Fare arte significa stare sospesi tra le cose. Un dialogo con l’artista Chiara Gambirasio
Per il nuovo appuntamento dei “Dialoghi di Estetica”, Davide Dal Sasso ha parlato con Chiara Gambirasio facendosi raccontare la sua ricerca. In una pratica mutevole, ci sono alcuni punti fermi tra neologismi coniati dall’artista stessa, riferimenti mitologici e rapporto con l’ambiente
Artista, Chiara Gambirasio (Bergamo, 1996) vive a Mapello e sviluppa le sue ricerche viaggiando per l’Europa; studia il potenziale del colore e delle sue relazioni con la luce, e si serve di più mezzi espressivi per realizzare anche opere di arte pubblica e interventi in ambienti naturali. Per la sua pratica artistica Gambirasio ha coniato il termine “Kenoscromìa”, ossia vibrazione cromatica nel/del vuoto, per sottolinearne il fondamento nello studio del colore inteso come incontro tra materia, luce, soggetto osservante e variazione nel tempo.

Le opere di Chiara Gambirasio
Tra le sue opere pubbliche: nel 2025 Spaesaggio (Londa, FI), Farsi Eruttare Altrove a Latera (VT) e Montevaccino (TN); nel 2024 V’arco (Castione della Presolana, BG); nel 2023 Terre D’Istanti (Mapello, BG); Ammiraggio sul Monte Stivo (TN); nel 2021 Sedimento (Spilamberto, MO). Le sue opere sono state esposte in mostre personali al Museo Novecento di Firenze, alla GAMeC di Bergamo; in mostre collettive al MMSU di Rijeka, al Museo di Villa Croce di Genova, al Palazzo Ducale di Gubbio, alla Manifattura Tabacchi di Firenze, presso Casa Testori a Milano. In questo dialogo vengono messi a fuoco alcuni dei principali temi che alimentano la poetica di Gambirasio: il crocevia delle possibilità, l’armonizzazione creativa, il ruolo dei processi e delle regole per la creazione artistica, il rapporto con il vuoto, la “sentazione”.
Dialogo con Chiara Gambirasio
Quiete, sottili, armoniose. Sono convinto si possa iniziare a descriverle così le tue opere. Allo stesso tempo, mi sono fatto l’idea che esse rendano manifesto un che di profondamente alchemico: il fatto che, rispetto a tutto quel fermento vitale che anima e rivoluziona la realtà e la natura, tu ti ponga dapprima in uno stato di attenta osservazione. Più precisamente, che per riuscire a elaborare le tue opere per te sia fondamentale stare nel mezzo: essere tra la possibilità di stabilire collegamenti e quella di riuscire ad aggregare energie per poi poterle successivamente restituire.
Mi piace molto come punto di partenza, perché l’essere tra, l’essere in sospeso, è stato anche il mio primo punto, o posizionamento, a livello di consapevolezza rispetto alla creazione artistica. Il primo lavoro che ho fatto, inteso come processo che continuava a dirmi qualcosa ripetendo lo stesso gesto, è stata la serie dei dipinti su tavolette di gesso che si chiamano Mercuriali. Sono stata mossa dalla figura di Mercurio, che non sta né in cielo né in terra, ma appunto sta tra – e sta anche sospeso – perché apre una riflessione sulla presenza e assenza di gravità. In ciò vi è in particolare un dettaglio che per me è imprescindibile: l’assenza di gravità crea una sospensione che connette e che alimenta anche una tensione, perché non si riesce a capire in quale direzione potrebbe andare. Questo elemento che sta tra, però, è lì presente in un continuo andare e tornare. Quel posizionamento che hai riconosciuto, infatti, appare anche in un’altra mia opera, Mezzo fondo con pendolo, composto da un filo a piombo diagonale che rivela una tensione magnetica che evoca una sospensione tra il direzionarsi verso l’interno e il fuoriuscire dalla base in gesso.
Pensavo all’alchimia perché, al crocevia tra più possibilità, credo tu riesca ogni volta, diciamo così, ad accordarti in modo da ottenere l’opera. Quella armonizzazione passa innanzitutto attraverso quello che fai.
Per me la pratica è molto importante, il fare bene qualcosa. Con questo non penso a una questione tecnica, perché essa deriva dal continuare a fare. Piuttosto, intendo il fare bene come un fare pulito che non lascia residui. L’obiettivo è riuscire a evitare la produzione di scarti, non lasciare qualcosa di irrisolto. Dunque, l’osservazione del presente è la base e da lì si può avviare un processo di ripulitura. Ogni processo ha tempi diversi, talvolta si sovrappongono e a volte è anche un po’ casuale la riuscita di un gesto senza scarto, perché tutto dipende da quanti processi simultaneamente sono attivi, ossia da come si completano a vicenda.
