La bambola della Val Gardena. Un’antica tradizione italiana non vuole scomparire
Diciassette parti intagliate a mano per ogni figura, cirmolo e colorazione a colla: a Ortisei un laboratorio ha ricostruito, pezzo per pezzo, la manifattura che per secoli fece del legno la prima risorsa della Val Gardena
Dalla parrocchiale di Ortisei parte una salita alla portata di chiunque. In un’ora di bosco si arriva alla chiesa di San Giacomo: la più antica della valle, cinta da un muro coperto di scandole e da un piccolo cimitero fra gli alberi, con la cima del Sassolungo che spunta dietro il campanile. Il sentiero corre lungo il tracciato d’alta quota e attraversa in poche centinaia di metri di dislivello la scala dei materiali della Val Gardena: l’abete rosso delle peccete, il larice sui versanti aperti, il pino cembro alle quote alte.
Chi conosce il mestiere praticato qui da secoli guarda quei fusti come materia in attesa. Il legno prima della sgrossatura contiene già la figura e l’intaglio consiste nel riconoscerla. In una camminata simile, ripetuta lungo l’arco delle stagioni, sta il retroterra del lavoro di Judith Sotriffer. Dal cembro — cirmolo, nel lessico degli intagliatori — nascono le sue bambole: legno tenero, a fibra compatta, con un profumo resinoso che si trattiene per anni negli ambienti dove viene conservato. La linea delle bambole gardenesi, asciutta e sottile, appartiene per intero a questo paesaggio, così come i conigli, gli animali e le creature di fantasia che affollano gli scaffali della bottega.

La bambola gardenese: un’industria domestica lunga tre secoli
La bambola gardenese compare alla fine del Seicento, quando la valle affianca all’ambulantato di merletti e merceria una produzione propria. Attorno alla metà del Settecento gli intagliatori attivi si stimano in quaranta o cinquanta; nell’Ottocento gran parte della popolazione risulta occupata nell’industria domestica del giocattolo, con famiglie specializzate ciascuna in un soggetto. Il repertorio va dalle figure presepiali agli animali, dai cavalli a dondolo ai giochi di movimento, fino alle bambole di ogni misura, snodate a caviglia e dipinte con la colorazione a colla, che restituisce quella lucentezza particolare riconoscibile ancora oggi sui pezzi antichi. “Nei secoli passati quasi tutti gli abitanti della Val Gardena lavoravano il legno, che era la prima fonte di reddito del Paese, ricco di boschi”, racconta Judith Sotriffer. “Molti di loro si erano specializzati nell’intaglio e nella realizzazione di giocattoli che venivano venduti nei mercati e nelle fiere di molte città, anche straniere, con grande successo”. Il commercio si estingue attorno al 1930, superato dalle bambole in cellulosa e dai primi peluche.
Il capitolo londinese della bambola gardenese
La diffusione europea di questi giocattoli si legge ancora nella terminologia anglosassone: le figure gardenesi circolano nel mondo di lingua inglese come Dutch dolls, denominazione che rimanda con ogni probabilità ai porti olandesi da cui partivano le spedizioni, oppure come Grödnertal dolls, dal nome tedesco della valle. Il caso più noto riguarda la casa reale britannica: tra i dodici e i quattordici anni la principessa Vittoria disegnò e confezionò, con la governante Louise Lehzen, gli abiti di centotrentadue bambole di legno, battezzate una per una con i nomi di personaggi teatrali, ballerine e figure storiche. La collezione appartiene oggi al London Museum. A Covent Garden la storia ha avuto un seguito quasi romanzesco. Marguerite Fawdry, che rilevò e rilanciò la storica insegna di Benjamin Pollock, individuò in un deposito sopra Bolzano una partita di bambole in legno e la acquistò in blocco: la scorta alimentò il negozio per trent’anni. Le figure oggi in vendita nella stessa bottega provengono di nuovo dalla Val Gardena, realizzate da artigiani che ne hanno ripreso la tradizione familiare.
La bottega in Streda Tresval
Figlia di uno scultore e della titolare di uno storico negozio di giocattoli di Ortisei, Sotriffer si forma alla scuola d’arte del paese e lavora accanto al padre. La ricostruzione del metodo antico parte da una pratica di smontaggio: “In casa avevamo alcuni esemplari di bambole: ho cominciato a smontarle, per scoprire come erano state fatte, mi sono documentata studiando sui libri, poi ho aperto un laboratorio nel 1985 e mi sono messa all’opera”. All’ingresso della bottega arriva per primo il profumo di cirmolo. Sugli scaffali si allineano pinocchi, cavallini e bambole dal viso tondo, dinoccolate e sottili, di ogni misura. Sui banchi da lavoro sgorbie, lime, raspe, scalpelli, pennelli, barattoli di colore; in fondo, il tornio per la sgrossatura dei corpi. Ogni gardenese risulta composta da diciassette parti: capelli e scarpe nere, calzine bianche, occhi azzurri. Sotriffer intaglia ogni singolo pezzo, dipinge, fissa i colori con la vernice, assembla. I pezzi finiti prendono strade lunghe — Stati Uniti, Svezia, Australia, Nuova Zelanda — e finiscono per lo più a collezionisti, benché l’origine resti quella del gioco. Prima che la scatola venga chiusa, ciascuno riceve un saluto: un gesto breve, di tono materno più che rituale, con cui l’artigiana congeda una figura destinata a viaggiare lontano e le affida qualcosa del bosco da cui proviene.
Stefano Paolo Giussani
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