Il primo mega sciopero del settore cultura italiano. Sindacati, lavoratori e associazioni uniti per cambiare il lavoro culturale: ecco le richieste
Per la prima volta da 50 anni sigle sindacali e collettivi scendono in piazza per ottenere condizioni lavorative dignitose e fermare un processo che vede la cultura come "merce di scambio". Chiudono musei e padiglioni in Biennale
Salari dignitosi e applicazione dei contratti collettivi, superamento dei contratti impropri, delle false Partite Iva e del volontarismo, stop ai tagli dei finanziamenti, agli investimenti bellici e all’artwashing e via alle assunzioni nel Ministero della Cultura, investendo su salute e sicurezza sul lavoro oltre ogni discriminazione. È un cambiamento radicale del modo di pensare il lavoro in campo culturale quello che diverse delle maggiori sigle sindacali italiane insieme a collettivi, associazioni, lavoratori e lavoratrici del settore chiedono a gran voce con lo sciopero nazionale del 12 giugno. Lo stato di agitazione, il più massiccio in campo culturale nella storia italiana e il primo così strutturato in 50 anni, coinvolge personale di musei, biblioteche, archivi e teatri, sia assunti sia in appalto, così come lavoratori e lavoratrici autonome in tutti gli ambiti di produzione artistica e culturale.
Uno sciopero storico per la cultura
L’ultimo grande sciopero degli istituti culturali, ricordano i promotori, risale agli Anni Settanta: è quello nel ’79 che portò alla nascita del Ministero per i Beni Culturali, oggi Ministero della Cultura. Da allora è diventato progressivamente più difficile, anche per il decreto del 2015 che ha limitato il diritto di sciopero dei lavoratori del settore (inseriti nei “servizi essenziali”): oggi, però, si torna in piazza per chiedere di “smettere di parlare di bellezza, orgoglio, eccellenze culturali: non c’è eccellenza se i lavoratori faticano ad arrivare alla fine del mese o sono costretti a cambiare settore per mangiare”, dice Giada Lattanzio, storica dell’arte e attivista di Mi Riconosci?, l’associazione che proprio nel 2015 iniziava una battaglia prima di tutto di riconoscimento e consapevolezza, e poi di riappropriazione di spazi e attenzione.
Una battaglia lunga dieci anni e più per focalizzare le istanze del mondo culturale italiano
“Il settore è così frammentato che è importante lavorare su e a partire da territori e singole vertenze: questo ci ha consentito di far dialogare diversi sindacati. A questo sciopero siamo arrivati con un anno e mezzo di lavori“, spiega ad ArtibuneRosanna Carrieri, storia dell’arte e attivista dell’associazione Mi Riconosci? Il risultato è una mobilitazione senza precedenti, in grado di abbracciare istanze storiche – la precarietà, il mancato rispetto del contratto Federculture in troppi luoghi di lavoro, l’assenza di garanzie – a richieste più recenti e di urgenza crescente: “Dopo lo sciopero dell’8 maggio alla Biennale è più facile parlare di artwashing e di investimenti bellici nascosti dietro il mondo dei beni culturali: è entrato nel dibattito pubblico”.
Sulla scia di una prima manifestazione culturale nel 2018, e al peggiorare progressivo delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici della cultura, nella giornata di agitazione numerosi presidi in tutta Italia stanno portando la problematica in tutte le piazze italiane, dimostrando la capillarità del problema e la volontà di reazione di lavoratrici e lavoratori. Che hanno incrociato le braccia (laddove non precettati) da Firenze a Napoli, da Roma a Milano, da Bari a Venezia, da Torino a Palermo: diversi musei, siti archeologici e biblioteche sono infatti chiusi per sciopero, inclusi dieci padiglioni della Biennale Arte di Venezia, un intero piano agli Uffizi, il Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana di Genova e l’Archivio di Stato di Bologna.
La nuova direzione del lavoro culturale secondo i manifestanti
“Il nostro desiderio è quello di contestualizzare le singole questioni in un sistema culturale nazionale, una messa a sistema dei regolamenti con l’introduzione di un salario minimo, un contratto collettivo di riferimento che sia rispettato, le reinternalizzazioni dei servizi esternalizzati. Deve esserci la disponibilità a essere ascoltati, però”, spiega Carrieri. “Con l’opinione pubblica abbiamo fatto molti passi avanti: il messaggio che la cultura non si prende cura di sé da sola, ma che c’è’ un sistema di lavoratrici e lavoratori sottopagati che consentono l’apertura, la pulizia, la tutela e la valorizzazione dei beni culturali è qualcosa che negli ultimi anni ha cominciato a circolare. Il passo successivo è il riconoscimento istituzionale: ecco perché scioperiamo”.
Giulia Giaume
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