La storia di Carlo Alfano. Artista, sperimentatore e sempre coerente
Dalla pittura allo spazio, dal suono alla scrittura, fino alla figurazione. Il passaggio continuo tra diversi linguaggi ha caratterizzato la parabola dell’artista napoletano che ha sempre perseguito una ricerca volta a indagare il rapporto tra immagine e percezione
La multidisciplinarità è sicuramente una delle caratteristiche più incisive della pratica di Carlo Alfano, nato a Napoli nel 1932, morto nella stessa città nel 1990. Pittore, sperimentatore dello spazio, autore di ambienti e opere sonore, Alfano lavora sul rapporto tra immagine e percezione fino a trasformare progressivamente la propria ricerca in un’indagine sulla memoria, sul linguaggio e sull’identità. La sua formazione è avvenuta a Napoli, città in cui è rimasto per tutta la vita e di cui ha animato la scena artistica degli Anni Sessanta e Settanta, pur partecipando, contemporaneamente, al dibattito nazionale e internazionale. Contesto in cui ha sempre mantenuto una posizione autonoma e volutamente non classificabile, soprattutto in relazione alle esperienze più innovative del periodo.

Gli esordi di Carlo Alfano a Napoli
Gli esordi degli Anni Cinquanta sono legati alla pittura e al clima informale. Già nei primi Anni Sessanta, tuttavia, l’artista mette in discussione la superficie come luogo conclusivo dell’immagine. Il suo interesse si concentra sulle condizioni della visione e sul rapporto tra opera e osservatore. La pittura si apre allo spazio; la percezione diventa un elemento costitutivo dell’opera.
Da questo passaggio prendono forma le ricerche cinetiche, tridimensionali e ambientali. Lo spazio non è più soltanto il luogo nel quale l’opera viene collocata, ma entra nella sua struttura. Anche lo spettatore assume un ruolo diverso: la sua posizione, il suo movimento e la durata della sua osservazione contribuiscono a determinare ciò che l’opera rende visibile. In questa fase Alfano porta avanti una ricerca in cui la visione non è mai completamente stabile e l’immagine non coincide con un unico punto di vista.
L’interesse di Carlo Alfano per l’arte cinetica e le condizioni della visione
Il ciclo Tempi prospettici rappresenta uno dei momenti centrali di questo percorso. La prospettiva è sì una costruzione geometrica dello spazio, ma soprattutto un’esperienza legata al movimento e alla durata. Il punto di vista cambia insieme allo spettatore e, con esso, cambia l’immagine. La percezione diventa quindi un processo nel quale spazio e tempo risultano inseparabili. Nel 1972 questa ricerca trova applicazione nell’opera realizzata nel giardino del Museo Archeologico Nazionale di Paestum, adiacente alla Sala Mario Napoli, in rapporto con la Tomba del Tuffatore. L’acqua, la struttura geometrica, gli elementi trasparenti producono una superficie continuamente modificata dalla luce e dal movimento. L’opera entra così in relazione con il luogo archeologico attraverso una diversa concezione del tempo: alla permanenza dell’antico si contrappone la variabilità dell’esperienza contemporanea.
L’attenzione per il suono nella ricerca di Carlo Alfano
Nella seconda metà degli Anni Sessanta la ricerca sulla percezione conduce Alfano verso una progressiva apertura al suono e alla voce. In Delle distanze dalla rappresentazione una goccia d’acqua, attraverso la ripetizione dell’evento, introduce una scansione temporale che coinvolge simultaneamente vista e udito. La caduta della goccia “scandisce il tempo, sul piano visivo e sonoro”. La materia dell’opera non è più soltanto quella visibile, ma comprende l’intervallo, la ripetizione e l’attesa.
Tra il 1968 e il 1969 Alfano realizza Stanza per voci. Archivio delle nominazioni, introducendo la voce registrata e il nastro magnetico nello spazio dell’opera. È un passaggio importante, perché la voce porta con sé una presenza corporea senza restituire il corpo. La registrazione permette di ascoltare nel presente qualcosa che appartiene a un momento precedente. La voce diventa una traccia, un frammento di presenza conservato attraverso la tecnologia.

