Una casa saturniana per il Padiglione Francia. Yto Barrada alla Biennale di Venezia 2026

Yto Barrada rappresenta la Francia alla 61ª Biennale di Venezia con Comme Saturne, una mostra strutturata come una suite di stanze ispirate alla casa di Saturno. Un progetto coerente e ben costruito, che rischia però di trasformare le opere in arredamento della sua stessa idea

In una edizione della Biennale ricca di padiglioni nazionali non entusismanti, ci si dovrebbe accontentare di una buona idea?
Ai Giardini e all’Arsenale le eccezioni più convincenti sono rimaste rare, e le più significative si trovavano fuori dai loro confini, tra i padiglioni diffusi per la città, come quelli del Kosovo e dello Stato Vaticano. È in questo contesto che va letta Comme Saturne, la mostra con cui Yto Barrada rappresenta la Francia alla 61ª Biennale di Venezia, un progetto preciso ma anche privo di sorprese.

Una casa saturniana per il Padiglione Francia. Yto Barrada alla Biennale di Venezia 2026
Yto Barrada, A Day is Not a Day, 2024. Courtesy l’artista, Pace Gallery e Sfeir-Semler Gallery

Il progetto del Padiglione Francia

Comme Saturne si costruisce intorno a una bella idea che vale la pena descrivere con precisione, prima di metterla in discussione. La mostra di Yto Barrada (Parigi, 1971) è strutturata come una suite di stanze ispirate alla casa di Saturno. Si entra nell’abitazione metaforica passando sotto tre aquiloni in pelle di capra, sospesi tra esterno e interno, a simboleggiare il passaggio dalla realtà terrena alle altitudini celesti. La prima stanza, la “Salle des plis” – la stanza del panneggio –, è rivestita da grandi drappi di lana color crema che un meccanismo distende e arriccia lentamente, modificandone la composizione nel corso della mostra. Su questi drappi, quasi persa nella loro superficie, una lastra di rame reca l’impronta di una luna. La “Salle de travail” – l’atelier – si ispira ai Saturnalia, le festività romane nelle quali i ceti sociali venivano invertiti, rendendo i padroni schiavi e viceversa, ripensate però come momenti di sovversione delle dinamiche di genere. La “Salle des étudies” – lo studio – raccoglie la riflessione sui colori legata al dye garden fondato dall’artista a Tangeri. La “Salle de la mélancolie” – la stanza della malinconia –, infine, condensa la violenza saturniana attraverso la tecnica del dévoré, in cui un acido viene applicato al tessuto divorandone la materia.

Una casa saturniana per il Padiglione Francia. Yto Barrada alla Biennale di Venezia 2026
Yto Barrada. Comme Saturne, Venice, on 04 5 2026

Comme Saturne e i suoi significati

C’è qualcosa di voyeristico nell’entrare nella casa di un dio in sua assenza e visitarla senza consenso. L’idea ha una sua forza latente, e altrettanto il titolo, che funziona su più livelli con la precisione dei calembour duchampiani, ai quali l’artista ha già dimostrato di saper attingere. Comme Saturne richiama la citazione di Pierre-Victurnien Vergniaud, girondino processato e ghigliottinato nel 1793, che pronunciò poco prima di morire le parole “come Saturno, la Rivoluzione divora i suoi figli”. Dévoré è anche la tecnica tessile già citata, così come il divorare mitologico di Saturno. Yto Barrada aveva già costruito su questo meccanismo giocoso il titolo della sua mostra alla Fondazione Merz, dove Deadhead (2025) nominava contemporaneamente l’abitudine dei giardinieri di rimuovere i fiori appassiti affinché il fusto principale cresca sano e il gergo dei camionisti per indicare i viaggi a vuoto.

