In una mostra a Genova il gioco del lotto incontra il cielo e le stelle

È la mostra di Carsten Nicolai, visitabile fino al 15 settembre 2026 negli spazi della galleria Pinksummer. Nella nuova serie di lavori l’artista tedesco ha innestato il caso sull'ordine dell'atlante stellare

Dio non gioca a dadi”, sosteneva Albert Einstein, opponendo alla contingenza del reale la certezza di leggi fisiche e matematiche che tutto governano e prevedono. Carsten Nicolai (Karl-Marx-Stadt, 1965) nei lavori della serie Atlas Borealis parte da un gesto poetico e radicale: sopra le tavole di un antico atlante celeste traccia sei cerchi rossi, identici per dimensione, ciascuno dei quali racchiude una costellazione scelta senza alcun criterio se non quello, dichiaratamente ludico, dei numeri che si giocano al lotto. È un’operazione minima nella sua esecuzione, ma dalle implicazioni profonde, perché introduce il caso nel cuore dello strumento che storicamente ha promesso di restituire un ordine al cielo e, con esso, al pensiero che lo osserva.

Carsten Nicolai. Atlas Borealis, Pinksummer, 2026. Ph: Alice Moschin
Vittorio Rossi in collaborazione con DLA Design Lab. Carsten Nicolai. Atlas Borealis, Pinksummer, 2026. Photo Alice Moschin

La mostra “Atlas Borealis” alla galleria Pinksummer di Genova

Ho introdotto su di essi sei cerchi – sei, come i numeri che si scelgono quando si gioca al Lotto – ognuno dei quali racchiude una costellazione casuale”, racconta Carsten Nicolai spiegando che il modo in cui quelle costellazioni si assemblano, in termini di dimensione e di ordine, non può che apparire casuale a chi le osserva dal proprio “microscopico punto di vista sulla Terra”, di fronte a una massa di spazio la cui vastità eccede ogni possibilità di comprensione immediata. L’atlante su cui Nicolai interviene è parte dell’Atlas Borealis pubblicato nel 1950 dall’astronomo cecoslovacco Antonín Bečvář, lo stesso atlante che John Cage usò come punto di partenza compositivo per alcune delle sue partiture aleatorie.

Il cielo come iperoggetto nella ricerca di Carsten Nicolai

Il cielo come generatore di caso è ciò che in linea con Timothy Morton si potrebbe definire un iperoggetto: un’entità la cui estensione nel tempo e nello spazio è talmente vasta da renderla percepibile solo attraverso i suoi effetti, mai nella sua totalità, non diversamente da come si fa esperienza dell’inquinamento globale. “Oggetti molto grandi emettono campi gravitazionali che curvano la luce, dando origine a quello spostamento verso il rosso delle stelle distanti, che è rimasto un mistero fino alla formulazione einsteiniana della teoria della relatività”, scrive Morton, una formulazione in cui la fisica appare costretta ad affidarsi a una causalità di natura statistica per avvicinarsi a ciò che non può misurare in modo diretto. La visionarietà di Nicolai potrebbe essere letta nel senso indicato da László Moholy-Nagy, ovvero come l’allenamento della percezione a ricevere ciò che ancora non è in grado di vedere, poiché il compito dell’arte, perché risponda davvero alle esigenze del proprio tempo, consiste nell’esplorare l’ignoto piuttosto che limitarsi a riprodurre il già noto.

Carsten Nicolai tra regole, geometria e paradossi

I sei cerchi si sovrappongono all’atlante delle costellazioni “casualmente, o con una coerenza puramente visiva”; quindi, neppure la formula compositiva del lavoro può dirsi interamente casuale, essendo essa stessa il prodotto di una decisione. Alexander Galloway, nel suo Incomputabile, torna sul paradosso che Bertrand Russell formulò nel 1901 – l’insieme di tutti gli insiemi che non sono membri di se stessi – per mostrare come la teoria degli insiemi matematici incontri, a un certo punto, un limite strutturale a ciò che può essere formalizzato. In questo stesso territorio, sospesa tra il calcolabile e l’incalcolabile, si muove la pratica di Nicolai, nella quale c’è sempre, dichiara l’artista, qualcosa di misurato e qualcosa che sfugge alla pura razionalità. Il multiplo di sei, ripetuto con un’ostinazione quasi rituale (sui ventiquattro disegni della serie, sei cerchi per foglio, le costellazioni isolate arrivano a centoquarantaquattro), rimanda a un’identità elementare che rassicura lo sguardo, permettendogli di ritrovare un filo conduttore in un’immagine altrimenti iper-codificata e leggibile solo a un occhio esperto. Un multiplo che – si chiede Galloway – implica la vuota ripetizione, una forma di clonazione, oppure apre linee di fuga, nuove modalità dell’esperienza visiva?