Tali processi rivelano anche i limiti della neutralità tipici della creazione artistica. Voglio dire, benché si svolgano e si sviluppino anche in autonomia, per la loro attuazione le tue intenzioni e le tue scelte sono imprescindibili perché, in un modo o in un altro, ne influenzano le direzioni.
È una questione complessa, perché oltre a me, alla mia influenza sui processi, in una scala ancora più ampia potremmo anche considerare quella cosmica. Per cui, certamente vi è una continua evoluzione, ma non è detto che tutto non possa anche ritornare esattamente come era in principio proprio attraverso lo svolgimento di uno e più processi. Allo stesso tempo, nel mentre in cui viviamo, in quella durata, l’influenza sul presente è inevitabile. Quindi a essere compresente è, diciamo, una somma del tutto che rasenta lo zero, perché tanto come tutto è nato così finisce. Eppure, esiste un senso, probabilmente anche arbitrario, che serve a noi per vivere, perché magari siamo noi stessi a dare il senso alle cose, per riuscire ad abitarle per riuscire fondamentalmente a stare meglio in questo vivere.
Da dove tra origine la tua inclinazione a fare arte?
Proprio dalla possibilità di poter stare meglio. Potrei fare qualsiasi altra cosa che mi fa stare bene – per esempio, una passeggiata nel bosco – ma ciò non ha lo stesso valore di lavorare la materia e trovargli una forma. Quel desiderio di stare meglio e riuscire a fare stare meglio anche qualcun altro è il motivo principale per cui per me è importante fare arte.
Come in molte altre attività umane, anche in quelle artistiche è fondamentale misurarsi con il loro inizio, con quegli imprescindibili moventi che ne determinano l’esistenza. Nel tuo caso, tra questi vi è anche il rapporto con il vuoto.
Sì, il vuoto è qualcosa che c’è e che può essere abitato. In quel gioco per cercare di tirare fuori qualcosa e dargli forma, quello che io chiamo “vuoto” non è solo l’evidenza che possa non esserci niente, ma anche il modo in cui cerco di interagire con questo niente creando delle condizioni di esistenza in un dato tempo affinché diventi percepibile. In altre parole, percepisco dove c’è del vuoto: certamente non lo so afferrare, non lo so definire. Ma nel tentativo di abbracciarlo (e uso il colore per abbracciare questo vuoto) allora vedo che forma ha in quel momento. Questo è il mio processo. Mentre, quando qualcuno interagisce col vuoto della forma che io ho creato, questa potenzialità del vuoto rimane e non si esaurisce, perché diventa uno spazio immaginativo, perché è un pensare al rovescio rispetto alla cosa data per cogliere quello che non è dato.
Questa spiegazione permette di chiarire meglio anche il tuo interesse per Mercurio (nella mitologia greca Hermês, il messaggero degli dèi), perché in essa risaltano i presupposti tanto per le relazioni che puoi rendere possibili con le tue opere quanto soprattutto per il tuo discorso su quella che chiami “Kenoscromìa”. Il tema diventa allora quello della prospettiva che riesci a offrire.
La prospettiva è un punto di osservazione tra tanti possibili. È arbitrario e casuale perché dipende da dove ti trovi e che strumenti hai per osservare. Ma nel momento in cui ne divieni consapevole, diventa un faro che illumina esattamente quello che hai davanti. Come il fascio di luce che da una stella arriva a noi. Naturalmente, questo in linea teorica, perché il vuoto assoluto non esiste, c’è sempre altro in campo, quindi ci sono più complicazioni: per esempio, quella luce non arriva per forza come una retta perché la gravità ne modifica la traiettoria, il suo percorso viene perciò incurvato e l’immagine della sua origine deviata. Infatti, è nell’accadere che si trasformano le cose dalla geometria ideale – diciamo Euclidea, ossia canonicamente ritenuta perfetta, simbolica, simmetrica – a una geometria organica, imperfetta e variabile.
Dunque, potremmo dire che il vuoto sia il primo passo perché corrisponde alla fase, o alle fasi, in cui il processo di cui tu diventi parte non ha ancora degli orizzonti troppo chiari? Perché, in qualche modo, al livello dell’espressione non sai che cosa verrà fuori.
