La medusa di Jago a Capri e i crostacei di Colbert a Pompei. Riecco l’estate del brutto e del banale
Il dibattito tiene banco e le polemiche si accendono, soprattutto quando l’arte pubblica interroga le vaste platee. Città storiche, palazzi d’epoca e siti archeologici accolgono opere contemporanee, ma senza troppo badare al senso e alla qualità. Purché se ne parli, purché si sbiglietti. E il solito Jago è in tal senso maestro di comunicazione
Arte contemporanea e patrimonio storico: per qualcuno un abbraccio mortale, per molti una liaison necessaria. Eppure da decenni l’idea della contaminazione orienta ricerche e politiche culturali, con quel vento della postmodernità che spazzava via, già mezzo secolo fa, separazioni e gerarchie tra linguaggi, campi del sapere, prodotti della cultura alta e della comunicazione, assottigliando la distanza tra dato storico e fenomeno artistico in evoluzione. Con lo strumento pret à porter della valorizzazione – banalizzato di continuo – quel dialogo è diventato prassi, esperimento istituzionalizzato: è il sano cortocircuito di una temporalità che scava il senso dell’origine nel presente e che alla storia, al mito, alla tradizione offre la possibilità di un’incarnazione ininterrotta.

La Medusa di Jago a Capri
Eppure, a guardare quel che fiorisce nei centri storici, in palazzi e giardini d’epoca, tra siti archeologici e collezioni museali, verrebbe da schierarsi con i diffidenti e i contestatori. Non per preconcetto, dal momento che l’innesto tra azione e memoria resta uno degli aspetti più esaltanti nell’avventura generativa e immaginifica dell’arte, così capace di risimbolizzare il mondo all’infinito. Il punto è la qualità, che spesso manca. La consuetudine divenuta business, botteghino, intrattenimento per turisti, riempitivo e strategia acchiappa-like.
Così fa notizia nel brusio dell’Internet l’ennesimo colpo di teatro targato Jago, brillante comunicatore, artista del marmo definito nientemeno che il “novello Michelangelo”, bravissimo nel trasformare sé stesso in brand e la sua produzione scultorea in neo mitologia popolare. La sua ultima creatura pesca dal mito classico e da una delle icone ricorrenti nella storia dell’arte, puntando col minimo sforzo a una vasta platea.
La sua Medusa è oggi esposta a Capri, nella celebre Villa Lysis, dagli inizi del ‘900 residenza del barone Jacques d’Adelswärd-Fersen, rimasta a lungo abbandonata e negli anni ’90 sottoposta a vincolo, restaurata e trasformata in dimora storica visitabile. Qui, tra i saloni di pregio, trova posto la candida testa, colta nella grottesca deformazione di una smorfia teatrale, nell’istante in cui Perseo sferra il suo colpo mortale. Niente più che un manufatto fumettistico, un trofeo muto che non rivela significati e non alimenta narrazioni, limitandosi al gioco dell’esasperazione caricaturale e a un effetto sorpresa di gusto hollywoodiano: la gorgone di Jago altri non è che l’attrice americana Whoopi Goldberg, giunta dagli USA per inaugurare il proprio simulacro dalle chiome di serpente. Stratagemma che da solo assicura telecamere, riflettori e discussioni tra sostenitori e detrattori.
Il fenomeno Jago e il suo nuovo museo
Tante le critiche, non solo tra professionisti e cultori del contemporaneo, ma anche tra osservatori che ai social affidano un crescente disincanto. Restano in ogni caso tantissimi i fan sedotti dalla maestria di Jago. Perché a funzionare qui è un’accurata mistura di elementi che fanno presa su un pubblico largo, agevolando il racconto ruffiano: un virtuosismo tecnico ostentato senza remore; un materiale – il marmo – che è garanzia di nobiltà e di manualità sopraffina (la crociata contro la “fuffa” del concettualismo non poteva chiedere armi migliori); un continuo riferimento alle glorie artistiche della tradizione, garanzia di identificabilità e autorevolezza; e ancora un contenutismo retorico che si sostituisce alla complessità della ricerca estetica, nella sfilza di messaggi morali che toccano coscienze e cuori. Senza contare la dirompenza mediatica capace di soverchiare ogni cosa. In una parola, arte populista – fenomeno che prolifica di piazza in piazza, di murale in murale – in tempi di populismo politico e sociale.
Ma la vera notizia è un’altra. A lasciare interdetti è la cornice: la splendida residenza liberty di Fersen da oggi è il secondo museo personale di Jago. Dopo essersi edificato un museo su misura all’interno della Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, a Napoli, eccolo replicare la fortunata formula che assicura biglietti e visibilità: lo Jago Museum Capri è la nuova destinazione d’uso di Villa Lysis, con tanto di percorso espositivo, contenuti multimediali e uno spazio di lavoro. Come sia possibile tutto questo è un mistero. Un artista che nelle collezioni dei musei non è presente, che un museo se lo è fatto da solo (con spirito d’intraprendenza geniale), che non ha alcun legame con il sito in questione e che intende utilizzarlo per fare autopromozione, ottiene dal Comune l’assegnazione diretta di un gioiello architettonico imbevuto di storia. Dove la politica culturale langue, la potenza di fuoco della comunicazione avanza e il talento nelle pubbliche relazioni fa il resto.