Il nostro rapporto con enigmi e giochi

Debord individuava nel gioco la congiunzione di due elementi apparentemente inconciliabili, la sfera della regola e il regno geometrico, delle disposizioni matematiche e delle logiche spaziali. La stessa tensione dialettica, in mostra, oppone la forte visibilità dei cerchi all’imperscrutabilità semantica delle costellazioni che essi racchiudono. Auguste Blanqui scriveva che “l’enigma dell’universo è sempre presente in ogni nostro pensiero” e che “lo spirito umano vuole decifrarlo a ogni costo”; Pascal, prima di lui, aveva condensato la stessa sensazione in una formula che torna in questo lavoro in modo quasi letterale, definendo l’universo un cerchio il cui centro è ovunque e la cui circonferenza non è in alcun luogo.

Il ruolo della matematica nella ricerca di Carsten Nicolai

La stessa oscillazione tra controllo e caso attraversa Formula (2016-2018), la serie di dipinti e studi in cui Nicolai trasferisce formule matematiche e codici scientifici su tele preparate a gesso, utilizzandole come supporto fisico del processo di disegno: “la costruzione come informazione cifrata” potrebbe essere il nome di questo metodo, un ordine apparentemente perfetto costantemente messo alla prova da generatori casuali che lo contraddicono dall’interno. I pannelli intitolati Gauss, Bessel, Fourier e Lissajousprendono il nome dai matematici e astrofisici da cui derivano le curve rappresentate, dichiarando un debito nei confronti del compositore Iannis Xenakis, per il quale forma e struttura ricorrono ovunque in natura, fornendo modelli capaci di “stimolare e provocare un’agitazione” che si estende naturalmente al registro sonoro.

Carsten Nicolai. Atlas Borealis, Pinksummer, 2026. Ph: Alice Moschin
Carsten Nicolai. Atlas Borealis, Pinksummer, 2026. Ph: Alice Moschin

Scrivere il suono nell’arte

Un’intuizione che non è nuova nella storia dell’arte, se già Moholy-Nagy proponeva di sottoporre a un’indagine scientifica le minuscole incisioni presenti nei solchi del disco fonografico, per individuare la logica formale che governa il rapporto tra l’acustico e il grafematico e produrre, così, una vera e propria “scrittura acustica. “Il mio lavoro”, dichiara Nicolai, “si riferisce maggiormente alle teorie di Hermann von Helmholtz sulle frequenze e sulla trasmissione, e non analizza solo il suono, ma una gamma più ampia di frequenze elettromagnetiche, dalla radio alla luce, incluse le parti a noi impercettibili”. Un processo presente anche in Void (2002): una fila di tubi in vetro e cromo custodisce, si dice, un suono chiuso all’interno, imprigionato al momento della fabbricazione e oggi irraggiungibile per l’orecchio umano. Non sappiamo se esista davvero un modo per riascoltarlo, l’opera si limita a promettere che, un giorno, in un modo o nell’altro, quel suono tornerà leggibile.

Un atlante che ammette i propri limiti

Resta sullo sfondo il lotto, che nella sua declinazione più vernacolare – una forma di cabala alla portata di chiunque – rappresenta un modo domestico e quotidiano di imporre un ordine a ciò che ordine non ha. Il lotto nacque proprio a Genova, tra Quattrocento e Cinquecento, davanti a quello stesso Palazzo Ducale che oggi ospita la mostra, dalle scommesse dei cittadini su quali cinque nobili, tra centoventi, sarebbero stati estratti per i Serenissimi Collegi; i nomi divennero, poi, novanta e nel 1620 il gioco fu regolamentato nella forma che conosciamo ancora oggi. Nicolai compie un’operazione simile, spostata però su scala cosmica: prende uno strumento che promette di mappare l’universo – l’atlante – e vi scommette sopra sei numeri scelti a caso. Si tratta forse dell’ammissione filosofica più onesta che si possa formulare, ovvero che ogni atlante, ogni formula, ogni partitura non è che un tentativo parziale di tradurre qualcosa che ci eccede per scala o per natura. Einstein avrebbe voluto un universo senza dadi, retto da leggi tanto rigorose da escludere ogni margine di indeterminazione. Da Pinksummer, Carsten Nicolai suggerisce invece che possa essere il caso, se usato con metodo e sottoposto a una regola, l’unico strumento in grado di tenere insieme ciò che altrimenti, nella sua vastità, ci sfuggirebbe del tutto.

Carlotta Pezzolo

Genova // fino al 15 settembre 2026
Carsten Nicolai. Atlas Borealis
PINKSUMMER – Piazza Matteotti, 28R
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