Ti seguo. Ma per me c’è qualcosa che accade ancora prima. Si tratta del ruolo che ha la crisi, ossia del trovarmi a riconoscere che può succedere di tutto e io non so minimamente come relazionarmi a questo tutto. La crisi, infatti, è una risposta necessaria perché rende possibile un azzeramento. Quindi, il processo concerne la definizione di un inizio, l’ammissione che dal momento in cui si compie non vale più niente di quello che ti ha portato fino a quel punto. È lì che in base a quanto ad ogni ciclo divento più consapevole, mi rendo conto di quanto più vuoto riesco a fare: in me, nella percezione di me, nella percezione dell’intorno (materico, atmosferico e relazionale). Ovviamente il vuoto assoluto non esiste, è sempre teorico, è una tendenza esattamente come l’assoluto. Dunque, quello che diventa importante nel fare e nel vivere questo processo sono quanti più strati, quanti più livelli, diventano percepibili per riuscire ad azzerarli. Ma ogni ciclo ne rivela altri. E anche quelli che pensavi di aver già incontrato e conosciuto si trasformano perché ogni volta che passi attraverso il vuoto c’è una trasformazione relativamente assoluta.
Come descriveresti l’esperienza di questo processo?
Istantanea, perché per quella trasformazione non serve tempo. Una volta decisa l’origine – che, va detto, non è neanche frutto di una decisione razionale, trattandosi piuttosto di un creare le condizioni affinché ci sia un inizio nuovo – da lì origina la trasformazione. Molto spesso essa è in risonanza con le condizioni atmosferiche, con i fatti che succedono nel mondo. Qui ritorna quell’accordarsi del quale parlavi prima, ma occorre fare una precisazione: anche se quei fatti non sono verbalizzati, sono presenti in una forma che è percepibile benché non sia chiaro in che modo; nonostante tale opacità, le notizie importanti arrivano sempre in una forma o in un’altra. Perciò, stabilendo questo nuovo inizio è come se fosse possibile abbracciare più livelli simultaneamente, perché quando li azzeri vuol dire che li vedi dall’inizio, nella loro completezza.

Penso che questo tuo modo di lavorare sia fondamentale anche per le esperienze che riesci a offrire con le tue opere, specialmente quelle di arte pubblica – penso in particolare a V’arco, Spaesaggio, Farsi Eruttare Altrove, Terre D’Istanti, Ammiraggio, Sedimento. In fondo, le variabili che definiscono un’opera diventano altre vie per l’esperienza.
C’è un dettaglio importante che voglio considerare: finita un’opera voglio anche io continuare a relazionarmi con tutte le nuove variabili. Io stessa poi divento parte di qualcosa con cui voglio giocare, l’ho scoperto con Spaesaggio. Volevo inventare un gioco dove il corpo fosse parte di questo contatto fisico con il luogo attraverso alcuni elementi che attirassero l’attenzione, che invogliassero a toccarli. Un po’ come accade con i funghi fosforescenti, sai che sono velenosissimi ma il desiderio di toccarli è troppo forte per non assecondarlo. Volevo ottenere una interiorizzazione fisica del colore, attraverso l’uso del proprio corpo, è nato così il gioco.
Che rapporto hai con le regole?
Quella stessa occasione, con Spaesaggio, mi ha mostrato che le regole che avevo per giocare potevano essere trasformate nel momento in cui qualcun altro giocava. In generale, ti direi che sono a rischio dogmatismo. Ma essendone consapevole, mi attivo per reintrodurre la flessibilità e la variabilità di queste regole. Contrasto la rigidità ammettendo che – come si fa nella ricerca scientifica – qualcosa è vero fino a prova contraria. Ossia, ci credo totalmente finché la realtà mi mostra che posso prendere altre direzioni, o perché qualcosa non è vero o perché manca un pezzo. In tal caso, inglobo quel pezzo, smonto la precedente struttura e così arrivo a costruirne un’altra un po’ più vera. Questo approccio è importante per ammettere continui cambiamenti, altri piani di lavoro e di esistenza.
Ho l’impressione che dal medesimo approccio abbia origine anche il tuo fruttuoso lavoro di contrasto alla rappresentazione. Un processo culminante in quella che chiami “sentazione”. Di che cosa si tratta?
Lo sto formulando nel libro che sto scrivendo. Intendo “pensare e sentire nell’azione stessa”, nell’istante in cui si compie. Questo significa non avere più una distanza tra la concezione dell’azione e il suo compimento, rendendo quest’ultima pura e immediata. L’azione è perciò creativa proprio perché è manifestazione della sentazione. Credo che questa inclinazione animi tutte le pratiche artistiche. Prendiamo ad esempio una pennellata, è trasparente poiché puoi lavorare con strati su strati, ma si percepisce sempre che sotto c’è dell’altro. Il gesto di ogni singola pennellata non può essere cancellato, quindi se c’è indecisione o ripensamento, si percepisce. Quando il gesto è invece diretto, senza mediazione, è un’azione che già contiene in sé il pensiero e il sentire di chi lo compie. Senza quella purezza credo si farebbe davvero molto poco… Ma qui torniamo all’inizio della nostra conversazione, perché proprio grazie a quella immediatezza sono dell’idea che ogni gesto avrebbe anche una risonanza con l’intorno all’unisono.
Davide Dal Sasso
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