100 anni fa moriva il poeta Rilke. Il suo rapporto profondo con le arti visive 

A cento anni dalla morte del poeta, un viaggio nella genesi visiva del suo capolavoro. Dallo studio di Rodin alla tela di Picasso: quando la parola si fa materia

C’è un momento preciso in cui le parole smettono di essere soltanto suono e diventano materia, spazio, volume. Per Rainer Maria Rilke (Praga, 1875 – Montreaux, 1926) quel momento ha la forma delle falesie del Castello di Duino, a picco sull’Adriatico, dove il vento scava la roccia proprio come lo scalpello di uno scultore. È il 1912 quando il poeta inizia a scrivere le sue Elegie Duinesi, ma quel capolavoro non nasce soltanto dalla parola. Nasce negli studi degli artisti, nei musei affollati di Parigi e nelle stanze silenziose della Baviera. Le Elegie sono il punto d’arrivo di una lunga educazione dello sguardo, nella quale ogni incontro con un’opera d’arte modifica il modo stesso di concepire la poesia. La grande poesia di Rilke, prima di essere scritta, è stata guardata.

Rodin e l’invenzione di una poesia plastica

Il viaggio visivo di Rilke inizia anni prima, a Parigi, all’ombra di Auguste Rodin. Lavorando come suo segretario tra il 1905 e il 1906, il poeta assiste a una disciplina che non ha nulla di romantico: il mattino di Rodin comincia con l’osservazione sistematica di un gomito, di una spalla, di un ginocchio piegato.

Nelle pagine del saggio che Rilke dedica allo scultore, questa attenzione al frammento — al torso mutilato che però “è più vivo di un corpo intero” — diventa il modello di un nuovo modo di scrivere. Quando si ritrova sulle scogliere di Duino, la sua poesia ha perso ogni sentimentalismo; le sue parole cercano un peso specifico, una tridimensionalità che prolunga e trasforma la lezione della poesia-oggetto (Dinggedicht) sperimentata negli anni precedenti. Rodin gli insegna che la forma non nasce dall’astrazione, ma da uno sguardo così intenso da rendere ogni dettaglio necessario.

Paul Cézanne, La Partie de campagne or Le Déjeuner sur l'herbe, 1876. Courtesy Sotheby's
Paul Cézanne, La Partie de campagne or Le Déjeuner sur l’herbe, 1876. Courtesy Sotheby’s

Cézanne e la disciplina dello sguardo

Ma la pietra non è l’unica musa. Nel 1907, sempre a Parigi, Rilke cammina tra le sale della retrospettiva dedicata a Paul Cézanne e ne rimane folgorato. Davanti alle tele del maestro francese, comprende che la realtà può essere restituita attraverso una disciplina dello sguardo, capace di costruire la forma prima ancora dell’emozione. Nelle lettere scritte in quei mesi, Cézanne appare come l’artista capace di dare “gli occhi giusti”: non un semplice modello pittorico, ma una vera educazione percettiva. Per Rilke, l’incontro con Cézanne suggerisce che imparare a vedere significa lasciare che le cose si manifestino prima di imporre loro un significato: una lezione che diventerà il fondamento della sua poesia matura.

Questa oggettività radicale diventa una delle chiavi di volta per la maturità del poeta. Se la solitudine di Duino non scivola mai nel lamento, è perché Rilke applica alla poesia la stessa lezione di Cézanne: descrivere il dolore e il vuoto dell’esistenza come se fossero volumi solidi, paesaggi dipinti con distaccata precisione. Dopo Rodin, che gli aveva insegnato la consistenza della forma, Cézanne gli rivela che anche lo sguardo può diventare una disciplina, capace di trasformare l’emozione in costruzione.

Auguste Rodin, L’età del bronzo, 1876, fusione 1967, Brooklyn Museum, dono di B. Gerald Cantor. Photo Brooklyn Museum
Auguste Rodin, L’età del bronzo, 1876, fusione 1967, Brooklyn Museum, dono di B. Gerald Cantor. Photo Brooklyn Museum

La Quinta Elegia: abitare il Picasso di Hertha con Hoenig

L’incontro più intimo tra la pagina bianca e la tela avviene nel 1915 a Monaco di Baviera. Per quattro mesi, Rilke vive nella stanza della sua mecenate, Hertha von Koenig, dove è custodito un capolavoro: I saltimbanchi (1905) di Pablo Picasso. Giorno dopo giorno, il poeta fissa quegli acrobati sospesi in un deserto senza tempo, figure malinconiche tese nello sforzo del loro esercizio. Quei corpi diventano per lui l’immagine speculare dell’anima umana, fragile e nomade.

L’immagine lavora per anni: nel febbraio 1922, durante la furia creativa di Muzot che gli consegna le Elegie complete, Rilke traduce in versi quel quadro. Non ne ricava una descrizione poetica, ma una struttura dell’esperienza: la sospensione, la vulnerabilità e il continuo rischio della caduta diventano l’ossatura stessa della Quinta Elegia. Nasce così il capolavoro letterario, dove il circo diventa la metafora dell’esilio terreno. Non si tratta di trasferire un’immagine dalla tela alla pagina, ma di riconoscere nella condizione dei saltimbanchi una figura universale dell’esistenza: l’equilibrio precario dell’uomo, costretto a esibirsi davanti a un mondo che resta spettatore.

L’angelo metafisico tra Bisanzio e le avanguardie

Persino l’apparizione più celebre dell’opera, l’Angelo terribile che apre la prima elegia, evoca un immaginario profondamente visivo. Lontano dalle rassicuranti figure della tradizione cristiana, l’Angelo di Rilke è una creatura metafisica e minacciosa. La sua immagine sembra conservare la memoria delle icone bizantine, conosciute da Rilke durante i viaggi in Russia: figure frontali, assolute, sottratte alla dimensione narrativa.

Più che una figura religiosa, l’Angelo diventa un’immagine assoluta, una presenza che appartiene al linguaggio dell’arte prima ancora che a quello della teologia.

Nelle Elegie, Rilke non descrive il mondo: lo modella, lo dipinge e lo scompone. Rodin gli insegna la forma, Cézanne la visione, Picasso la potenza simbolica dell’immagine; le icone russe gli offrono un lessico del trascendente che sfugge a ogni rappresentazione naturalistica. Sapere che questa poesia è stata guardata prima di essere scritta cambia allora qualcosa nel modo in cui la leggiamo. Ci costringe a esplorare le Elegie Duinesi non come lamenti metafisici, ma come un museo in cui ogni stanza custodisce un’opera d’arte che ha preceduto la parola. Le arti visive, per Rilke, non costituiscono un repertorio di immagini da evocare, ma un autentico metodo di conoscenza: è nello sguardo, prima ancora che nella parola, che prende forma la sua idea di poesia.

Andrea Bruciati

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