Ecco com’è andato il primo fine settimana del Festival di Santarcangelo 2026 

Si intitola “deep pressures” l’ultima edizione del famoso festival diretta dal curatore e drammaturgo polacco Tomasz Kireńczuk, che, restituendo attenzione e importanza al respiro, si propone di far riflettere, con un ricco programma fino al 12 luglio, sulle inquietudini del presente

Inaugurata il 3 luglio scorso, la 56° edizione di Santarcangelo Festival, la quinta e l’ultima diretta dal curatore e drammaturgo polacco Tomasz Kireńczuk, sceglie come titolo-filo rosso deep pressures, invitando a riflettere,con spettacoli, laboratori, incontri e concerti fino a domenica 12, sulle tante pressioni che opprimono la realtà.
Un teatro semplice per un mondo complesso. La linea tracciata dal direttore artistico Tomasz Kireńczuk si conferma anche in questa edizione. Partire dallo sguardo degli artisti per rispondere alle sfide del mondo: conflitti, omicidi, cambiamenti climatici, crisi dell’identità.
Uno sguardo tanto puntuale quanto necessario, senza fronzoli. Santarcangelo Festival vive e porta con sé una memoria importante: aggregante, di costume, identitaria. Basta guardare il suo pubblico e i suoi cerimoniali. Il programma di quest’anno, però, propone un piano diverso, elementare ma efficace, comprensibile a tutti. Come può esserlo un respiro.

KMs OF RESISTANCE, di Mehdi Dahkan
KMs OF RESISTANCE, di Mehdi Dahkan

“KMs Of RESISTANCE” di Mehdi Dahkan a Santarcangelo di Romagna

È il respiro su cui si costruisce KMs Of RESISTANCE di Mehdi Dahkan, visto al Parco Baden Powell. Nelle arti performative, e non solo, il respiro occupa un’ampia area semantica: da Breath di Beckett ai lavori della Martinini, passando per Respiro di Jérôme Bel e arrivando a Breath di Marina Abramović e Ulay, che alla fine degli Anni Settanta facevano del respiro un atto poetico di condivisione totale. Respiro come interdipendenza delle relazioni, ma anche come atto creativo (Piero Manzoni) o ciclo vitale (Bill Viola).
Mehdi Dahkan e Mohamed Bourini, in due cerchi di sabbia tracciati su un ring, danzano il respiro primordiale, vitale, animale. Sulla sabbia il respiro lascia una traccia (Soffio di Giuseppe Penone). Il corpo è solo respiro che ansima in sé stesso, nel ritmo dell’altro, nella comunità seduta sui blocchi di legno che assiste alla performance al tramonto nel parco.
Dal primo all’ultimo respiro, l’emissione è condizione dell’esistenza e sua interfaccia. Ansimare, soffocare, liberare: condizioni che da fisiologiche diventano atti di resistenza, prima personale e poi collettiva. Prima animale, poi umana: essere uomini significa esserlo con gli altri.

In relation to whom? di Marah Haj Hussein e Nur Garabli © Marc Chesneau
In relation to whom? di Marah Haj Hussein e Nur Garabli © Marc Chesneau

“In Relation to Whom?” di Marah Haj Hussein e Nur Garabli

Al Lavatoio, Marah Haj Hussein e Nur Garabli hanno presentato In Relation to Whom? Le due artiste, cresciute nella Palestina occupata, indagano il rapporto tra il linguaggio del corpo appreso nell’addestramento della danza e quello militare. Quale memoria resta sul corpo addestrato? I vocabolari arabo e israeliano si incarnano in archetipi fisici che determinano il movimento. Su questa struttura ambigua e ambivalente — danza e militarismo — dimenticare l’appreso è impossibile. Si può solo rielaborarlo, recuperando la tradizione. Le artiste riscrivono un linguaggio secondo i propri termini, attivando altre modalità di movimento, in cui le loro traiettorie si intersecano in modo non lineare. Una sorta di processo archeologico per disapprendere, per mandare in oblio. Le artiste scavano nei propri corpi, materia vivente radicata nel presente. Contraddizioni e vulnerabilità, umorismo e tensione, senza didascalismi. Per dimenticare bisogna paradossalmente scavare più a fondo, oltre la crosta lasciata dall’oppressione degli occupanti. Per riscrivere la propria memoria occorre tornare dalle madri, per ricevere cura; dalle nonne, per ritrovare le radici.

Alla 56° edizione di Santarcangelo Festival va in scena “Òdio” di Motus

Santarcangelo guarda alle nuove tendenze per dare la parola e lo sguardo agli artisti, ma non dimentica il passato e un territorio tanto fecondo. Al Supercinema i Motus presentano Òdio, un documentario che cuce un patchwork di testimonianze sotto forma di domande, più che di risposte. Non tutte le pezze hanno la stessa forza e la stessa efficacia. Della trilogia che raccoglie questi contributi, quella dedicata al Quarticciolo è la più ficcante e la meno generica. I capitoli attraversano Casa Gallo, Rimini e Amburgo, partendo dalle suggestioni lasciate dal progetto Frankenstein: come può l’amore diventare odio? Al di là di qualche semplicistico “essere contro il sistema”, ciò che resta di Òdio è una tenerezza pasoliniana — si ricordi l’ineguagliabile Come un cane senza padrone — sotto la pelle della marginalità.

Durante le riprese del film documentario [ÒDIO]
Durante le riprese del film documentario [ÒDIO]

La performance di Jana Jacuka nel borgo vicino Rimini

Chissà se la scelta di portare a Santarcangelo Jana Jacuka sia una riemersione carsica di quel Leo de Berardinis che qui esaltò la voce come strumento musicale, partitura fisica ed emotiva. La performer metabolizza la lezione della body art di Acconci e, senza microfono, riempie con la voce lo spazio della relazione con il pubblico e quello del suo corpo nella palestra dell’ITS Molari. Timbri e risonanze, deformazioni e modulazioni dilatano l’intercalare della nostra quotidiana banalità, svelando l’orrore e il dramma del nulla che si annida tra un’asserzione e l’altra. Accettiamo il vuoto perché lo riempiamo di intercalari. Qui le fughe dal testo e dalla sua inutile comunicabilità diventano corpo, estensione, protesi carnale che sgomenta come un urlo munchiano dotato di phoné.

“Clap & Slap” di Agnietė Lisičkinaitė e Igor Shugaleev

Lei è lituana, lui bielorusso. Il loro incontro è una domanda politica: la responsabilità di essere patrioti senza essere nazionalisti. Di amare il proprio Paese senza condividerne le scelte. La paura, la tirannia. Agnietė Lisičkinaitė e Igor Shugaleev mettono il proprio corpo al centro delle tensioni irrisolte dei rispettivi Paesi. Clap & Slap ribadisce che dovremmo imparare il conflitto per evitare la guerra. Colpa e responsabilità diventano segni sul corpo, che si tende come l’arco di Abramović-Ulay verso l’altro. Le mani, per applaudire, devono sbattere le une contro le altre. E se tante mani sbattono insieme, fanno più rumore.

Simone Azzoni

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Simone Azzoni

Simone Azzoni

Simone Azzoni (Asola 1972) è critico d’arte e docente di Storia dell’arte contemporanea presso lo IUSVE. Insegna inoltre Lettura critica dell’immagine e Storia dell’Arte presso l’Istituto di Design Palladio di Verona. Si interessa di Net Art e New Media Art…

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