Il corpo, la maternità e il destino. Tutto nella pittura di Araminta Blue a Perugia
L’artista britannica entra in dialogo con il patrimonio storico del Palazzo della Penna, in un percorso a cura di Riccardo Freddo. Che abbiamo intervistato
Al Louvre, davanti a un quadro, lo sguardo medio si ferma tre secondi. È il dato da cui parte Riccardo Freddo per spiegare perché Venti Trasversali – la mostra di Araminta Blue (Cipro, 1990) inaugurata il 12 giugno al Palazzo della Penna di Perugia e aperta al pubblico fino al 26 luglio 2026 – va controcorrente rispetto alle esperienze immersive e instagrammabili: qui il figurativo affiora dall’astratto solo se lo si lascia decantare. Head of Museum and Institutional Relationships della gallery rosenfeld di Londra, formato tra Stanford, le case d’asta e la Sorbona, Freddo preferisce definirsi stratega culturale più che curatore.
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Intervista al curatore Riccardo Freddo
La mostra nasce da una residenza.
Araminta per me ha un posto speciale: la mostra è nata in Umbria e a The Place of Silence, la mia residenza artistica, dove lei è stata un anno fa con tutta la famiglia. Si è ispirata al paesaggio umbro, al luogo del silenzio, ma anche agli affreschi del Palazzo della Penna: la Sala d’Apollo, con il mito di Elena e Paride, e la stanza dei venti. Il fuoco, però, non è la guerra di Troia, ma l’amore: un tema che torna anche nelle opere di Araminta, tra figure doppie, maternità, corpi in relazione. Proprio durante la residenza lei e il compagno hanno deciso di allargare la famiglia. Ha dipinto tutte le opere mentre era incinta, ha partorito da poche settimane. Ha lavorato in uno stato più istintuale: credo si veda.
In un sistema che premia l’impatto immediato e l’instagrammabilità, curare una mostra che chiede lentezza è una scelta quasi controcorrente.
Se vuoi capire cosa succede nell’opera devi starci davanti, far affiorare il figurativo, leggere la composizione dei colori. Di Araminta è interessante che in molte opere la tela resti in parte grezza, non dipinta: sapere quando fermarsi, capire che la composizione è già pronta, è un’abilità che non tutti hanno. È molto elegante. Oggi è un bombardamento di immagini. Ma al museo si va anche per staccare, per capire.

L’eredità di Ian Rosenfeld
La mostra apre con un omaggio a Ian Rosenfeld. Cosa resta della sua visione? E che ruolo può avere una galleria privata nel portare un’artista internazionale in un museo civico senza farne una vetrina?
Tenevo molto che si aprisse con un suo ritratto: era un gentiluomo, un gallerista amato dagli artisti. Il suo obiettivo era coltivare il talento senza fretta: prendeva gli artisti dal graduate show, appena laureati, e li faceva crescere in modo organico. Sarebbe fiero, perché da quando lavoro con la galleria ho aperto più di venti mostre tra musei e istituzioni: ho potuto farlo solo perché erano pronti, curati fin dal primo giorno. Abbiamo una policy: un libro l’anno per ogni artista. Vogliamo investire sulla carriera, mettendo la parte commerciale on the side. Ed è un modus operandi che sta dando risultati. Un collezionista investe più volentieri quando c’è un riconoscimento istituzionale alle spalle.
Il confine tra sostegno curatoriale e accesso alla visibilità è sempre più sottile. Cosa distingue un autentico progetto di accompagnamento, di lungo periodo, da un’esposizione su commissione?
Ci basiamo su un programma curatoriale, e lavoriamo con gli stessi artisti da anni. Penso a Keita Miyazaki, scelto da Ian al graduate show appena laureato e poi portato alla Biennale, a Ca’ Pesaro e all’apertura del nuovo Victoria and Albert Museum a Londra: nulla viene senza fatica. E le mostre che produciamo con musei e istituzioni devono avere senso. Teodora Axente ha dialogato con le reliquie sacre del museo che la ospitava; Araminta con l’Umbria e gli affreschi del palazzo. Deve esserci un percorso, non cose messe a caso. Il nostro modello è questo.

La strategia culturale secondo il curatore Riccardo Freddo
Il tuo lavoro evita i grandi circuiti saturi. C’è più spazio fuori dai percorsi competitivi? E come si evita che la lateralità diventi a sua volta una formula di visibilità: il museo di provincia come nuovo brand?
Non mi definisco curatore, ma stratega culturale: lavoro sulla percezione e sul prestigio della galleria e dei suoi artisti. Non siamo Gagosian o Hauser & Wirth, con artisti come Koons che vendono per milioni: è una piccolissima percentuale, non rispecchia il contemporaneo reale. È importante che altri artisti, validi, possano esporre e farsi conoscere. Se rivediamo sempre gli stessi, sempre il dopoguerra, che per quanto grande resta passato, come cresciamo come cultura? Usare città più piccole è un modo per dire che esiste altro, oltre Koons, oltre Hirst, diventati anche loro instagrammabili. Molte istituzioni li vogliono solo per associarsi al brand. Ma allora chi si occupa dell’arte contemporanea? Quello è lo 0,01%. E tutto il resto?
Vieni dal cuore del mercato: aste, collezionismo, art investing. Ma scegli di lavorare ai margini, con un’artista come Blue. Contraddizione o continuità?
Sono partito dall’alto, è vero: boarding school a Seattle, LUISS, una borsa per la tesi a Stanford con Luca Fiorito della Columbia, il master in art business a New York, poi Paddle8, Christie’s a Los Angeles, Sotheby’s a Londra, una collezione privata a Parigi con cui abbiamo battuto cinque record globali, un secondo master alla Sorbona. Vengo da un background economico e per capire il mondo devi sapere come funziona la domanda e l’offerta. In una galleria più piccola, però, hai più libertà di mettere in campo strategie che cambiano davvero la vita delle persone: dei galleristi e degli artisti. Fare libri, mostre istituzionali, portarli nel mondo, costa: serve una visione a lungo termine, non il modello “faccio lo show, vendo bene, ciao”. Dal gennaio 2023 alla gallery Rosenfeld, Ian mi ha dato la libertà di farlo. Investire sulla parte istituzionale, al nostro livello, non lo fa quasi nessuno: costa, serve una rete solida. Ma è lì che si decide chi espone e chi no. E i dati dicono che ha funzionato.
Alessia de Antoniis
Araminta Blue. Venti trasversali
Fino al 26 luglio 2026
Palazzo della Penna
Centro per le arti contemporanee, Via Podiani 11, Perugia
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