Come spiegare attraverso l’arte e la cultura le dinamiche del potere ai vertici della società  

In antico l'arte e la cultura non erano di tutti ma erano per tutti e contribuivano all’ordine collettivo. Oggi la “democratizzazione della cultura” ha prodotto una scissione veicolando ai più un sapere funzionale e riservando alle élite forme artistiche e culturali più complesse, volte anche a legittimarne il potere

Gli Epstein files hanno confermato alcuni dei peggiori incubi complottisti. Hanno documentato, tra le cosiddette “élite del potere” (C. Wright Mills), reti opache fatte di abusi, pedofilia, torture e ricatti. Mostruosità che sembrano storicamente convivere con il potere come Giovanna d’Arco e Barbablù – aka Gilles de Rais, storico serial killer. O come le orge sataniche a Versailles, emerse nell’Affare dei veleni. Mai come in queste settimane, Le 120 giornate di Sodoma di Pasolini e Eyes Wide Shut sono apparsi meno come allegorie e più come specchi disturbanti della realtà. In filigrana, dietro un orrore che aspetta ancora giustizia, si intravede una questione culturale più sottile, che è utile indagare. Tra ritualità oscure e cooptazione nera, messianismo capitalistico e misticismo hi-tech, le classi socialmente privilegiate sembrano stranamente lontane dalla mentalità scientifico-razionale che domina il senso comune e la società contemporanea.

Carlotta Baldazzi, Mostri e ribelli, 2025 mistica del potere
Carlotta Baldazzi, Mostri e ribelli, 2025

Scaramanzia e potere

Basta leggere un po’ tra le righe del gossip per prendere atto che “la scaramanzia va molto di moda tra i vip” (La Repubblica), che “nello star system hollywoodiano la superstizione è di casa” (Il Giornale) e che lo è anche tra i politici e i “potenti della Terra”. Tra parlamentari ossessionati dall’oroscopo e attori che non escono di casa senza un pezzetto di cristallo in tasca, si arriva a “riti sessuali dall’esotico nome di bunga bunga” (Il Sole 24 Ore) e presunti rituali magici e sciamanici nella “guerra esoterica tra Russia e Ucraina” (Il Messaggero). Per tacere del ruolo della massoneria in eventi storici importanti, Unità d’Italia compresa. Se si sposta lo sguardo verso le élite tecnologiche, il quadro si complica ancora: personaggi centrali della Silicon Valley nutrono visioni del mondo che sfiorano una metafisica rovesciata. Il transumanesimo punta a superare i limiti biologici dell’uomo attraverso la tecnologia, all’insegna di una tecnofede cui i critici fanno riferimento con l’acronimo “TESCREAL”. In figure come Peter Thiel, fondatore di “Palantir”, il linguaggio del potere tecnologico e militare si rimescola in modo ancora più inquietante con categorie teologiche ed escatologiche. In alcune letture, come nel finale del recente Ipnocrazia, questo immaginario tecnologico sfiora persino l’idea che il digitale stesso sia “un medium attraverso cui un piano altro – né materiale né puramente virtuale – cerca di manifestarsi”, una “versione commercializzata di stati di coscienza che un tempo servivano come ponti verso altre dimensioni dell’essere”: una torsione quasi parodistica del linguaggio metafisico dentro il capitalismo digitale, tra stati molteplici dell’essere e stati multipli degli account.

Carlotta Baldazzi, Il potere, 2024 mistica del potere
Carlotta Baldazzi, Il potere, 2024

La costruzione del potere tra disincanto e materialismo di massa

Insomma, sembrerebbe che, a certi piani della società e del potere, una certa visione misticheggiante della vita sia stata tutt’altro che archiviata. Da questo punto di vista, il comune “materialismo pratico” (che sfocia a volte in un dogmatismo scientista) sembrerebbe quasi un prodotto culturale per classi medie e subalterne. Una divergenza che appare prima di tutto come l’esito storico della modernità di massa: la razionalizzazione della vita economica e sociale ha progressivamente espulso il simbolico dai principali ambiti esistenziali e istituzionali, provocando quello che Max Weber chiama “disincantamento del mondo”. La scuola moderna, nata in parallelo alla fabbrica, ha promosso un sapere standardizzato e misurabile, scandito dalla campanella: un mondo dove rispettare tempi, consegne e procedure. I media hanno prodotto per il nuovo pubblico un “masscult” e un più avvilente “midcult”: una forma di conoscenza inferiore, ricoperta da una «foglia di fico culturale», nelle parole di Dwight Macdonald. Infine, il mercato è intervenuto a standardizzare e orientare persino i desideri.

