Ricordare Piazza della Loggia dopo gli anniversari. Il podcast di Benedetta Tobagi sulla strage di Brescia
Il podcast “ERA DI MAGGIO. Vite intorno alla strage di Brescia”, promosso insieme a Fondazione Brescia Musei, è un racconto che dal centro della città assurge al Memoriale. Abbiamo intervistato la giornalista, scrittrice e storica
Alle 10 e 12 del 28 maggio 1974, in Piazza della Loggia, a Brescia, un ordigno venne fatto esplodere in un cestino durante una manifestazione antifascista indetta per protestare contro alcuni attentati accaduti in zona. Morirono otto persone e circa cento furono ferite: nasce per ricordare queste vite, ma anche per ripercorrere tutte le storie che portano a questo esatto momento il podcast ERA DI MAGGIO. Vite intorno alla strage di Brescia, scritto e raccontato dalla giornalista, scrittrice e storica Benedetta Tobagi. Promosso da Comune di Brescia, Fondazione Brescia Musei e Associazione Casa della Memoria e realizzato da Chora Media, il podcast è una serie audio in tre episodi che guida chi ascolta in un itinerario a tappe nel centro di Brescia, da San Faustino e dalla salita al Castello verso piazza Tebaldo Brusato, passando per Via Trieste, Piazza del Mercato, Piazza della Loggia per poi approdare, in una simbolica anabasi, al Memoriale delle Vittime del Terrorismo e della violenza politica.
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La lunghissima storia di Piazza della Loggia
Piazza della Loggia ha significato non solo una terribile ferita per la città di Brescia, e per l’Italia tutta nel cuore degli Anni di Piombo, ma anche una lunghissima vicenda giudiziaria. Come ricorda il portale Rete degli archivi per non dimenticare interno al Sistema Archivistico Nazionale (in un testo curato dalla stessa Tobagi), la vicenda giudiziaria relativa alla strage di Piazza della Loggia si è dispiegata nell’arco di 43 anni, chiudendosi solo nel 2017: al termine di cinque fasi istruttorie e tredici fasi di giudizio, concluse da altrettante sentenze nell’ambito di tre processi, è stato condannando per strage come organizzatore Carlo Maria Maggi, dirigente di Ordine nuovo – raggruppamento politico di estrema destra di ispirazione nazifascista dotatosi di una struttura armata “coperta” riconosciuta responsabile anche della Strage di Piazza Fontana – e per concorso in strage il militante (e informatore del SID) Maurizio Tramonte. A oggi, non sono stati identificati gli esecutori materiali e non c’è stata nessuna condanna per i depistaggi messi in opera dal SID.
A raccontarci di questo progetto è la storica, giornalista e autrice di libri come Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita (2013 e 2019), dedicato proprio ai fatti di Brescia, La resistenza delle donne (2022), con cui ha vinto il Premio Campiello, Segreti e lacune. Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo (2023) e Le stragi sono tutte un mistero (2024).

L’intervista alla storica, giornalista e autrice Benedetta Tobagi
Questo podcast è una celebrazione della vita delle persone coinvolte nell’attacco e del contesto storico e sociale del tempo.
Tutto nasce dal Memoriale – le cui formelle ricordano il nome della persona che è stata uccisa, la data dell’omicidio e la professione -, cosa che in qualche modo vuole restituire realtà a tutte le persone colpite tenendo insieme le diverse storie senza mescolarle. Con Mario Calabresi e Sara Poma abbiamo portato in giro lo spettacolo Anni Settanta – Terrore e Diritti che cerca di tenere insieme la dimensione vitale della politica con quella della violenza e dei terrorismi, ma anche avere un focus sulle vite delle persone.
Non è la prima volta che parli di Brescia.
