“Il Sud è un’esigenza”. Intervista ai direttori della Biennale dello Stretto 2026
È “Mutazioni” il filo conduttore della terza Biennale dello Stretto, al via il 18 settembre tra Reggio Calabria e Messina. Con Alfonso Femia e le due nuove direttrici, Annalisa Metta e Salima Naji, ripercorriamo la genesi e le questioni al centro della manifestazione
Come si progetta quando il cambiamento non è più una fase di passaggio, ma una condizione permanente? È da questa domanda che prende le mosse la terza Biennale dello Stretto, in programma dal 18 settembre al 13 dicembre 2026 tra Campo Calabro, Reggio Calabria e Messina. Ideata da Alfonso Femia, presidente di Fondazione Le Città del Futuro e fondatore dello studio Atelier(s) Alfonso Femia, e oggi diretta insieme alle architette Annalisa Metta, professoressa ordinaria di architettura del paesaggio all’Università Roma Tre e Salima Naji, architetta e antropologa, l’edizione dedicata alle “Mutazioni” guarda allo Stretto come a un osservatorio privilegiato sul contemporaneo e al Sud come a una prospettiva da cui rimettere in discussione categorie consolidate. Dopo una preview a Londra nel novembre dell’anno scorso e una prima tappa in Marocco, la manifestazione prende il via al Forte Batteria Siacci per poi articolarsi in diverse sedi diffuse sul territorio, attraverso talk, mostre e dibattiti. Come già sperimentato nella precedente edizione, il progetto si costruisce su un processo curatoriale aperto insieme a Gaetano di Gesu; Daniele Durante; Alessandra Ferrari; Ico Migliore; Filippo Pagliani, Michele Rossi e Michele Versaci; Federico Parolotto e Delia Valastro, Paolo Verri; Marco Introini, Angela Pellicanò e Teresa Malavenda; Pasquale Piroso e Francesco Alati) e insieme alla comunità locale reggina e messinese, al Comune di Campo Calabro, alla Città Metropolitana di Reggio Calabria, al Museo Archeologico di Reggio Calabria, con il sostegno di OAPPC di Reggio Calabria, di Ance Reggio Calabria e Ance Calabria e in collaborazione con la città metropolitana di Messina e OAPPC Messina. L’evento ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Cultura.
Ne abbiamo parlato con i direttori: tre sguardi diversi che convergono sulla necessità di ripensare il ruolo dell’architettura, non per inseguire il cambiamento, ma per imparare a leggere e trasformare ciò che già esiste con maggiore consapevolezza e responsabilità.

Biennale dello Stretto: Alfonso Femia racconta il progetto e l’edizione 2026
La Biennale dello Stretto nasce da Mediterranei invisibili, un progetto che già nel 2017 metteva in discussione il modo tradizionale di guardare al Mediterraneo. Che cosa di quella ricerca è rimasto centrale?
AF: Mediterranei invisibili nasceva da una domanda: il Mediterraneo possiede ancora una centralità? E perché è diventato quasi invisibile rispetto ai grandi temi del presente? Fin dall’inizio abbiamo cercato risposte trasversali. Non ci interessava una riflessione strettamente disciplinare, ma uno sguardo più ampio, sociale e culturale. Da lì abbiamo immaginato un passaggio successivo, entrare fisicamente nei territori. È iniziato così un viaggio che, dopo la Biennale di Venezia, ci ha portato sempre più a Sud, dentro una geografia mediterranea.
Quando avete capito che questa esperienza poteva diventare qualcosa di più grande?
AF: La nostra ricerca ha attirato un interesse ampio che, nel tempo, ha coinvolto amici fotografi, architetti, studiosi, fino a formare una vera e propria comunità. A quel punto avevamo due possibilità: lasciare che quell’esperienza si esaurisse oppure assumerci un impegno più grande. È nata così l’idea della Biennale dello Stretto.