L’interpretazione dell’autoritratto nella poetica di Alfano
Nel 1969 nasce Frammenti di un autoritratto anonimo, il ciclo destinato a diventare il nucleo più duraturo della ricerca di Alfano. Il lavoro sull’autoritratto porta a compimento una riflessione iniziata attraverso la percezione e lo spazio. Se nelle opere ambientali era la posizione dello spettatore a essere messa in discussione, nei Frammenti è l’identità stessa dell’artista a perdere la possibilità di una definizione stabile. L’autoritratto non coincide più con il volto. Alfano sostituisce progressivamente la rappresentazione fisiognomica con parole, numeri, segni, citazioni, cancellature e sovrapposizioni. L’identità viene cercata attraverso le tracce lasciate dal tempo.
Scrittura, numeri e cancellazioni nella pratica artistica di Carlo Alfano
La scrittura diventa così uno degli strumenti fondamentali della sua pratica artistica. Le parole conservano il proprio significato, ma nello stesso tempo acquistano un valore visivo. Attraverso la ripetizione e l’accumulo il testo può perdere leggibilità e trasformarsi in segno, ritmo e superficie. Lo spettatore deve continuamente passare dalla lettura alla visione, cercando il significato e, nello stesso tempo, osservando la materia della scrittura.
Anche i numeri assumono un ruolo importante. La loro presenza introduce una dimensione misurabile e progressiva, legata al trascorrere del tempo. Scrivere, contare e ripetere diventano modi per registrare una durata. La superficie dell’opera conserva così non soltanto un’immagine, ma il processo attraverso il quale quell’immagine è stata prodotta.
La cancellazione assume una funzione altrettanto significativa. Ciò che viene eliminato non scompare completamente, perché il gesto lascia una traccia sulla superficie. La memoria viene quindi concepita come un processo nel quale conservazione e perdita procedono insieme. Il passato rimane presente proprio attraverso i segni della sua trasformazione.
Nei Frammenti l’io è inoltre attraversato dalla cultura e dalla memoria collettiva. Le citazioni letterarie, filosofiche e artistiche entrano nell’autoritratto e ne modificano la natura. L’identità individuale comprende ciò che l’artista ha letto, osservato, ascoltato e assimilato. L’autoritratto diventa quindi anche un luogo di incontro con altri autori e altre immagini.
Il ritorno alla figurazione come ulteriore evoluzione della ricerca
Negli Anni Settanta e Ottanta Alfano torna progressivamente alla figurazione. Questo ritorno non costituisce un abbandono delle ricerche precedenti, ma una loro ulteriore trasformazione. La figura ricompare dopo essere stata sottoposta alla crisi della percezione, del linguaggio e della rappresentazione. Il mito, la storia dell’arte e la letteratura diventano nuovamente strumenti attraverso i quali interrogare l’immagine.
Tra le figure che assumono un particolare rilievo compare Narciso, personaggio mitologico innamorato della propria immagine riflessa. In opere come Sulla soglia sinistra con Narciso il mito diventa una forma per interrogare il rapporto fra identità e rappresentazione. Narciso cerca se stesso nell’immagine, ma l’immagine non può restituirgli una certezza definitiva. È una condizione vicina a quella dell’autoritratto di Alfano, nel quale il soggetto continua a cercarsi senza riuscire a coincidere completamente con la propria rappresentazione.
La coerenza di Carlo Alfano nonostante la molteplicità dei linguaggi
La ricerca di Alfano mantiene così una forte continuità nonostante il cambiamento dei linguaggi. Dalla pittura allo spazio, dallo spazio al suono, dalla voce alla scrittura e dalla scrittura alla figurazione, ogni passaggio nasce dalla necessità di affrontare nuovamente il problema dell’immagine. Non si tratta di abbandonare una forma per adottarne un’altra, ma di spostare continuamente il luogo nel quale la rappresentazione può essere messa alla prova. Ed è indubbiamente questo uno dei suoi tratti più originali.
Alfano attraversa le trasformazioni dell’arte contemporanea senza lasciarsi definire interamente da esse. La sua ricerca resta concentrata su una serie di questioni che ritornano sotto forme differenti: il rapporto tra spazio e percezione, la durata dell’esperienza, la presenza della voce, il funzionamento della memoria, la relazione fra parola e immagine, la difficoltà dell’autoritratto.
Alla fine del percorso, il soggetto non appare come un’identità stabile da rappresentare, ma come una costruzione continuamente modificata dal tempo. Le opere di Alfano ne conservano le tracce attraverso immagini, numeri, parole, voci, cancellature e figure. La presenza emerge proprio nella consapevolezza della propria precarietà.
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