“Le aree interne non hanno bisogno di più turisti, hanno bisogno di più abitanti”. Intervista all’architetto Antonio De Rossi

Architetto e professore di Progettazione architettonica e urbana del Politecnico di Torino, Antonio De Rossi è una delle figure di riferimento nell’ambito della rinascita delle aree interne. Lo abbiamo intervistato per parlare di turismo, PNRR e comunità locali

Per chi si occupa, o semplicemente è interessato, ai temi della rigenerazione e del ripopolamento delle aree interne, il nome di Antonio De Rossi occupa ormai un posto di rilievo in un’ideale libreria di riferimento. I suoi libri, infatti, offrono da anni uno sguardo alternativo rispetto alla narrazione più romantica e rassicurante delle aree interne. Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (2018), Metromontagna (2021) e Contro i borghi (2022) sono alcuni dei volumi pubblicati negli ultimi anni, spesso in collaborazione con studiosi come Filippo Barbera e Domenico Cersosimo. In queste pagine lo storytelling nazionale dei borghi-cartolina viene decostruito, a favore di una prospettiva che rimetta al centro politiche concrete di cambiamento e processi di riattivazione dal basso. Lo abbiamo intervistato.

Finale Ligure. Foto di Selina Bubendorfer su Unsplash
Finale Ligure. Foto di Selina Bubendorfer su Unsplash

Intervista ad Antonio De Rossi, l’architetto delle aree interne

In “Riabitare l’Italia” ribadisci la necessità di “guardare all’Italia intera muovendo dai margini, dalle periferie”, partendo dall’idea che l’Italia del margine sia un terreno decisivo per affrontare le sfide dei prossimi decenni. Negli ultimi anni l’attenzione verso questi territori è cresciuta, sia nel dibattito pubblico sia nel racconto mediatico. Ma in quale direzione si è sviluppato questo sguardo? Il tuo invito a ripensare l’Italia a partire dai margini è stato recepito nel modo che auspicavi?Mi pare proprio di sì. Al di là delle iniziative istituzionali come la Strategia Nazionale per le Aree Interne o le più recenti Green Communities, oggi esistono un’infinità di realtà nei territori che sono stati marginalizzati nell’ultimo secolo che agiscono qui e ora per creare nuove condizioni di abitabilità dei luoghi, per ridare a essi una reale valenza produttiva e non solo turistica, per riconfigurare le forme del welfare locale, utilizzando le pratiche dell’innovazione sociale a base culturale. Secondo i dati UNCEM, nel periodo 2019-2024 la popolazione dei Comuni montani ha visto più di 130mila nuovi abitanti. Diversi progetti locali di rigenerazione e neopopolamento – come quelli di Ostana in Piemonte, di Gagliano Aterno in Abruzzo, di Castel del Giudice in Molise – hanno oramai acquisito notorietà nazionale. Al contempo, non possiamo non notare la forza e la pervasività – innanzitutto negli immaginari – di alcune progettualità molto tradizionali, incentrate principalmente sul turismo e le logiche estrattive. È come se gli ultimi anni avessero visto una crescente polarizzazione su due visioni diametralmente opposte.

Perché il dibattito sulle aree interne, sul ripopolamento della montagna e dei territori periferici dello Stivale è diventato così centrale negli ultimi anni? Quanto c’è di concreto in questa rinnovata attenzione e quanto si tratta di una narrazione o di una teorizzazione che fatica a tradursi in politiche e cambiamenti reali?
Ovviamente c’è tanto storytelling. È dal Settecento che le società urbane tematizzano la montagna come uno spazio dai contorni mitici e idilliaci, contrapposto alla corrotta città. Tutti i giorni i quotidiani e le televisioni ci raccontano storie di giovani coppie che hanno abbandonato le metropoli per andare sui monti ad allevare capre. Ma al di là di queste narrazioni stereotipate, c’è la realtà di territori urbani che non riescono più a offrire condizioni abitative, economiche, di promozione sociale ai giovani. C’è la durezza e l’accelerazione del cambiamento climatico. In misura crescente, la perifericità e la rarefazione si trasformano in opportunità. Basti pensare al successo delle misure di supporto al trasferimento in montagna operato in Emilia-Romagna, Piemonte e Trentino. Dopodiché tutto questo non basta: bisogna rivedere radicalmente i criteri esclusivamente quantitativi che regolano l’esistenza di scuole e servizi sanitari, puntare sul rafforzamento delle strutture tecniche pubbliche presenti nei territori, perché le città avranno sempre più bisogno delle aree interne.