L’industrializzazione della cultura per la legittimazione del potere

È il prezzo della “democratizzazione della cultura” secondo Adorno. Il risultato non è l’apertura alle masse di superiori orizzonti di senso ma la formazione di individui più funzionali che consapevoli. Così il “materialismo pratico” appare non come una conquista, ma come un adattamento: una visione del mondo che riduce il reale a ciò che serve, che funziona e produce effetti immediati. Non serve nemmeno “imporre” questa visione; basta che tutto il sistema premi ciò che è utile, misurabile e immediatamente spendibile. Un sistema liberista-capitalistico che ha bisogno di soggetti operativi e adattabili, più che individui capaci di interrogare la realtà. Quest’uomo “desiderante senza più cielo” (letteralmente “de-siderare” ha a che fare con le stelle) tenderà naturalmente a ri-orientare il suo bisogno di infinito verso un’infinità di prodotti, tra dipendenze elettroniche e bisogni indotti, assorbito nella trinità laica capitalista del “produci-consuma-crepa”. E il suo unico potere sarà “d’acquisto”.

Semiofori e capitale simbolico: come elementi costitutivi del potere

La conoscenza più astratta non scompare. Come spiega Pierre Bourdieu, si concentra e si consolida come segno di distinzione delle classi dominanti, che possono permettersi il lusso del “gratuito” e dell’“astratto”. La cultura diventa un mezzo di esclusione e violenza “simbolica”, e il sistema scolastico consacra questa disuguaglianza. In pratica, la modernità produce un sapere funzionale e disincantato – che appare e per molti versi rimane una conquista di laicità e razionalità – ma le élite conservano o riattivano forme simboliche più complesse. È una delle funzioni storicamente legate all’arte, per secoli usata dal potere, oggi profondamente “idealizzata” nonostante i persistenti flirt con il capitalismo (senza nulla togliere alle migliori intenzioni di Hans Haacke). Krzysztof Pomian chiama “semiofori” quegli oggetti che, privi di utilità pratica, vengono investiti di una funzione di mediazione con l’invisibile. In ogni epoca, il potere si è circondato di semiofori – opere d’arte, oggetti preziosi, stranezze della natura – e i primi musei nascono come Kunst- und Wunderkammern, collezioni private di “meraviglie” per pochi eletti. Più un oggetto si allontana dall’utile, più acquista significato; più si sottrae al consumo, più diventa durevole e carico di valore simbolico.

All’opposto, la cultura materiale di massa è strutturalmente orientata all’obsolescenza: gli oggetti devono consumarsi, essere sostituiti, perdere rapidamente valore, non accumulare memoria né senso. È una logica economica ma anche culturale: ciò che è destinato a tutti deve restare nel circuito dell’uso, non accedere alla sfera dell’invisibile. La formula pubblicitaria di De Beers – “Un diamante è per sempre” – dice esattamente questo: il simbolo resta. E, con esso, il potere che lo custodisce.

Dal sacro al dominio

Non è sempre stato così. Nel mondo tradizionale il simbolico non era ancora capitale da accumulare, ma funzione da esercitare verso la comunità. I semiofori – pitture rupestri, corredi funerari, statuette votive – erano oggetti del sacro che mediavano il rapporto con i morti, con le forze della natura e con tutto ciò che oltrepassava l’esperienza immediata. Custoditi e interpretati all’interno di una sfera rituale e sacerdotale, non erano di tutti, ma erano per tutti. Talvolta trasmessi in forme iniziatiche, come nei Misteri, erano selettivi ma non privatizzati nella funzione, inscritti in un orizzonte che eccedeva il singolo e contribuiva all’ordine collettivo e cosmico: una selezione rituale, più che sociale o economica. È quando il potere politico ed economico si appropria di questi oggetti e di queste funzioni che il simbolico cambia statuto. I semiofori vengono trasferiti, riorganizzati e accumulati come forma di “capitale simbolico”. Da strumenti di relazione con l’invisibile diventano, soprattutto, strumenti di legittimazione e di dominio, di un potere esercitato anche attraverso il controllo del significato. Su un piano più elevato, il senso stesso di trascendenza diventa prerogativa di pochi, espulso dall’esperienza comune o al massimo confinato in rari momenti istituzionalizzati.

