Dopo “Baby Reindeer”, l’autore Richard Gadd torna con una serie sull’identità maschile

Tra i protagonisti dell’Italian Global Series Festival, Gadd racconta i suoi personaggi, fragili, lontani dagli stereotipi e in cui la vulnerabilità diventa il vero motore del racconto

Dopo il successo internazionale di Baby Reindeer, Richard Gadd, autore e attore, continua a interrogarsi sull’identità maschile, ma questa volta sposta lo sguardo dal racconto autobiografico a una riflessione più ampia sui modi in cui gli uomini imparano – o falliscono – a gestire il dolore. L’incontro avuto con gli studenti all’Italian Global Series Festival è stato dedicato alla sua nuova serie tv per HBO Max Half Man per la quale è stato nominato come attore non protagonista in una miniserie agli Emmy 2026 -, si è trasformata in una conversazione sul trauma, sulla costruzione dei personaggi e sul cinema come spazio in cui mettere in discussione immagini consolidate della mascolinità.

“Half Man”: due uomini, una stessa ferita

Una delle domande parte da un dettaglio solo apparentemente marginale: il kilt indossato da uno dei protagonisti. Un simbolo che nell’immaginario collettivo richiama immediatamente una virilità epica, quasi da Braveheart, ma che Gadd utilizza proprio per incrinare quell’associazione automatica. È il punto di partenza per raccontare Niall e Ruben, due figure che sembrano riflettere due possibili risposte alla stessa ferita. “Volevo esplorare due versioni dell’esperienza maschile”, spiega. Per questo la serie si apre presentando i due uomini insieme, prima che il racconto li conduca lungo percorsi sempre più divergenti. Non sono opposti assoluti, ma due traiettorie nate dalla stessa vulnerabilità. Entrambi portano dentro un dolore profondo, ma lo elaborano in modo radicalmente diverso: Niall tende a interiorizzare il conflitto, a comprimere le emozioni; Ruben, invece, le lascia esplodere verso l’esterno.

Dopo "Baby Reindeer", l'autore Richard Gadd torna con una serie sull'identità maschile
HBO Max Half Man con Richard Gadd

La violenza come linguaggio del trauma in “Half Man”

È proprio Ruben il personaggio che suscita le domande più complesse. La sua violenza attraversa il racconto senza mai trasformarsi in spettacolo o compiacimento. Gadd insiste su un punto: non gli interessava costruire un antagonista monolitico, ma mostrare come certi comportamenti possano essere il risultato di un trauma irrisolto. La violenza, racconta, non nasce da una reale percezione di forza, bensì dall’incapacità di trovare un altro linguaggio. Ruben non domina gli altri perché si senta potente; reagisce perché non possiede gli strumenti emotivi per esprimere ciò che prova. Ogni esplosione diventa così il sintomo di una sofferenza che non è mai stata elaborata.

Comprendere la violenza senza assolvere

È una posizione delicata, perché rischia continuamente di essere fraintesa. Gadd, però, chiarisce il punto: comprendere non significa giustificare. Il suo interesse è capire come il trauma possa deformare una persona fino a rendere l’aggressività l’unico mezzo possibile di comunicazione. Per questo desidera che lo spettatore provi emozioni contrastanti: paura, certamente, ma anche la consapevolezza che dietro quei gesti esista un essere umano spezzato. In questa prospettiva, la nuova serie prosegue idealmente il percorso iniziato con Baby Reindeer. Se lì il racconto era profondamente autobiografico, qui il discorso si allarga e diventa quasi una riflessione collettiva sulla crisi del maschile contemporaneo. I personaggi non sono simboli né tesi da dimostrare, ma uomini fragili, incapaci di abitare le proprie emozioni senza esserne travolti.

La vulnerabilità come chiave del presente in “Half Man”

È forse questo l’aspetto più interessante dell’incontro con Richard Gadd. Più che offrire risposte, l’autore continua a porre domande: su cosa significhi oggi essere uomini, su quanto il trauma plasmi le identità e su quanto il cinema possa ancora raccontare la complessità senza rifugiarsi negli stereotipi. Un percorso che, ancora una volta, mette al centro la vulnerabilità come chiave di lettura del presente.

Margherita Bordino

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Margherita Bordino

Margherita Bordino

Classe 1989. Calabrese trapiantata a Roma, prima per il giornalismo d’inchiesta e poi per la settima arte. Vive per scrivere e scrive per vivere, se possibile di cinema o politica. Con la valigia in mano tutto l’anno, quasi sempre in…

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