Perché?
Io penso che oggi le aree interne costituiscano uno dei principali laboratori di innovazione presenti nel nostro Paese. Si sperimentano modalità di integrazione tra le politiche, forme di economia compatibili con l’ambiente, percorsi partecipativi e di democrazia diretta. Cose importantissime anche per le città. Sovente però questo nasce dall’autodeterminazione delle comunità, piuttosto che dalle policy istituzionali.

Un ritratto di Antonio De Rossi
Un ritratto di Antonio De Rossi

Il PNRR visto dai territori: luci e ombre

Al di là delle narrazioni stereotipate, i finanziamenti ci sono: basti pensare al PNRR. A tuo avviso, questa imponente operazione sta realmente contribuendo a rafforzare le aree interne e i territori periferici? Cosa salvi e cosa, invece, ti convince meno?
Indubbiamente il PNRR ha rappresentato uno sforzo enorme, e oggi è troppo presto per esprimere dei giudizi scientifici. Personalmente ho avuto l’occasione di vedere da vicino diversi progetti del cosiddetto Bando Borghi del Ministero della Cultura, e l’impressione è chiaroscurale. Ci sono realtà che hanno riprodotto le consuete logiche della valorizzazione del patrimonio a fini essenzialmente turistici, e altre che hanno utilizzato questa occasione per costruire una vera e propria infrastrutturazione per l’abitabilità dei luoghi. Quasi dappertutto, invece, si sono visti gli esiti di decenni di depauperamento della macchina pubblica: impossibile gestire ottimamente risorse così ingenti e in tempi così ridotti per la normalità italiana in assenza di quadri tecnico-amministrativi strutturati. E questo sarebbe stato il primo tema su cui investire. In questo Paese dopo anni di propaganda anti-pubblica si fa fatica a comprendere l’enorme diseconomia generata da progetti inutili, sbagliati, non conclusi, chiusi o sottoutilizzati.

La “trappola” del turismo

Il turismo è stata una parola chiave per molti dei progetti assegnatari dei fondi. In molti casi le strategie di “rivitalizzazione” elaborate dalle amministrazioni sembrano essere state pensate più per attrarre risorse e visitatori che per migliorare concretamente la qualità della vita di chi abita questi territori. Come siamo arrivati a questo punto? Perché il turismo, da possibile “conseguenza” di un territorio vivo e attrattivo, è diventato una “ossessione” per molti amministratori locali?
Perché negli ultimi tre decenni ha dominato una sorta di paradigma totalizzante che diceva: metti i ristorantini nel centro storico, sistema gerani un po’ ovunque, crea spazi scenografici tipici e caratteristici, e il tuo paese uscirà dalla marginalità e prospererà. Un sillogismo che conteneva una promessa potentissima. Dando per scontato che il benessere si sarebbe riversato in maniera automatica sulla comunità e il territorio. Questo pensiero dominante è stato del resto sostenuto da ingenti risorse pubbliche che nei decenni precedenti sono state fortemente incentrate sulla patrimonializzazione e la valorizzazione delle risorse storiche e tradizionali, dimenticando spesso la dimensione dell’innovazione. Come se l’unico destino e futuro delle aree interne fosse costituito dal passato e dal turismo. Da mezzo di rivitalizzazione, il turismo è quindi diventato un fine, e anche una sorta di status a cui ambire. È una visione che abbiamo provato a destrutturare nel libro Contro i borghi del 2022.

