50 anni dopo il terremoto del Friuli. Al Castello di Udine la mostra che ne rivoluziona la memoria
A cinquant’anni dal sisma del 1976, il Castello di Udine ospita una mostra fino al 18 ottobre 2026 che trasforma il trauma in un’indagine visiva sulla metamorfosi del paesaggio e dell’identità friulana. Tra documento scientifico, archivio storico e ricerca d'autore
A cinquant’anni dal sisma del 1976, il Castello di Udine ospita una mostra che rifiuta la retorica della memoria. Visitabile fino al 18 ottobre 2026, l’esposizione – curata da Silvia Bianco, Antonio Giusa e Andrea Pertoldeo – si chiama Terremoti e trasformazioni. Fotografia e scienza sul crinale del 1976 in Friuli e la sua originalità risiede nel modo in cui fa dialogare tre dimensioni spesso separate: documento scientifico, archivio storico e ricerca d’autore.
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“Terremoti e trasformazioni. Fotografia e scienza sul crinale del 1976 in Friuli” al Castello di Udine
Nelle sale della Galleria d’Arte Antica e del Salone del Parlamento, la sequenza delle immagini non segue un rigido ordine cronologico. Per esempio, la traccia grafica e minimale di un sismografo, registrata a metri di profondità nella Grotta Gigante quel 5 maggio ’76, siede accanto alle delicate calotipie ottocentesche di Augusto Agricola. Oppure, la rigorosa documentazione dello studio sismologico si fonde con la vertigine emotiva di un ritratto del 1928 a Verzegnis, dove quattro bimbi in fasce posano smarriti ai piedi di una tenda di fortuna.

Il trauma affidato a chi non c’era: i quattro sguardi contemporanei sul terremoto
La vera intuizione curatoriale — prodotta in modo indipendente tra i Civici Musei e il CRAF — sta però nell’aver commissionato un corpo di opere inedite a quattro fotografi contemporanei che non hanno vissuto il 1976: una scelta che ne garantisce la libertà dello sguardo. Le quattro ricerche trasformano il percorso in una mappa concettuale a più livelli: Olivo Barbieri lavora sulla reinvenzione formale e sulla ricostruzione urbana, spostando la lente su Lubiana per mostrare come la ferita sismica ridisegni l’architettura delle città. Marina Caneve indaga la geografia invisibile della scienza, fotografando le infrastrutture fisiche e le reti umane, nate internazionalmente per studiare la Terra dopo il cataclisma friulano. Davide Degano punta l’obiettivo sull’identità sociologica del Friuli contemporaneo, analizzando le nuove generazioni e la mobilità sociale in un territorio radicalmente trasformato. Infine, Giulia Iacolutti affronta l’archivio con un approccio quasi psicanalitico, rielaborando il concetto di post-trauma per costruire una narrazione intima, viscerale e silenziosa.

Una stratigrafia visiva del Friuli
Articolata su tre linee temporali parallele — sismologica, paesaggistica e culturale —, la mostra non offre risposte immediate, ma chiede al visitatore di perdersi in una stratigrafia di visioni. “Il nostro sforzo è stato quello di concepire un progetto espositivo originale che aiutasse a riflettere sull’eredità del terremoto e sulle trasformazioni del nostro Friuli e delle comunità, senza alcuna forma di retorica”, conclude l’assessore alla Cultura Federico Pirone. “Abbiamo chiesto a quattro fotografi affermati, che non hanno esperienza del sisma del 1976, di dare una visione contemporanea e laterale sul Friuli di oggi. A questo abbiamo affiancato un confronto con la storia e la sua documentazione, conservata in molti dei nostri spazi cittadini, dai Civici Musei alla Biblioteca”.
Claudia Giraud
Udine // fino al 18 ottobre
Terremoti e trasformazioni. Fotografia e scienza sul crinale del 1976 in Friuli
Castello di Udine — Salone del Parlamento e Galleria d’Arte Antica, P.le della Patria del Friuli, 1
https://www.civicimuseiudine.it/it/musei-civici/musei-civici-del-castello/il-castello
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