Perché c’è una copia del David di Michelangelo tra le Alpi Svizzere?
Dopo l'inaugurazione della replica monumentale del David a Klosters, in Svizzera, il dibattito va oltre la semplice installazione. La scultura più imitata della storia torna a interrogare il nostro rapporto con l'arte del passato, il valore della manifattura italiana e il significato che un capolavoro assume quando viene sottratto al suo contesto originario
Il 2 luglio è stato inaugurato a Klosters, nel Canton Grigioni, un nuovo David di Michelangelo. Non l’originale, naturalmente, ma una delle rarissime copie in marmo di Carrara a grandezza naturale esistenti al mondo. Alta oltre cinque metri, scolpita nello stesso marmo che Michelangelo prediligeva e realizzata da una delle più prestigiose botteghe carraresi, la replica pesa oltre nove tonnellate e domina oggi il paesaggio alpino svizzero. L’operazione ha inevitabilmente suscitato curiosità. Ma il suo interesse va ben oltre la spettacolarità di una statua rinascimentale collocata tra montagne, boschi e sentieri. Solleva piuttosto una serie di interrogativi che riguardano il destino delle grandi icone artistiche del passato: cosa significa riprodurre oggi il David? Perché continuiamo a sentire il bisogno di copiarlo? E soprattutto, cosa accade quando un’opera così profondamente legata alla storia di Firenze viene trasferita in un contesto completamente diverso?
Il David: la scultura più copiata della storia
Poche opere hanno conosciuto una fortuna paragonabile a quella del David. Dalla sua realizzazione, tra il 1501 e il 1504, la statua è diventata uno dei simboli universali dell’arte occidentale, probabilmente la scultura più riprodotta di tutti i tempi. Le sue copie popolano musei, piazze, università, accademie d’arte e collezioni private in ogni continente. A Firenze stessa convivono tre David: l’originale custodito alla Galleria dell’Accademia, la replica marmorea in Piazza della Signoria e quella bronzea di Piazzale Michelangelo. A queste si aggiungono decine di riproduzioni storiche disseminate nel mondo, da Londra a Copenaghen, da Melbourne agli Stati Uniti. Eppure ogni copia racconta una storia diversa. Nel XIX secolo il David veniva replicato come modello didattico, strumento indispensabile per la formazione degli artisti. Copiare Michelangelo significava studiare l’anatomia, le proporzioni, la tensione muscolare, l’equilibrio della composizione. Era un esercizio tecnico prima ancora che un omaggio. Oggi, nell’epoca della riproduzione digitale, delle scansioni tridimensionali e della stampa 3D, realizzare una copia monumentale in marmo appare quasi un gesto controcorrente.

Il valore nascosto della copia: l’artigianato dietro al David di Klosters
C’è infatti un aspetto che rischia di passare in secondo piano nel dibattito: la replica di Klosters è anche la dimostrazione concreta che esiste ancora una filiera di competenze capace di scolpire il marmo secondo una tradizione lunga secoli. La scultura è stata realizzata nel 2017 dagli Studi d’Arte Cave Michelangelo, sotto la direzione di Franco Barattini, utilizzando marmo proveniente dalle cave del Polvaccio, le stesse frequentate da Michelangelo all’inizio del Cinquecento. Carrara continua infatti a rappresentare uno dei pochi luoghi al mondo dove il sapere artigiano legato alla lavorazione del marmo viene tramandato attraverso generazioni di scultori, tecnici, sbozzatori e restauratori. È un patrimonio immateriale che rischia spesso di rimanere invisibile, oscurato dalla fama dei grandi artisti. In questo senso la copia diventa anche uno strumento di valorizzazione del “saper fare” italiano. Ogni superficie levigata, ogni dettaglio anatomico, ogni passaggio di lavorazione raccontano un mestiere che continua a esistere e che mantiene vivo un dialogo diretto con il Rinascimento. In un tempo in cui l’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali stanno trasformando il concetto stesso di produzione artistica, vedere riaffermato il valore della manualità assume un significato culturale che va ben oltre il semplice esercizio di replica.

Perché proprio la Svizzera?
Ma perché proprio la Svizzera? È probabilmente la domanda più interessante. Perché portare il simbolo della Firenze rinascimentale nel cuore delle Alpi svizzere? La risposta ufficiale è legata al progetto culturale Scultura Viva, che intende promuovere il dialogo tra arte contemporanea, paesaggio e patrimonio storico. Ma c’è anche un’altra lettura possibile. La Svizzera, per posizione geografica e storia culturale, rappresenta da sempre un luogo di incontro tra identità europee diverse. Collocare il David in questo contesto significa sottrarlo alla sua dimensione nazionale per trasformarlo definitivamente in un patrimonio condiviso. Non è un caso che molti dei più celebri musei del mondo abbiano costruito la propria autorevolezza proprio attraverso la circolazione internazionale dei capolavori. Il David, pur rimanendo simbolo di Firenze, appartiene ormai all’immaginario universale. La sua presenza a Klosters sembra voler affermare proprio questo: alcuni capolavori hanno superato da tempo i confini geografici che li hanno generati.

Come il contesto cambia il significato. Cosa ci dice il David in Svizzera
Ma un’opera resta davvero la stessa quando cambia il luogo in cui viene esposta? Per gli storici dell’arte la risposta è generalmente negativa. Michelangelo scolpì il David per la Repubblica fiorentina. Collocato davanti a Palazzo Vecchio, il giovane eroe biblico incarnava il coraggio della città che si preparava ad affrontare nemici politicamente molto più forti. Rappresentava l’istante precedente allo scontro: quello della scelta, della responsabilità, della determinazione. Trasferito sulle Alpi, quel significato inevitabilmente si trasforma. Non dialoga più con il potere civile ma con la natura. È la dimostrazione di quanto il contesto sia parte integrante dell’opera stessa. L’arte non vive soltanto della materia o della forma, ma anche delle relazioni che costruisce con lo spazio, con la storia e con chi la osserva.
Laura Cocciolillo
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