I dimenticati dell’arte. La storia del pittore Carlo Donati (per cui posò addirittura il Papa)
Nonostante gli esordi di successo nell’ambito della pittura sacra, dopo la Prima Guerra Mondiale il pittore per cui posò anche il papa venne dimenticato per aver seguito la vocazione a una pittura “semplice” e comprensibile a tutti
Quando affrescava le absidi di chiese e cappelle riuscì anche a far posare il pontefice Benedetto XV, immortalato nella cappella dei caduti in S. Apollinare Nuovo a Ravenna, una delle tante imprese del pittore Carlo Donati (Verona, 1874 – Verona, 1949), protagonista di primo piano dell’arte sacra di inizio Novecento.
La storia di Carlo Donati
Donati era figlio di Carlo Giuseppe e da Elisabetta Trevisan: fin da adolescente manifestò la sua passione per l’arte, tanto che venne iscritto all’Accademia di Belle Arti Cignaroli, dove seguì i corsi del pittore Napoleone Nani. Diplomatosi nel 1893, dopo sette anni partecipò ad un concorso nazionale a Torino con due opere, Il Cardinale Luigi di Canossa e Testa di Cristo, ottenendo un certo successo. A partire dal 1905 cominciò a essere invitato a mostre di rilevanza nazionale, come l’Esposizione internazionale di Milano (1906), la Biennale di Venezia (1907), l’Esposizione d’arte sacra di Verona (1908), dove la sua Madonna dei mulini venne premiata con una medaglia d’oro, e la Biennale di Verona (1908), dove vinse il primo premio con il Battesimo di Zeno Bachit. Nel frattempo, inizia un’attività importante come pittore murale, avviata nel 1902 con un ciclo di affreschi nella chiesa di san Francesco alle Stimmate a Verona, e proseguito con diversi incarichi in Veneto e in Trentino, da Azzago di Grezzana (1904) a Santa Croce del Bleggio (1912).

I capolavori di Carlo Donati a Verona
Tra i suoi capolavori spiccano gli affreschi della Cappella dei Caduti nella chiesa di San Luca a Verona, eseguiti nel 1919 insieme al ciclo della Via Crucis, una serie di 14 dipinti su tavola di grandi dimensioni, commissionate da monsignor Giuseppe Chiot, che raffigurano con un realismo oscuro e simbolico, ispirato a suggestioni preraffaellite e liberty, che Donati aveva adattato alla sensibilità italiana, facendo incontrare idealmente Andrea Mantegna e Dante Gabriele Rossetti.
L’incarico a Ravenna dopo la Prima Guerra Mondiale
Subito dopo la Prima Guerra Mondiale, che segnò una battuta d’arresto nella sua produzione, ottenne l’incarico a Ravenna, dove partecipò anche il pontefice, ma la sua fama cominciò a declinare, per rivolgersi ad un pubblico di provincia, ancora ignaro delle novità novecentesche, che Donati non riuscì mai a padroneggiare.
Il graduale declino di Carlo Donati per “seguire” la vocazione a una pittura “semplice”
Si dedicò alle decorazioni di chiese in paesi del Veneto e del Trentino, senza più essere presente nelle grandi mostre come la Biennale di Venezia, dove non compare più tra gli invitati dopo il 1935. Di questa involuzione Donati fu consapevole, tanto da dichiarare: “… ho rinunciato alle ricerche formali, compiacente ricchezza dell’artista, per dire semplicemente la verità. Dovevo dipingere per gli incolti, per gli indotti, per i contadini, per i fanciulli; ed ho dipinto tutto e tutti; la vita, la morte, la fede, i sacramenti, gli angioli e i santi, Cristo e la Vergine; ho dato pascolo agli occhi degli intendenti e degli ignari e se i raffinati mi hanno giudicato ingenuo i semplici mi hanno trovato chiaro”.
Ludovico Pratesi
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