Da “Tre linee d’acqua” a “Mutazioni”: l’evoluzione della Biennale dello Stretto
Questa edizione vede la partecipazione di Annalisa Metta e di Salima Naji.
AF: In un percorso che ci ha condotto a un’apertura internazionale, non certo fine a se stessa, ma con l’obiettivo di un confronto sulle profonde differenze tra i territori anche vicini e sulle similitudini che esistono con quelli molto lontani, la capacità di Annalisa Metta di vedere “in un altro modo”, e di accogliere le Mutazioni in senso costruttivo e la sensibilità progettuale di Salima Naji sono contributi preziosi per la Biennale dello Stretto, alla volta della terza edizione.
Cosa vi ha spinto a parlare di “Mutazioni”?
AF: Già avevamo affrontato il tema nelle nostre ricerche e abbiamo scelto di svilupparlo con la Biennale dello Stretto come riflessione multidisciplinare e ampia sulla capacità dell’architettura di rispondere alle domande generate dalle Mutazioni e di tracciare i lineamenti di scenari urbani futuri, considerando il tempo come elemento chiave.
Acqua, futuro, mutazioni. Tre temi apparentemente distanti tra loro: c’è qualcosa che accomuna queste tre edizioni?
AF: Il percorso della Biennale ridefinisce l’idea stessa di temporalità dell’evento. Superato il traguardo della prima edizione, la manifestazione sta evolvendo verso una nuova maturità. Il passaggio da un anno all’altro non opera per interruzioni, ma per stratificazioni, configurandosi come un vero e proprio approfondimento in verticale che scava progressivamente più a fondo nelle urgenze del territorio, delle città, dei cambiamenti sociali partendo sempre dal Mediterraneo per allargare poi lo sguardo agli altri “Mediterranei”.

Progettare nella mutazione: Femia, Metta e Naji alla Biennale dello Stretto
Se la realtà sta mutando, come deve cambiare l’architettura?
AF: Così come l’abbiamo praticata e raccontata negli ultimi anni, l’architettura spesso non ce la fa. Ci sono molte buone architetture e siamo diventati anche più raffinati sul piano estetico, ma la disciplina fatica a intercettare la complessità del presente. Per questo “mutazione” significa anche ricercare un nuovo ruolo dell’architettura e dell’architetto all’interno di sistemi più ampi.
AM: Credo che parlare di mutazioni significhi innanzitutto cambiare posizione. Per molto tempo ci siamo affidati a parole come sostenibilità, adattamento e resilienza, spesso riducendole all’idea di “fare il meno male possibile”. Oggi non è più sufficiente. Il progetto deve riconoscere di essere parte di un sistema di relazioni più ampio, nel quale il paesaggio e il mondo non umano non sono semplicemente risorse o sfondo del nostro agire, ma soggetti compartecipi.
SN: Credo anch’io che molte delle categorie con cui abbiamo lavorato siano ormai obsolete. L’architettura deve tornare a essere generosa e capace di integrare la complessità dei parametri con cui si confronta. Per me il punto fondamentale è trovare ogni volta la giusta misura, comprendendo la specificità di una situazione prima ancora di decidere come intervenire.
E come si traduce questo cambio di prospettiva nel progetto? Che cosa significa, concretamente, intervenire oggi su un luogo, un paesaggio o su ciò che già esiste?
AF: Forse il mondo occidentale ha bisogno di imparare a lavorare con meno materiali, come un alchimista che non ha più davanti un tavolo pieno di sostanze. Una di queste materie è sicuramente ciò che già esiste, qualcosa che può avere migliaia di anni e continuare ad avere una vita contemporanea.
AM: Per me significa anche lavorare attraverso gesti minimi, microazioni e microelementi. Non credo che affrontare problemi enormi richieda necessariamente azioni altrettanto enormi. Come si vedrà nella mostra, anche una sedia, un abito, una piastrella o un piccolo dispositivo possono diventare occasioni per ridefinire la relazione tra umano e non umano. È un modo per richiamare la nostra responsabilità di progettisti, senza mai rinunciare alla capacità trasformativa, e anche gioiosa, del progetto.
SN: Io partirei dalla necessità di conoscere e preservare. La mia formazione antropologica mi ha insegnato a non separare l’architettura dalla comprensione profonda delle situazioni. Non oppongo il contemporaneo al passato. Credo in un dialogo permanente tra i due e in quella che chiamo “paleo-innovazione”, un’innovazione che può nascere da conoscenze molto antiche, senza cancellare ciò che è stato.