Città storiche e siti archeologici. Dialoghi improbabili con il contemporaneo
È questo un caso tra decine e decine. Giusto per stare su qualche esempio recente: mentre a giugno 2025 lo stesso Jago inseriva quattro sculture nel parco archeologico di Taormina, a Selinunte Stefano Bombardieri installava fra le vestigia dei templi greci 15 dei suoi giganteschi animali in estinzione. Rinoceronti, elefanti, gorilla, ippopotami e struzzi: figure patinate da cartoon, quasi dei modellini di plastica oversize che l’artista metteva in scena dentro siparietti ludici, onirici. Nella quiete sacra della valle, un pachiderma è appeso a una carrucola, due rinoceronti soccombono sotto al peso di barili di petrolio o ammassi di merci, mentre un terzo è incastrato in una trappola, sorretto da grosse cinghie. Teschi di animali e bianche figure di bambini completano il racconto tra disagio e candore.
Il tema ambientalista e la via dell’impegno sociale restano un ottimo gancio comunicativo, restituito qui con ingenuità ed estrema semplificazione formale. Cosa c’entrino questi buffi giocattoloni con il contesto archeologico è un mistero. Nessun punto di sintesi, di rottura, di ribaltamento, di dischiusura; nulla che offra potenti chiavi di lettura al contemporaneo e nuove declinazioni dell’antico. Le invasive sculture di Bombardieri sono ancora lì: saranno smontate il 31 dicembre 2026. Per un anno e mezzo, con un biglietto maggiorato di 3 euro, ai visitatori s’impone di contemplare le bellezze archeologiche del Parco con il bonus aggiuntivo di questi ospiti singolari.
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Sempre nell’estate del 2025 il francese Philip Colbert trovava spazio tra le vie dell’affascinante borgo medievale di Erice (dove inseriva anche una sua versione parodistica del mito di Medusa) e all’interno del Parco di Segesta. L’anno prima aveva esposto tra le sale del MANN di Napoli e dal 27 luglio 2026 eccolo rinnovare il suo amore per l’antico con Pop Mythology, un esteso intervento a Pompei. Subito riconoscibile l’allegro esercito di pupazzi colorati – su tutti l’astice rosso The Lobster, eletto a suo alter ego – piazzato tra reperti, rovine e stratificazioni millenarie insieme ad aragoste guerriere, polipi, murene. Si apparecchia così, in quegli scorci carichi di dramma e di storia, il set ultra pop dell’immaginaria città di Lobsteropolis: un contrasto gratuito che innesca un sinistro disorientamento. La saga fantasy di Colbert, con la sua tavolozza sgargiante, con i suoi personaggi da videogame o da comics, pervade luoghi di meditazione e di radici, senza che se ne intraveda una ragione, un senso, un’opportunità estetica e culturale.

Si è conclusa invece lo scorso 30 giugno la mostra en plein air di Rabarama allestita lungo via Veneto, nel cuore di Roma. Un tratto di metropoli che include scorci monumentali come Porta Pinciana, la Fontana delle Api, Santa Maria della Concezione e la vicina Santa Maria della Vittoria, dove è custodita l’Estasi di Santa Teresa, capolavoro del Bernini. È in questo snodo urbano che l’artista romana ha avuto l’onore di esporre 11 delle sue enormi statue bronzee policrome, titaniche presenze riempite di simbolismi e riferimenti new age, decorate con pattern geometrici sgargianti: più che un dialogo un conflitto, con questi esseri alieni in improbabili pose plastiche, collocati sui loro plinti come corpi estranei.
Patrocinata dalla Regione Lazio e dal I Municipio, la mostra è durata due mesi. Ai cittadini di Reggio Calabria è andata peggio: sul lungomare Falcomatà tre enormi sculture di Rabarama sostano indisturbate dal 2007 per volere dell’allora sindaco Giuseppe Scopelliti. E lì resteranno in via permanente.