Rituali del potere

Se in Bourdieu, dunque, il simbolico riguarda soprattutto la cultura e il gusto, è evidente che, ai vertici, esso si estende spesso ad ambiti più radicali: visioni del mondo, narrazioni di destino, elementi di ordine esoterico in cui il simbolico può assumere tanto una funzione “alta” quanto una declinazione oscura, coerente con le derive che affiorano ciclicamente nelle cronache del potere. Non si tratta di folklore, né di sola perversione. La coesione tra pari ha bisogno di scenari esclusivi, codici condivisi, prove implicite di appartenenza, rituali che creino un “noi”, definendo l’identità dell’élite. La dimensione di “destino” è decisiva: chi esercita potere su larga scala ha bisogno di legittimare il suo ruolo in una “missione” o in una visione più ampia. Così il linguaggio politico sfiora quello religioso, come nel messianismo parodistico che circonda Donald Trump. In tutti questi aspetti, la trasgressione dei limiti sociali – persino di umanità e buon senso – svolge un ruolo preciso: a un primo sguardo si tratta, come osserva Andrea Zhok, dell’estremo tentativo di sollecitare un sussulto emotivo in individui ottusi dalla ricchezza, in una dinamica di escalation della trasgressione che si spinge fino all’esecrabile. Su un piano diverso, un sadismo così becero si rivela invece, nelle parole di Lavinia Marchetti, come una “prova di sovranità”, attraverso la pretesa di disporre dei corpi altrui e “del vivente come materia amministrabile”.

Riappropriarsi del simbolico per ostacolare i circuiti del potere

Restituire l’invisibile al discorso pubblico significa interrompere il monopolio simbolico che alimenta la settarietà deviata dei circuiti del potere. La lotta alle élite si gioca non solo sul piano economico e politico, ma anche sul piano culturale, con una riappropriazione diffusa del simbolico in grado di incrinare l’assolutismo tecnocapitalistico. A molti è stato consegnato un mondo da consumare, a pochi resta la possibilità di abitarlo anche come enigma, simbolo e “destino”. La partita riguarda il modo in cui, nella modernità, sono distribuiti i rapporti possibili con il reale. La vera alternativa non è tra razionalità e irrazionalità, ma tra un’esistenza ridotta al funzionamento e una capace di significato. Forse il pensiero critico razionale, conquista di civiltà e di ogni mente pensante, può e deve convivere con un rinnovato e consapevole pensiero mitopoietico, in grado di rimettere l’uomo al centro di un universo tecnificato, restituendogli una sana nostalgia leopardiana dell’Infinito e un rapporto “vivo” con la vita, con il mondo e la natura, permettendogli di percepire “forze che sanno di essere”, laddove il materialismo e il capitalismo hanno – l’uno nella percezione, l’altro nei fatti – “pietrificato” la vita della Terra, reso “inerte” la terra e gli individui, robotizzando persino le relazioni umane. Se il potere continua ad arrogarsi una forma di accesso esclusivo al simbolico, è il momento di riprendersi il visibile – e l’invisibile.

Alessandro Paolo Lombardo

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Alessandro Paolo Lombardo

Alessandro Paolo Lombardo

Docente di Lettere e giornalista, scrive per testate locali e nazionali, tra cui Il Mattino, Il Fatto Quotidiano, Artribune e bMagazine. Laureato in Storia e Critica d'Arte, ha collaborato con la cattedra di Storia della Fotografia dell'Università di Salerno, concentrandosi…

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