cui era intervenuto Alessandro Leogrande e più recentemente anche Carmine Conelli, e una questione meridionale in letteratura, come dimostrano gli studi di Bernardo De Luca, Marco Gatto, Fabio Moliterni. Nella circolazione della poesia, che occupa una posizione marginale nel campo letterario dei generi, questo problema si riscontra nelle pochissime case editrici attive in questo campo, nella difficoltà di organizzare e finanziare eventi e incontri, che restano spesso affidati all’iniziativa di piccole comunità resistenti. È questo un contesto che implica una risposta già in qualche modo politica: fare poesia al sud, “da sud”, resta una sfida per molti autori e autrici, che restano spesso meno visibili, meno intercettabili o esclusi da alcuni circuiti di promozione – della cui rilevanza si può naturalmente discutere. Se, quindi, in generale la poesia – non tutta, quella che mi interessa – fatica già a trovare spazio e circolazione, la poesia di voci meridionali fa a volte una fatica ulteriore: si pensi anche, banalmente, a quanto in media costa di più spostarsi per andare nei grandi centri ad ascoltare un poeta che si ama o a leggere le proprie poesie, o a quanto l’esercizio di librerie indipendenti, che sono spesso punti di aggregazione, sia spesso ostacolato dalle condizioni economiche precarie del territorio. Ciò detto, per fortuna in poesia non abbiamo ancora assistito, mi pare, all’esotizzazione del sud che è stata, invece, capitalizzata dalla narrativa italiana contemporanea, e questo è un dato interessante.

Tutto questo può diventare una risposta in sé, una sorta di poesia civile?
La produzione di poesia civile che abbia a tema la questione meridionale è un argomento complicato. Da una parte sento che se “scrivere è chiedersi com’è fatto il mondo”, come dice Amelia Rosselli, e io ci credo molto, è impossibile non tenere dentro la propria poesia questo aspetto – penso e spero che ci sia nella mia. Dall’altro lato, sappiamo bene come ci sia il rischio di sacrificare la libertà dell’invenzione e della lingua in nome di uno sforzo volontaristico di denuncia che per quanto meritorio incasella in etichette facili da strumentalizzare (“questa è l’unica cosa di cui puoi parlare”). I casi migliori sono quelli in cui denuncia e libertà dell’invenzione sono capaci di creare una poesia che, nella propria tensione civile, si divincola da ogni pressione esterna. Mi sembra questo il caso luminoso della poesia di Jolanda Insana, e sarebbe importante farla conoscere di più.

Cosa credi che abbia contribuito, in Procne Machine, a renderlo un candidato al Premio Strega Poesia?
Non credo che spetti a me dirlo. So che questo libro mi ha riservato finora molte sorprese: dall’editore che ha scelto di pubblicarlo ai tanti che mi hanno scritto per condividere con me le loro impressioni. Mi ha sorpreso che sia uscito dai soliti giri del pubblico della poesia, che pure ho frequentato per anni, per arrivare in contesti più inattesi, forse più curiosi di cosa può essere oggi la poesia contemporanea.

Rondine, rondine, che voli verso sud,
va’ da lei, posati sulla sua grondaia dorata,
e dille, dille ciò che ti dico.
Dille, rondine, tu che conosci entrambi,
che splendido e fiero e volubile è il sud,
e buio e vero e tenero è il nord.


Maria Oppo

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