La retorica della tradizione che rassicura
Ma nella crescente predilezione che città storiche e siti archeologici riservano all’attualità – incluse feste nuziali, dj set con dancefloor, concerti di musica leggera e spettacoli d’ogni sorta – non sono solo gli artisti di media generazione a sfondare. Un posto speciale è sempre riservato ai maestri della tradizione novecentesca. E anche qui, nomi internazionali di peso pochi o nessuno. Ad avere la meglio sono i soliti esponenti delle solite estetiche illustrative, celebrative, didascaliche, enfaticamente monumentali. In un surplus di retorica e rassicurante noia.
Gli eroi e i semidei di Igor Mitoraj hanno invaso città di tutta Europa, parchi e siti celebri, conquistando il favore del pubblico e delle amministrazioni locali. Infallibile la formula che unisce solennità classicheggiante, sapienza scultorea e una figurazione intrisa di mistero, da cui deriva la più facile delle associazioni: il simulacro mitologico rivive nei luoghi del mito e della classicità, generando una sovrapposizione mimetica e immediata. In certi casi quasi da poter indurre l’equivoco nel visitatore sprovveduto: che siano frammenti di statue antiche, reperti reali? Il fascino dei titani di Mitoraj, adagiati nei paesaggi senza tempo dell’archeologia, ha la qualità opaca della copia, l’orizzonte di una bella favola posticcia, l’enfasi che si riserva all’idolo e che non serve all’avventura acuta dell’occhio e del pensiero.
La Valle dei Templi di Agrigento, che nel 2011 ospitò una grande mostra dell’artista polacco, ricevette in dono il suo Icaro Caduto, posizionato dinanzi al Tempio della Concordia. Dopo 14 anni è ancora lì, a impallare la prospettiva principale da cui si inquadra la solenne architettura e a connotare il paesaggio fino a farne parte. Un periodo limitato di permanenza poteva avere senso, ma un eterno posizionamento che altera panorama e identità del sito non trova giustificazione.

Intanto il Parco della Valle dei Templi ha appena inaugurato L’incanto del Mito, mostra dedicata al maestro colombiano Fernando Botero e concentrata su un corpus di sculture in bronzo, poste in dialogo diretto con il paesaggio e la luce dell’antica Agrakàs, a cui si aggiungono 17 opere su carta esposte a Villa Aurea. Una piccola appendice, intitolata Il peso dei Sogni e composta da 12 pezzi tra acquerelli, dipinti e sculturine, è allestita in contemporanea in un paio di sale di Riso, Museo regionale d’arte contemporanea di Palermo.
L’iniziativa celebra il famoso artista dei corpi obesi, delle tenere rotondità, del grasso come forma cosmica a cui piegare e intitolare memorie private e collettive, persone, animali, città, opere d’arte iconiche, figure mitologiche, fiabe e scene di vita sociale. Un’ossessione condotta con spirito illustrativo, puntando sulla riconoscibilità e rinunciando a coltivare tensioni dialettiche, asperità, pathos, complessità, poesia e chiaroscuri. È il gioco semplice del mondo à la Botero, che boterizza pure i Coniugi Arnolfini o Monnalisa, e che spinge il naïf fino alle soglie del kitsch, a forza di gonfiare la realtà e di condannarla, per paradosso, alla piattezza di un esercizio di stile.
Antico e contemporaneo. La responsabilità di un dialogo
Intanto la lista di brutture o banalità che popolano luoghi pubblici e siti storici è ampia e progressiva. Potremmo citarne a decine, tra piccole provincie e grandi città, ma sarebbe una conta senza fine e senza uscita. Gallerie degli orrori, litanie dell’ovvio e del cliché, investimenti per progetti di valorizzazione che nulla valorizzano al di là degli incassi e di un po’ di comunicazione alla buona. È allora tutto qui? È il peggio che potremmo immaginare, senza chance di riscatto? Non mancano grazie al cielo le esperienze di valore e le sfide coraggiose, non manca chi della contemporaneità rintraccia la linfa migliore, facendone spazio d’indagine e punto d’osservazione sul mondo e sulla storia.
È allora un fatto di responsabilità, di resistenza da esercitare verso chi – decisori politici e figure istituzionali – procede in assenza di qualsivoglia visione e specifica nozione. Null’altro conta oltre quel dialogo autentico tra i vivi e i morti, tra sogni e naufragi, tra azioni e contemplazioni. Un dialogo che comporti il rischio della ricerca e dunque del fallimento, che scelga il tormento della domanda e assicuri l’incisività dei segni, la densità delle forme. E che guardi perciò al di là dell’opera ridotta a cronaca, consolazione, spettacolo e decorazione: dove l’antico non sia aulico pretesto, cornice turistica e blanda occasione di ricalco.
Helga Marsala
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