Nuovi sguardi sul Sud e sull’architettura
Perché lo Stretto è un luogo particolarmente significativo da cui osservare le trasformazioni del presente?
SN: Per me lo Stretto non è una frontiera, ma un carrefour, un crocevia tra Nord e Sud. È una condizione che obbliga a spostare lo sguardo e a confrontarsi con territori complessi senza applicare categorie già date. Ogni luogo ha una propria storia e una propria specificità, ed è da lì che deve iniziare il progetto.
In questo senso, il Sud può assumere un significato diverso da quello che gli si attribuisce?
AF: Oggi il Sud, più che una risposta, è un’esigenza. Abbiamo bisogno di quelle latitudini e di ciò che accade lì per rimettere in discussione alcune delle categorie con cui continuiamo a interpretare il presente. Non significa idealizzare il Sud, ma riconoscere la necessità di cambiare punto di osservazione.
Che significato assume al Sud la dicotomia/convergenza tra naturale e artificiale?
AM: Nelle diverse mutazioni dell’uso della materia, dell’innesto delle tecnologie, del clima, si rivela la forza di un’ambiguità di enorme potenziale creativo, una sovrapposizione tra le due categorie che è nuovo motore di sviluppo orientato delle mutazioni. Il Sud, il Mediterraneo, luogo di contraddizioni e conciliazioni insieme, di convivenze e negoziati con condizioni ambientali spesso sfidanti, da sempre anticipa le Mutazioni, le rende evidenti ed è riferimento per immaginare territori e paesaggi forse più esposti a cambiamenti e ibridazioni e per questo più vitali.
Che cosa emerge quando questo spostamento dello sguardo diventa esperienza diretta dei territori?
SN: Durante il viaggio in Marocco, soprattutto nel Sud meno conosciuto e meno turistico, ci siamo confrontati con questioni molto concrete: la materia, l’acqua, le migrazioni, i confini, le persone. Sono luoghi che permettono ancora di leggere con chiarezza la complessità e di interrogarsi sulla giusta misura dell’intervento.
AF: Nei piccoli comuni del sud Italia ho incontrato amministratori capaci di produrre trasformazioni importanti anche in condizioni difficili. Forse proprio lì si comprende quante cose inutili dobbiamo toglierci di dosso e quanto si possa fare senza le strutture e i costi che associamo normalmente ai grandi contesti occidentali. Da questo punto di vista, il Sud può darci una lezione importante.
AM: Emerge la necessità di una curiosità attenta e mai giudicante, mai predatoria, per comprendere le ragioni dei luoghi, delle loro forme, delle tecniche, così come delle consuetudini di vita. Non di meno, occorre saper intuire le traiettorie di cambiamento, a volte chiarissime, altre volte sottili, chiedendosi cosa questi luoghi stanno diventando, quali mutazioni attraversano, sia quelle desiderate sia quelle che destano apprensione in chi li abita.

Il futuro della Biennale dello Stretto: verso un progetto permanente
Il passo successivo è rendere permanente un progetto nato contro la logica dell’evento?
AF: In realtà non si tratta di essere pro o contro. “L’evento” è una dimensione divulgativa che diffonde cultura, ma ha anche trasformato la cultura in un prodotto di consumo. Come architetti abbiamo il privilegio di confrontarci con un insieme di elementi che genera progetti, riflessioni, azioni in grado di produrre cambiamento reale, arte, architettura, città, territori, paesaggi. Per questo con la Fondazione Le Città del Futuro stiamo costruendo una prospettiva più lunga.
Carolina Chiatto
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