Una casa saturniana per il Padiglione Francia. Yto Barrada alla Biennale di Venezia 2026
Yto Barrada. Comme Saturne, Venice, on 04 5 2026

Una narrazione ingombrante che schiaccia il progetto allestitivo

Il limite di questa mostra è da ricondurre all’idea di costruire una metaforica casa saturniana, che finisce per occupare tutto lo spazio rischiando di far assumere ai lavori dell’artista una funzione decorativa. Nelle prime sale si percepisce la tensione tra l’ambiente e gli oggetti che lo abitano, senza che questa si sviluppi nell’armonia di un’opera ambientale. I drappi della “Salle des plis” non influiscono sulla percezione della stanza. I “found-created objects” della “Salle de travail” sorreggono la narrazione della sala ma risultano visivamente schiacciati dalla grande superficie tessile alle loro spalle. Nella mostra ritornano tecniche e materiali tipici dell’artista, accostati secondo una logica casalinga che non riesce né a storicizzare la sua pratica artistica – come ci si potrebbe aspettare da una monografica più tradizionale – né a trasformare il Padiglione in un luogo altro, una casa divina che faccia dimenticare di essere ai Giardini della Biennale.

La teoria cromatica di Yto Barrada

C’è un’eccezione, ed è significativa. Nella “Salle des étudies” la pratica di Yto Barrada emerge con una presenza autonoma che altrove manca. La lunga serie di lavori tessili disposti in griglia sulla parete, che sfumano dal blu profondo al giallo ocra attraverso tutte le varianti del rosso e del corallo, ha una forza visiva che non dipende dall’impianto narrativo delle stanze. La bella idea del Padiglione si fa da parte per lasciare spazio a un’opera che si regge da sola. Emerge soprattutto la coerenza di una ricerca sul colore che l’artista ha sviluppato negli anni con una logica propria, distante dalla pittura e dal suo vocabolario. Il colore nel suo lavoro non è applicato alla superficie come in un quadro, ma impregna il tessuto attraverso bagni di tintura naturale, mordenti e processi chimici, secondo un sistema cromatico teorizzato dall’artista a partire da una critica alle grandi teorie occidentali del colore, concepite principalmente per la pittura. Questa ricerca aveva già trovato una formulazione in alcune mostre precedenti. Al MAO di Torino con Trad u/i zioni d’Eurasia Reloaded (2023), Yto Barrada aveva selezionato opere della collezione islamica del museo per tradurle in griglie di proporzione cromatica, confrontandosi con la tradizione tessile euroasiatica. Alla Fondazione Merz, le After Rothko e After Stella avevano usato le tecniche di tintoria care all’artista per costruire composizioni che richiamavano le campiture di Mark Rothko e le bande di Frank Stella.

Una casa saturniana per il Padiglione Francia. Yto Barrada alla Biennale di Venezia 2026
Yto Barrada,
Untitled (After Stella, Sunrise/Highway VI), 2023,
TEXTILE,
cotton, dye from plant extracts,
59″ × 59-3/4″ (149.9 cm × 151.8 cm), unframed, framed TBC,
signed in ink on label (TO BE) affixed verso,
unique,
#86897,
Format of original photgraphy: high res PSD

Non ci si dovrebbe accontentare di una bella idea

A Torino la mostra aveva lo spazio necessario per respirare; a Venezia è compressa nelle coordinate di un progetto espositivo sacrificato al suo concept. È lecito chiedersi se questo sia un difetto o una scelta consapevole. Un metodo oulipiano, come esplicitato dal riferimento alla ruota di regole e vincoli collocata al centro della “Salle des plis”. Ma il vincolo, nel lavoro di OuLiPo, è generativo perché produce testi che non sarebbero nati senza di esso. Qui invece l’idea iniziale produce una mostra che non lascia alle opere lo spazio per essere qualcosa di più della sua stessa illustrazione. Per questa ragione la critica più precisa che si può rivolgere a Comme Saturne e alla “bella idea” su cui si costruisce non è l’essere sbagliata, ma il non bastare, pur essendo fra i progetti più interessanti di questa Biennale.

Mattia Caggiano

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Mattia Caggiano

Mattia Caggiano

Mattia Caggiano (Asti, 1999) è un giovane critico e teorico dell'arte, con base a Venezia e Torino. Il suo lavoro si concentra su temi legati all'installazione ambientale e all'interazione tra l'opera d'arte e il contesto circostante. Attraverso un approccio ricco…

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