Troppo spesso i nostri paesi vengono immaginati come scenografie da consumare nel fine settimana, più che come luoghi da abitare. Quali strumenti e quali politiche possono sostenerne una valorizzazione autentica? E quali condizioni sono necessarie per innescare questo cambiamento?
Quello che talvolta ancora oggi non si coglie è che la monocultura turistica, nei casi più eclatanti, espelle gli abitanti e quelle attività e servizi che sono necessarie per la quotidianità. Come diceva Carlin Petrini, non può esistere turismo senza una comunità di abitanti. Non solo: pensando di favorire la valorizzazione delle specificità locali, spesso si sono inseguiti dei modelli che hanno ridotto le differenze e favorito l’omologazione. Il turismo per le aree interne è importante, e non va demonizzato. Ma vanno sostenuti percorsi con al centro operatori locali. Deve esistere una comunità forte che pratica anche altre attività, dall’agricoltura fino all’innovazione culturale e tecnologica (pensiamo all’importanza del tema delle comunità energetiche, decisive se costruite dal basso per l’autonomia energetica e per la creazione di plusvalori che possono essere riversati nella creazione di servizi comunitari). Se la comunità è viva, dentro la contemporaneità, e non si trasforma in semplice comparsa in costume che racconta una storia imbalsamata a uso turistico, identità e risorse territoriali non solo sono autentiche, ma continuano a evolversi, perché la tradizione è continuo fluire e rigenerarsi.

“Le aree interne non hanno bisogno di più turisti, hanno bisogno di più abitanti”. Intervista all’architetto Antonio De Rossi
Castel del Giudice, Social Housing per il neopopolamento (R. Levrieri, A. De Rossi, L. Mascino, F. Serra, M. Tempestini, in corso di conclusione)

Il ruolo della cultura nella rinascita dei territori

Gli esempi virtuosi di rigenerazione “dal basso”, promossi dagli abitanti, dimostrano come sia possibile immaginare forme di sviluppo e di abitare questi luoghi diverse da quelle più spesso raccontate.
Assolutamente, prima parlavo ad esempio di Ostana, un piccolo Comune occitano dell’alta valle Po, che aveva 1200 abitanti nel 1921 e che all’inizio degli anni 2000 ha raggiunto la quota di 6 residenti fissi tutto l’anno. Praticamente un paese morto, finito. Eppure oggi Ostana ha più di 50 abitanti, tra cui 8 bambini, un’età media inferiore a quella italiana e tassi di scolarizzazione molto elevati. Come hanno fatto? Progettando e realizzando dal basso un’infrastruttura di abitabilità fatta di servizi di welfare, attività economiche e turistiche, spazi culturali, housing per il neopolamento. E questo è stato possibile anche in virtù di una coalizione metromontana di competenze e alleanze che il paese è riuscito a creare intorno a sé, in primis con le università. Oppure penso a Gagliano Aterno in Abruzzo, che tramite la scuola NEO per il neopopolamento, il recupero di spazi storici nel centro del paese per servizi collettivi e attività culturali, la comunità energetica voluta e realizzata dalla comunità, sta dimostrando quanto i dimenticati Appennini rappresentino un territorio strategico per l’intero Paese.

L’arte e la cultura in questo possono essere utili? Hai degli esempi lodevoli che vuoi condividere?
Sicuramente l’arte e la cultura rappresentano uno dei vettori centrali del fermento che attraversa le aree interne. Specie se parliamo non solo di fruizione culturale, ma di produzione di nuove forme di cultura contemporanea costruite in stretta interazione con i contesti ambientali e comunitari. Le aree interne hanno un bisogno enorme di contemporaneità, dopo decenni in cui è stato sempre ripetuto che il loro valore era essenzialmente legato al passato. Un caso molto noto è quello di Farm Cultural Park in Sicilia, oramai di rilevanza internazionale. Ma vorrei chiudere parlando di Castel del Giudice in alto Molise, vincitore del Bando Borghi-Linea A. I contenuti della candidatura erano molto prossimi alle logiche del bando voluto dall’allora ministro Franceschini, con interventi di valorizzazione turistica che si intrecciavano con un vasto programma culturale e artistico. Nel suo attuarsi, il programma si è progressivamente modificato, con il prevalere della dimensione dell’abitabilità su quella turistica. Ne sta fuoriuscendo un progetto credo molto originale, dove gli spazi per i servizi e le nuove attività economiche, le strutture di housing convivono con gli hub di produzione culturale e artistica. Il tutto nel quadro di un programma di riuso architettonico con elementi di contemporaneità dai caratteri fortemente integrati. Mi sembra uno dei casi che possono segnare una precisa linea di intervento per il futuro delle aree interne.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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