Brescia è come una seconda casa, per me: il mio secondo libro è dedicato proprio alla storia della strage, la cui ricerca era partita dalle vite delle persone colpite per raccontare “il mondo di prima”. Anche perché, come ha ricordato anche Manlio Milani quel giorno, c’è questa coincidenza di date e di ideologie diverse che per me è sempre stata una specie di faro: il ’74 ha proprio una valenza di passaggio perché è l’acme dello stragismo nero ma anche l’inizio dell’escalation di omicidi del terrorismo rosso. Ho accumulato una valanga di storie, di materiali, bisognava solo tornare nei luoghi dove sono verificati i fatti, dove le persone sono vissute. Volevo che chi non ha familiarità con questa storia ci entrasse da un punto di vista sia emotivo sia cognitivo. La mente e il cuore funzionano molto meglio se vanno insieme.
Com’è strutturato questo percorso?
L’ho pensato come una spirale che si stringe intorno alla piazza: si comincia in un luogo leggermente eccentrico, che era un luogo di vita, di festa, per la vittoria del referendum sul divorzio. E poi c’è questo movimento orario a cui corrisponde un’escalation di violenza, che porta le persone in piazza a dire no: quindi si arriva in piazza, si segue la prima falsa pista per poi tornare a quella che è la verità accertata. Il percorso si compie con l’uscita dalla piazza, perché così è stato pensato il Memoriale: ed è un’idea bellissima, una risalita che compiamo camminando tutti insieme e portando con noi le persone che non ci sono più. Andando, come diceva Dante, “a rivedere le stelle”.
L’empatia per andare oltre la commemorazione
Di questa prospettiva, collettiva e condivisa, abbiamo particolare bisogno in questo momento storico.
Penso sia alla vita del Paese, al tipo di racconto che si fa dell’Italia e del tipo di paure che si vogliono alimentare in Italia, e alla situazione internazionale, di violenze e carneficine che nascono dal trattare intere popolazioni come subumane, da eliminare. L’unica risposta, ed è qualcosa su cui si è tanto lavorato, riflettuto, scritto e creato nel Novecento, è l’empatia: come esseri umani abbiamo la facoltà di sentire l’altro dentro di noi senza perderci. E qual è la bellezza dell’empatia? Che tu impari a essere, o torni a essere, capace di vedere l’altro prima di tutto come un essere umano che ha una dignità e ha il diritto di vivere e di esistere. Ci vuole un po’ di fatica, ma la pura commemorazione, la formula retorica non sono sufficienti.
Brescia ha cercato di andare oltre la commemorazione.
Come a Bologna, si è lavorato tanto su una ferita collettiva per cercare di far sì che potesse nascere comunque un fiore, ricordando quali strumenti possiamo avere per non caderci di nuovo. C’è questa riflessione profonda: bisogna trovare dei modi di convivere lasciando da parte la violenza e dandosi riconoscimento reciproco. Il che non vuol dire che tutte le cose vanno bene, ci sono delle leggi fondamentali che rimangono, però depotenziando il risentimento da violenza e l’esclusione a priori.
Un risentimento che, a livello interno, è molto acuito.
In Italia si strumentalizzano molto le paure, si utilizza anche lo spauracchio degli Anni di Piombo, una cosa che da storica mi fa rizzare i capelli. Noi siamo in una società in cui c’è una forte tensione, c’è anche molto risentimento e aggressività, ma non c’è il brodo di cultura, di scontro ideologico degli Anni Settanta. Dovremmo essere contenti, perché c’è stata anche un’evoluzione della società, ci siamo dati degli anticorpi. Nel momento in cui noi ci ricongiungiamo a quella storia facciamo un lavoro fondamentale di manutenzione della democrazia, perché solo una democrazia con le spalle larghe parla tranquillamente di depistaggi, di stragi e di violenze della polizia per pensare a come prevenirle. In questa società, che è sempre più diseguale, sempre più escludente, in cui molte persone giovani sono spaventate dal futuro e c’è un grande senso di impotenza, io credo che le storie di quegli uomini, di quelle donne giovani, innamorati, impegnati degli Anni Settanta ti accendano una scintilla, ricordando che, prendendo di petto i problemi grossi e dicendosi che le cose così come sono non vanno bene, sono state fatte cose enormi. Perché noi dobbiamo privarci di questa eredità?
Giulia Giaume
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